I militari arbitri della democrazia in Burkina Faso

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La transizione politica verso un demilitarizzazione del potere in Burkina Faso sembra non avere sbocchi. Non riusciamo a prevedere, con una ragionevole approssimazione, se la “primavera nera” dell’ex Alto Volta sboccerà definitivamente.

In queste ore dopo proteste, manifestazioni e purtroppo anche almeno 12 morti, nella sola capitale Ouagadougou, causati dalla repressione del Reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), la guardia d’élite ancora agli ordini dell’ex-presidente e dittatore Blaise Compaoré, il paese sta vivendo sotto un colpo di stato.
Notizie dell’ultim’ora parlano di una trattativa per la resa dei golpisti guidati dal generale Gilbert Diendéré, mentre veniva liberato il primo ministro Isaac Zida e dopo il rilascio del presidente Michel Kafando, «ufficiali dell’esercito hanno ribadito questa mattina all’agenzia di stampa France-Presse di volere il disarmo del Reggimento “senza che sia sparato un colpo”» [1].

Ripercorriamo brevemente quanto accaduto finora..
Il 30 ottobre del 2014 Compaoré venne deposto da un colpo di stato quando provò a far passare la modifica costituzionale che gli avrebbe permesso di essere rieletto alla presidenza per  la quinta volta. Nel giro di poche settimane e dopo consultazioni allargate a cui hanno preso parte partiti, associazioni come per esempio tra cui Balai Citoyen, il presidente del Consiglio costituzionale, operatori economici, rappresentanti sindacali, i capi delle principali comunità del paese, veniva nominato capo di Stato ad interim Michel Kafando  e primo ministro il luogotenente Yacouba Isaac Zida che dimostrava il ruolo che intendevano svolgere i militari. Obbiettivo elezioni a novembre 2015 e cammino verso la democrazia [2].
Ma come spesso accade in Africa, la strada è sempre insidiosa e i poteri consolidatisi nel tempo, grazie anche a pratiche nepotistiche, corruzione e appoggio delle potenze interessate, provano in tutte le maniere ad imporsi.
In tutti questi mesi il primo ministro, tra l’altro ex numero due del Reggimento, si è scontrato con gli ufficiali dell’Rsp che hanno sempre temuto un ridimensionamento del loro ruolo nonché dei loro privilegi, stipendi compresi. Le tensioni sono cominciate ad allargarsi ad aprile scorso quando il parlamento transitorio legiferò su un nuovo codice elettorale che vietava le candidature di personalità che avessero apertamente sostenuto i progetti di riforma costituzionale di Blaise e che di fatto ha portato all’esclusione di diversi candidati, in particolare quelli del Congresso per la Democrazia ed il Progresso (CDP), il partito dell’ex-presidente Compaoré, in vista delle elezioni che si sarebbero dovute svolgere l’11 ottobre. Un recente parere emesso dalla Commissione per la riconciliazione invitava allo smantellamento del Reggimento e alla messa sott’accusa per crimini commessi sotto il passato regime.
Si arriva al 16 settembre scorso quando il generale dell’Rsp Gilbert Diendéré (vice di Compaoré ai tempi della dittatura e accusato di aver ammazzato il presidente Sankara)  faceva irruzione nel consiglio dei ministri e sequestrava il presidente e subito dopo venivano prese le misure coercitive per impedire una risposta della gente: arresti, coprifuoco, chiusura delle frontiere di tv e radio e tra queste Radio Oméga, la radio libera che tanta parte aveva avuto nella rivoluzione del 2014.
La risposta della popolazione è stata immediata e diffusa nelle principali città del paese con un ruolo importante svolto ancora una volta dal movimento della società civile Balai Citoyen.
La condanna internazionale è stata unanime dall’ONU, all’Ue, all’Unione africana fino agli Usa e alla Francia, la nazione più impegnata in Burkina Faso anche se non va dimenticato che furono i francesi ad aiutare nella fuga verso la Costa d’Avorio il capo del vecchio regime lo scorso ottobre.
Si è tentata una mediazione con l’aiuto della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao) e così sono giunti nella capitale, per incontrare il capo dei golpisti, Macky Sall presidente del Senegal e Thomas Yayi Boni presidente nel Benin. I colloqui per mettere fine al colpo di stato e riportare la calma, di fatto, non hanno portato a nulla soprattutto perché sono state respinte al mittente le richieste di rinvio delle elezioni e l’inclusione nelle liste degli uomini di Compaoré diversamente da quantostabilito dalla legge votata dal Parlamento di transizione.
Adesso, come dicevamo, il tentativo di far tornare le lancette a dieci giorni fa sembra essere nelle mani dell’esercito ufficiale che muove le truppe da varie città e «i comandanti delle varie divisioni in un comunicato congiunto intimano di “deporre le armi e ritirarsi nel campo militare di Sangoulé Lamizana”, promettendo l’incolumità ai membri dell’Rsp e alle loro famiglie»[3].
E non è mai un bel vedere i militari come intermediari.

Pasquale Esposito

[1] “Si tratta resa golpisti, liberato primo ministro”, www.misna.org, 22 settembre 2015
[2] Pasquale Esposito, “La “Primavera Nera” del Burkina Faso: nuove elezioni entro novembre 2015?”, www.mentinfuga.com, 20 novembre 2015
[3] Flavio Signore  “Bivio armato in Burkina Faso”, www.ilmanifesto.info, 21 settembre 2015

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