I popoli indigeni per il Buen Vivir contro multinazionali e mercato

Perù indios mercato
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Quando il nonno mi portava in cantina a controllare il vino che fermentava nelle botti, aveva sempre in tasca una candela. La accendeva e mi diceva “tu controlla che resti accesa, mi raccomando. Se si spenge comincia a berciare”. Io rimanevo a fissare la danza di quella fiammella orgogliosa della responsabilità che mi era stata affidata, perché il nonno mi aveva  spiegato che, se si spegneva, voleva dire che l’aria non era più respirabile e “si doveva scappare”. A volte penso a quante fiammelle si sono spente nel mondo a significare che l’ossigeno è sempre meno, che respiriamo sempre più in apnea e che il monossido di carbonio prima o poi ci intossicherà. E le poche fiammelle che resistono e che dovremmo sforzarci di tenere accese sono i popoli indigeni che vivono ancora a contatto con la natura, in simbiosi con essa e che della sua salute sono portavoce. Essi dipendono in tutto da essa e in essa sanno adattarsi in modo armonico, anche nelle situazioni più estreme. Per questo dobbiamo ascoltare le loro indicazioni e i  loro avvertimenti.

Sono loro i messaggeri del “buen vivir” o, come si dice in lingua andina quechua, del “Sumak kawsay”. Un modello di vita ispirato alla tradizione indigena e basato su un rapporto più equilibrato e più sano tra l’uomo e la Pachamama, la madre terra da cui prendere solo quanto realmente indispensabile e necessario per vivere bene e realizzare la piena soddisfazione delle necessità basiche, e non vederla invece come puro deposito da sfruttare.
Il “vivere bene” quindi e non il “vivere meglio”, superando il concetto di sviluppo a tutti i costi e spostandoci dall’antropocentrismo al geocentrismo, dall’economia di mercato al a quella del buon vivere, prima che i cambiamenti climatici e la perdita della biodiversità superino il punto di non ritorno.
Buen Vivir” [1] vuol dire una civiltà basata su una vita in armonia con la natura, della quale tutta la comunità è parte e rappresenta un’alternativa concreta già esistente, anche se in pericolo, all’economia di mercato. Lo troviamo infatti tra i principi fondanti delle Costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador dove ben tre articoli si rifanno a tale concetto: il Buen Vivir richiede  che le persone, le comunità, i popoli e le nazionalità godano effettivamente dei loro diritti  ed esercitino le loro responsabilità nell’ambito dell’interculturalismo, del  rispetto delle diversità e della convivenza armonica della natura.

La crisi del mondo attuale mette in luce l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha dimostrato la sua inadeguatezza. I conflitti ambientali e sociali per i quali su ogni territorio assistiamo al formarsi di comunità e nuove personalità che difendono i diritti dell’ambiente e della salute (come il diritto all’acqua, il diritto alla casa e al lavoro) mettono in evidenza la necessità di modelli di vita sostenibili a seconda delle caratteristiche del territorio che si abita e nel rispetto delle identità diverse.
Ghiacciai che si sciolgono, isole che rischiano di finire sommerse, corsi d’acqua che si prosciugano, intere aree deforestate, suoli agricoli impoveriti, piccole coltivazioni espropriate e trasformate in colture industriali. E’ contro tutto ciò che i popoli indigeni si battono, da sempre.
Dalla conferenza ONU sui cambiamenti climatici di Copenaghen del 2009, summit delle grandi potenze riunite per rinnovare l’accordo di Kyoto sulla diminuzione dell’emissione di anidride carbonica, poco è cambiato e quegli obbiettivi prefissati entro il 2020 sembrano intraguardabili.
Non è così per gli indigeni di tutto il mondo che da allora si sono riuniti diverse volte mettendo sempre la questione del rispetto della natura al centro dei loro obbiettivi.

Così al Forum Sociale Mondiale, che si è tenuto a Montreal dal 9 al 14 agosto, erano presenti tanti testimoni della lotta contro lo sfruttamento scriteriato della terra alla ricerca della possibilità di coniugare l’economia con la difesa dell’ambiente e soprattutto della possibilità di un’alternativa all’attuale sistema economico in crisi.
In prima linea i Mohawk, popolo di nativi americani del nord America originari della valle del Mohawk, che da anni protesta contro le multinazionali che sfruttano sconsideratamente il loro territorio, che una volta si estendeva per centinaia di migliaia di miglia tra il fiume Mohawk e il St Lawrence.
Nel 1990 i Mohawk lottarono per circa tre mesi contro i progetti di sviluppo dell’area boschiva Pines al centro di un luogo di sepoltura Mohawk, dove erano progettati anche dei campi da golf e un lussuoso complesso vacanziero. Intervenne anche l’esercito canadese con 4.500 uomini,  mezzi corazzati, elicotteri, caccia militari e navi da guerra sul St. Lawrence. La solidarietà si diffuse in tutto il paese con proteste, occupazioni, blocchi stradali e ferroviari e sabotaggi. I progetti non furono realizzati.
Nel 2010 circa 630 galloni di acque reflue contenenti  sostanze radioattive cancerogene si riversarono nel fiume Mohawk in seguito a problemi causati dal mal tempo e dal mancato funzionamento di una pompa elettrica appartenete ad una ditta della Bechtel National Incorporated, una multinazionale che fornisce sistemi di propulsione nucleare per la marina degli Stati Uniti. A poche miglia da lì i bacini di acque potabili che servono più di 80.000 persone. Nonostante le proteste dei  Mohawk la società fu multata per soli 37.000 dollari.
Nel 2015 giovani mohawk hanno marciato per protestare contro un piano del comune di Montreal di sversamento di reflui urbani nel St Lawrence. Oggi i loro leader sono qui al Forum per lo stesso motivo e manifestano contro la Transcanada pipeline rea dello sfruttamento delle sabbie bituminose del grande fiume, in parte all’interno del territorio delle riserve, che sta devastando l’Alberta.
A sostenerli anche il movimento Idle no more [2], nato dalla protesta di quattro donne native nel 2012 e trasformatosi in pochi mesi in un fenomeno di massa per la tutela dei diritti dei nativi americani del Canada e dei diritti dell’ambiente. Il movimento, che inizia a coinvolgere persino gli indios dell’America Latina,  lavora da anni alla redazione di un “Trattato dei Popoli sulle imprese transnazionali” nella speranza che diventi vincolante.
Salviamo la Pachamama, proteggiamo le fiammelle.
Federica Crociani

[1] “Buen Vivir, per una nuova democrazia della terra” di Giuseppe De Marzo, Ediesse edizioni (2009), con la prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la Pace nel 1980 per l’attività di denuncia contro la dittatura militare argentina, e la postfazione di Gianni Miná.
[2] http://www.idlenomore.ca

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