I rischi del web. Una conversazione con Roberto Bortone

Roberto Bortone

I boomer, come me, hanno sperimentato quanto la rete abbia messo in crisi il tradizionale modo di apprendere e guardare alle conoscenze, di trasmetterle e di diffonderle. Si sono aperte nuove – potremmo dire infinite – opportunità, ma anche nuovi pericoli. Abbiamo assistito alla realizzazione di nuova realtà, capaci di dar vita a una mutazione antropologica – avrebbe detto Pasolini – impensabile solo pochi decenni prima, finendo per plasmare un nuovo uomo, l'uomo digitale.
Di questo – e di molto altro – parla l'interessantissimo ed utile volume di Molto social troppo dark. Tra hate speech, propaganda, metaverso e intelligenza artificiale: i rischi del oggiC'era una volta il web, rete libera e felice in cui tutti potevano formarsi e informarsi, esprimendo la propria opinione. E poi, un giorno, proprio al culmine della sua massima espansione social, preludio di una tecno-società del convivere, in Internet qualcosa è cambiato, e non in meglio. Ed eccoci qui, oggi, a parlare di post-verità, fake news e discorsi d'odio.
Con un mare di domande aperte. Quale è il reale impatto del cosiddetto hate speech sulla percezione pubblica di fenomeni complessi come quello migratorio?  Quale è il ruolo dei social media nella odierna formazione dell'opinione pubblica? Per rispondere a queste domande è necessario chiedersi “chi” abbia influenza su “chi”: ovvero se siano i mass media tradizionali (carta stampata, televisione e giornali on-line) ad influenzare i network di socializzazione online (, Instagram, , Youtube, ecc..) oppure il contrario. La scelta di questo testo si snoda attorno all'idea che, nel decennio della disintermediazione e in piena rivoluzione digitale, il modello di business delle piattaforme online abbia sconvolto e modificato profondamente la formazione della sfera pubblica segnando un punto di non ritorno.
Partendo dai risultati di una ricerca effettuata su circa 300 contenuti di odio on-line l'autore ha voluto mettersi nei panni degli haters, i nuovi coloni del Web. Cosa cercano? Quanti sono? Perché scrivono contenuti abominevoli? È possibile un nuovo ritorno agli albori del web? Un volume che si concentra – ha osservato Marco Impagliazzo nella prefazione – sulla pericolosa saldatura che si attua on line tra la tecnologia e gli umori grezzi della “gente”, tra la libertà d'espressione e quel mix complesso che abita «il guazzabuglio che è il cuore umano» (come ben appellato da Manzoni ne I promessi sposi). In rete si confrontano da un lato

«una straordinaria possibilità d'apertura, dall'altro una scioccante capacità di minacciare quella stessa apertura; tanto la libertà, quanto il suo contrario. Le varie forme di intolleranza, razzismo, odio etnico o ideologico che abbiamo conosciuto nei secoli possono ora raggiungere in un lampo, senza filtri, milioni di individui, interferendo con la costruzione del discorso pubblico senza quelle limitazioni (e autolimitazioni) che i media tradizionali erano stati spinti ad assumere».

La “pancia” dell'umanità può piegare le dinamiche e gli algoritmi del web con una facilità impressionante, gettando benzina sulle contrapposizioni e sui risentimenti, incendiando le parole e i pensieri.
Per meglio comprendere le tesi contenute nel volume abbiamo incontrato e conversato con l'autore, Roberto Bortone.

Iniziamo subito con una domanda netta: oggi c'è più odio di ieri sui social media?
La risposta a questa domanda, in un mondo che ha riabilitato la guerra come strumento di risoluzione del conflitto, non può essere che altrettanto schietta: certamente sì. Per almeno due motivi. Da un lato perché – secondo l'espressione attribuita a Simon Wiesenthal – «il connubio di odio e di tecnologia è il massimo pericolo che sovrasti l'umanità», è qualcosa di cui aver sempre paura, proprio in riferimento alla piccola tecnologia di tutti i giorni. Il processo di digitalizzazione della società – in atto senza sosta e con continue accelerazioni dagli anni '90 dello scorso millennio – è incrementale e fa sì che oggi in un solo minuto su Internet accada questo: 5 milioni di ricerche inoltrate su (per un totale di 8 miliardi di ricerche giornaliere), 150 milioni di e-mail inviate, 2 milione di tweet, 70.000 ore di video guardati su Netflix, 40.000 ore di musica ascoltata su Spotify, 5 milioni di video visualizzati su YouTube. In mezzo a questi miliardi di contenuti è ovvio che ci sia sempre più odio. Ma per la Rete e per le sue dinamiche di business, non si tratta necessariamente di spazzatura, anzi.
La digitalizzazione, infatti, è stata accompagnata da una privatizzazione forzata del web che l'ha reso sempre più accessibile a tutti, sebbene con livelli differenti. L' “Old Wide Web” dei primi anni 2000 non esiste più, scomparso assieme al tipo di navigazione che ha la generazione X (i nati tra il 1965 e il 1979) e i millennials (nati tra il 1980 e il 1994) hanno sperimentato per anni tra forum, blog e siti di contro informazione. Oggi tutti abbiamo accesso a miliardi di informazioni, tutti possiamo produrne altrettante. In questo processo di fruizione-produzione (il termine inglese che lo sintetizza è quello di prosumer, contrazione dall'inglese di producer e consumer) i contenuti che definiamo di odio o hate speech (insulti, minacce, discriminazione su base etnica, religiosa, di genere o sessuale, per citarne solo alcuni) hanno subìto un salto quantico. Quelli che definisco i nuovi coloni della rete, le Piattaforme digitali (e non mi riferisco solo a quelle proprietarie dei principali social media), nate nei garage della Silicon Valley capitalizzando le idee rivoluzionarie delle generazioni precedenti, mentre spingevano sempre di più gli utenti del web a utilizzare “gratuitamente” i loro servizi, sono state a loro volta popolate da questa tipologia di contenuti, o, per dirla meglio, hanno dovuto “cedere” una quantità di spazio all'interno dei propri territori all'odio massificato. In un primo tempo hanno cercato di sfruttarne la pervasività e la capacità virale, poi hanno provato ad aggirarlo e contenerlo, attraverso la definizione di policy di utilizzo sempre più stringenti (e aderenti alle normative nazionali). Ma era troppo tardi. Ed eccoci qui, oggi, a parlare di post-verità, fake news e discorso d'odio, radicalizzazione online, nuovi populismi, propaganda, ecc…

Perché questo titolo? Molto social troppo dark?
Questo titolo è un po' il cuore di tutto il libro, vuole sintetizzare un passaggio epocale di cui pochi ancora hanno una chiara percezione. Quello che i padri fondatori del nuovo web privatizzato e “piattaformizzato” hanno capito, sebbene fossero ancora spesso solo poco più che ragazzini, è che Internet era davvero la nuova frontiera, tutta da colonizzare. Uno sparuto numero di persone in pochi anni, talvolta in mesi, è stato capace di creare un modello di business in grado di cavalcare – e in parte guidare, ma non domare – la forza disruptive della tecnologia digitale. Lerry Page e Sergey Brin (Google), Jef Besoz (), Mark Zuckerberg (Facebook), Piter Thiel (Pay-Pal), Elon Musk (Space X e Twitter), Red Hastings (Netflix) solo per citare quelli che tutti conosciamo – ma ne libro ce ne sono molti altri – sono riusciti a farlo perché hanno creduto che tutto e tutti fossimo destinati a diventare “social”, in un modo che neanche i più tecno-ottimisti filosofi della cybercultura avevano osato immaginare. Uno dei passaggi storici che viene approfondito nel libro ha a che fare con quello che successe a San Francisco nel 1967. “Se vai a San Francisco metti dei fiori tra i capelli, lì incontrerai delle persone gentili” e “C'è una intera generazione con una nuova spiegazione”, sono alcune delle frasi chiave cantate da Scott McKenzie nel 1967, in un brano scritto per promuovere il Monterey Pop Festival, riconosciuto come l'inizio del movimento hippie in quella che passò alla storia come la ”Summer of Love”, quando le strade del quartiere Haitght Ashbury di San Francisco si colorarono con i vestiti di migliaia di giovani che ascoltavano acid rock e consumavano Lsd. Fu la nascita pubblica a livello internazionale di un movimento di quasi un milione di giovani che da anni si muoveva attraverso gli Stati Uniti riunito in “comuni”, predicando una ribellione contro le istituzioni, la classe media, le armi nucleari e che dalla California si diffuse in tutto il mondo, dove nacquero versioni locali della stessa protesta pacifista. E non solo. A metà del XX secolo la ricerca dell'autorealizzazione era già esplosa tanto nella controcultura quanto nell'establishment. Lì, a Monterey, in quell'adunata di almeno 50.000 “intimi sconosciuti”, come venne chiamata nelle cronache dell'epoca [1], ha preso forma l'idea che fosse possibile, finalmente, socializzare tutto, anche l'individualismo, che ogni cosa insomma, poteva essere “sociale”. Le decine di migliaia di giovani che invasero San Francisco nel 1967 erano, in realtà, proprio i figli della “tecnocrazia”, il prodotto di quella stessa società post-industriale che cercavano di fuggire (più che combattere). Il progresso sociale ed economico raggiunto a fatica dalla generazione precedente, per i baby boomers sembrava essere ormai qualcosa di garantito, scontato, in definitiva meritato. Come sostiene Tony Judt nel suo Guasto è il mondo, «l'elemento unificante della generazione degli anni Sessanta non era l'interesse di tutti, ma i bisogni e i diritti di ognuno. L'individualismo, l'affermazione del diritto di ogni persona alla massima libertà privata e alla libertà assoluta di esprimere desideri autonomi, ottenendo il rispetto e l'istituzionalizzazione di tali desideri da parte della società nel suo insieme, divennero parole d'ordine della sinistra» [2]. Ciò non significa che la nuova generazione di radicali fosse insensibile all'ingiustizia o alla prevaricazione politica: le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e le rivolte anti-razziste degli anni Settanta furono fondamentali per il progresso dei diritti umani e della pace. Eppure, più si diventava atomizzati e soli, separati dalla comunità tradizionale, più ci si innamorava dell'idea del sociale, reclamando il personale come qualcosa di “politico”. Nell'idea di poter rendere intimi gli sconosciuti, nel tentativo di rendere collettiva l'individualità, è lì che va cercata l'origine di molte altre intuizioni che costruiranno – come vedremo – il celebre Think different di Steve Jobs, come anche il Don't be evil di Google, o ancora il To make the world more open and connected di Facebook. Niente di nuovo, o meglio, niente di prettamente tecnologico. Vi ricorda qualcosa?

Dicevi che la Rete è accessibile a tutti ma con livelli differenti, che significa?
In un suo celebre e fondamentale articolo del 1916, Antonio Gramsci scriveva che «Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l'uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. […] La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. […] Conoscere sé stessi vuol dire essere sé stessi, vuol dire essere padroni di sé stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos. […] E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito. E tutto imparare senza perdere di vista lo scopo ultimo che è di meglio conoscere sé stessi attraverso gli altri e gli altri attraverso sé stessi» [3].
Partendo da questa attualissima riflessione di Gramsci, ci rendiamo conto che oggi il tema dell'informazione non può essere relegato ad una questione di carattere meramente economico: ancor più considerata la questione fondamentale legata alla sostituzione dei gatekeeper, ossia i corpi intermedi che in qualche modo raccolgono (e creano), distribuiscono e mediano l'informazione stessa. Un tempo erano i grandi giornali o i grandi gruppi editoriali, mentre oggi sono soprattutto le grandi Media Company, proprietarie dei principali social media. Come evidenzia Soro, «le grandi piattaforme del digitale stanno, infatti, progressivamente sostituendo i corpi intermedi nel ruolo primario di agenzie sociali e stanno acquisendo un ruolo non solo economico ma anche sociale e politico» [4]. Sta proprio qui, in questo ruolo di agenzia sociale che la piattaforma digitale riesce ad esprimere il suo potere massimo.
Nell'espressione di Gramsci possiamo rintracciare gli albeggiamenti di un'ulteriore preoccupazione, oramai ampiamente condivisa da chi si occupa di informazione nell'era digitale: la consapevolezza di essere entrati in una nuova forma di digital divide, differente e molto più subdola rispetto a quella che vedeva la barriera esclusivamente nell'accesso (con buona pace di Rifkin). Come argomenta Sunstein [5] vi è una discriminazione interna alla popolazione, a livello nazionale, su cui occorre intervenire in modo deciso, poiché sta assumendo tratti e percorsi preoccupanti. Si tratta di quel paradosso della digitalizzazione, ben evidenziato da Ghidini, Massolo e Manca nel loro volume sulla nuova civiltà digitale:  «quello dello scarto tra le infinite possibilità di approfondimento delle conoscenze che la rete apre in tutti i campi del sapere e la effettiva crescente (auto?) esclusione da tali possibilità di una grande fetta della popolazione anche delle giovani generazioni […]. Il rischio imminente più grave è quello appunto della perdita di capacità di “pensare complesso” di criticare e criticarsi, di dubitare, di confrontare, di scavare e di non accontentarsi di quel che si è appreso. Attenzione al rischio che si profila in una prospettiva di medio-lungo termine: quello di un nuovo e “inverso” digital divide, in cui un vasto “sottoproletariato digitale” si fronteggerà con una élite in possesso sia delle tecnologie digitali sia delle conoscenze superiori […]. Non cerchiamo rimedi significativi a quella deriva contando sulla “buona coscienza” delle grandi piattaforme digitali» [6].
Oggi la vera dimensione del digital divide non viene più restituita dalla percentuale della popolazione connessa, come un tempo [7]. Ciò non significa che siamo lontani dal pericolo dell'insorgenza di nuove forme di disuguaglianza digitale, ma che la soglia per identificare le differenze nell'accesso si è spostata in avanti. Detto in altri termini, l'attenzione va posta sulla risorsa principale che l'utente ha a disposizione durante il tempo che passa connesso in rete: il suo bagaglio di competenze.
Come scrivono Vera Gheno e Bruno Mastroianni, nel loro Tienilo Acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello, giustamente presentato tra le tracce del tema di italiano nel corso dell'esame di maturità del 2022, «diversi studi dimostrano che le differenze tra ragazzi nell'uso delle tecnologie non dipendono dall'età, ma dalle situazioni socioeconomiche di provenienza: chi ha un background socialmente e culturalmente disagiato tende a un uso più superficiale e ludico del mezzo, per “perdere tempo”», chi invece viene da contesti più agiati ne fa un uso più meditato, per “conoscere meglio il mondo”. La variabile socioeconomica nell'accesso alla digitalizzazione ed ai mercati lavorativi da essa offerti sta divenendo più rilevante di quella anagrafica [8].
Vi è, dunque, un digital divide che separa per strati sociali e livelli di istruzione le opportunità della nuova vita. Resta sempre valido, tuttavia, quell'ostacolo che limita l'accesso alla Rete ed ai servizi connessi alla trasformazione digitale, basandosi sul computo degli anni. Come ha giustamente scritto Veltroni, «il mondo semplice ha gradi di complessità che richiedono ben più dell'assistenza che, in passato, un figlio poteva prestare al padre anziano per accendere o spegnere la televisione» [9]. È lo stesso generational divide di cui parlano Levmore e Nussbaum, a cui siamo stati condotti dalla trasformazione digitale: «da un lato abbiamo gli studenti delle scuole superiori o delle università la cui vita virtuale si svolge attorno a , siti web e blog. Dall'altra parte i loro genitori e nonni il cui pensiero del passato rimane spesso bloccato in ricordi sbiaditi o, nel migliore dei casi in libri, fotografie e video» [10]. Vincenzo Paglia, nel suo L'età da inventare, ha dedicato un paragrafo al rapporto tra anziani e nuove tecnologie, soffermandosi sull'impatto che queste ultime stanno determinando sui “non nativi digitali”. È interessante la descrizione di un fenomeno su cui siamo poco portati a riflettere: «se inserissimo in un grafico il dato della massima espansione della fruizione digitale, rappresentata oggi dai giovani under 30 e quello relativo al minimo utilizzo dei new media, raffigurato dagli over 80, avremmo i due estremi di una rivoluzione in atto: chi ne gode appieno e chi ne è quasi completamente escluso, vecchio e nuovo millennio come in uno specchio» [11]. Di certo si tratta di una congiuntura temporale che difficilmente si protrarrà a lungo, poiché il gap si va riducendo di anno in anno: è proprio la fascia di età compresa tra i 55 e i 74 anni (i cosiddetti baby boomers) quella che risulta in costante aumento nell'utilizzo di Internet, dei suoi servizi e dei social media.

Cosa bisogna fare per arginare tutto questo odio?
Anzitutto occorre abbandonare idee e categorie vecchie con cui abbiamo considerato il dibattito pubblico e la diffusione di idee e azioni violente. Gordon Allport [12], psicologo sociale americano, poco meno di un decennio dopo la fine della Seconda guerra mondiale, aveva elaborato una scala per misurare il livello di (assuefazione alla) discriminazione e pregiudizio esistenti nella società del tempo. In quel frangente l'eco della Shoah era ancora vivido nelle generazioni cresciute nel clima di un conflitto devastante, che aveva lasciato il Vecchio Continente sotto cumuli di macerie morali e materiali. Per preparare (normalizzare) la cosiddetta “soluzione finale” c'erano in realtà voluti molti anni di propaganda e Allport voleva capirne i presupposti e i meccanismi. Oggi occorre fare un'operazione simile, attualizzandola, vorrei dire digitalizzandola. Possiamo ripartire dalla piramide dell'odio, elaborata anche sulla base delle evidenze delle ricerche di Allport, strumento interpretativo generato nell'ambito della didattica della Shoah con l'Anti-Defamation League (ADL), l'organizzazione mondiale nata nel 1913 negli Stati Uniti con la missione di contrastare l'odio antisemita. Lo strumento ha l'obiettivo di esemplificare come l'elezione a bersaglio sia un processo graduale che si svolge lungo una scala di comportamenti: comincia con insulti, derisioni, minacce verbali, linguaggio d'odio; può procedere in discriminazioni, poi in violenza fisica e persecuzione, fino ai crimini d'odio. La piramide dell'odio ha anche il merito di sottolineare il collegamento tra “parole” e “crimini” d'odio, con alla base un linguaggio ostile normalizzato e che ricorda come nelle società democratiche si può passare da un infra-razzismo e da un discorso d'odio banalizzato a quello conclamato che produce veri e propri atti criminali, evidenziando il ruolo degli stereotipi – e implicitamente dei pregiudizi che sugli stereotipi si reggono – nella costruzione sociale del discorso d'odio. Ma la piramide dell'odio oggi non è più sufficiente per comprendere le dinamiche dell'odio digitalizzato. Proviamo a capire perché.
Mentre i giganti tech delle piattaforme digitali erano impegnati ad accumulare miliardi di capitale raccogliendo, gestendo, interpretando e rivendendo i nostri dati personali come fosse un giacimento di petrolio senza possibilità di esaurimento, altri soggetti hanno compreso la forza – anche questa disruptive – che le dinamiche della Rete andavano definendo. Cambridge Analytica è stata una delle prime epifanie di questa capacità manipolatoria senza precedenti e senza confini, in grado probabilmente di influenzare elezioni democratiche di democrazie avanzate come quella statunitense (con l'elezione di Trump) o britannica (con la Brexit). In questo senso, il 2016 è considerato un anno spartiacque. Ma è stato solo l'inizio pubblico di una nuova era di propaganda digitale che ancora facciamo fatica a comprendere. Per anni la dinamica sull'odio online è stata schiacciata – e in parte ancora lo è – tra la visione anglosassone del libero pensiero in libero mercato, del more speech against hate speech, e quella eurocentrica del “vietare” l'odio, del rimuoverlo, sanzionarlo. Senza mai davvero soffermarsi sull'odio in sé, su quei contenuti, su chi li produceva e soprattutto su chi stava per sfruttarli.
È in questo vuoto interpretativo che si sono mossi gli attori dell'odio, coloro che hanno contribuito a creare l'odio digitale sono stati tra i primi a comprenderne il valore, a capirlo, monitorarlo, sfruttandone le dinamiche pervasive e virali, crescendo come un cancro all'interno degli immensi spazi lasciati incustoditi dai latifondisti delle piattaforme digitali, avvelenandone i pozzi, eruttando di odio all'interno delle camere dell'eco governate dagli algoritmi creati da ignari ingegneri, rendendo tutto davvero troppo dark.

Antonio Salvati

Roberto BortoneMolto social troppo dark. Tra hate speech, propaganda, metaverso e intelligenza artificiale: i rischi del web oggi  Fefè Editore, 2023
pagine 546
euro 25,00

[1] Cfr. Andrew Keen, Vertigine digitale, Milano, Egea, 2016, p. 116.
[2] Cfr. Tony Judt, Guasto è il mondo, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 66.
[3] Cfr. Antonio Gramsci, «Socialismo e cultura», in Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916, ora in Scritti giovanili, Torino, Einaudi, 1975, p.150. Cfr. anche https://left.it/2018/04/27/socialismo-e-cultura-il-pensiero-di-antonio-gramsci-che-puo-servire-alla-sinistra/.
[4] Cfr. Antonello Soro, Democrazia e potere dei dati. Libertà, algoritmi, umanesimo digitale, Milano. Baldini&Castoldi, 2019, p. 62.
[5] Cfr. Cass R. Sunstein, Republic.com, Bologna, il Mulino, 2001, p. 34.
[6] Cfr. Gustavo Ghidini, Daniele Manca, Alessandro Massolo, La nuova civiltà digitale, Milano, Solferino, 2020, p. 51.
[7] CENSIS, UCSI, Quattordicesimo rapporto sulla comunicazione. I media e il nuovo immaginario collettivo, Milano, Franco Angeli, 2017, p. 146.
[8] Cfr. Vera Gheno, Bruno Mastroianni, Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello, Milano, Longanesi, 2018, p. 45.
[9] Cfr. Walter Veltroni, Odiare l'odio. Dalle grandi persecuzioni del Novecento alla violenza sui social: le conseguenze tragiche di una malattia del nostro tempo, Milano, Rizzoli, 2020, p. 88.
[10] Cfr. Saul Levmore, Martha C. Nussbaum, The Offensive Internet. Speech, Privacy and Reputation, Harvard University Press, 2010, p. 28.
[11] Cfr. Vicenzo Paglia, L'età da inventare. La vecchiaia tra memoria ed eternità, Milano, Piemme, 2021, p. 116.
[12] Cfr. Gordon Allport, La natura del pregiudizio, Firenze, La Nuova Italia Scientifica, 1973.

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