I viaggi della carrozzina. Non solo gentilezza

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Il diritto ad esistere non deve dipendere dalla gentilezza.
Il diritto ad esistere deve sussistere in quanto si è individui.
Oggi ho preso la filovia 91 per andare al MUDEC (Museo delle culture) a vedere Banksy.
Il primo autobus non aveva la pedana.
L’autista del secondo ha fatto finta di non vedermi.
Quando mi son avvicinato, mentre teneva le portiere aperte per fare entrare gli studenti, ha detto che non era possibile entrare.
Gli ho solo detto “Cosa”! Sarà stato il tono, sarà stata l’espressione. Ha cambiato idea. E si è dato da fare. Prima ho dovuto spiegargli che doveva far scendere gli studenti, e farli rientrare successivamente alla mia salita.

Era una bella giornata di sole. Una di quelle in cui i ragazzi e le ragazze sono magicamente belli nelle loro scollature e nella loro giovinezza.
Banksy è geniale. È irriverente, sorprendente. Forse è uno dei pochi artisti in circolazione in grado di avere un’idea innovativa dell’arte, non solo nella forma, anche nei contenuti.
I suoi lavori sono uno più intrigante dell’altro.
Affascinanti i suoi topi che sopravvivranno all’olocausto nucleare.
Terribile e necessario il lavoro sulle maschere di Walt Disney, che tengono per mano la bambina vietnamita bruciata dal napalm.
Poetica la bambina che lascia andare nel cielo un palloncino a forma di cuore.
Surreale il ghepardo che forza il codice a barre, come se fossero le sbarre di una gabbia.
Affascinante il lavoro sui primitivi nella savana, che armati di lunghe lance si aggirano attorno a dei carrelli della spesa, pieni di timore reverenziale.
Questo solo per citare alcuni dei suoi lavori.
Mostra appagante. Per fortuna Milano riesce ancora a fornire occasioni così.
Ma… Poi… Poi è stato un continuo masticarsi le viscere.
È stato un continuo chiedersi: ma chi me lo fa fare?

Ho preso il tram 14 per andare in Duomo, ma il marciapiede della banchina era più alto della pedana e l’autista non ha potuto farmi salire. Sono dovuto andare alla fermata successiva. Nonostante il servizio di assistenza ai viaggiatori disabili, che avevo interpellato telefonicamente ore prima, mi avesse garantito che non cerano problemi sulla linea.
No problem.
Sono riuscito a salire sul 14 perché il marciapiede della nuova fermata era adeguato e la pedana è uscita senza problemi. Ho solo dovuto litigare con i passeggeri, che non ne volevano sapere di spostarsi dallo stallo adibito alle carrozzine. Per fortuna ho potuto azionare la pulsantiera per scendere alla mia fermata. Al mio tocco la pulsantiera si è illuminata. Per questo non ho capito come mai il macchinista stesse richiudendo le portiere, e proseguendo la corsa senza farmi scendere.
Mi sono avvilito, mi sono sentito umiliato, pieno di rabbia.
Volevo piangere.
Sono intervenuti alcuni passeggeri che mi hanno calmato, tenuto le portiere aperte.
Sono sbarcato sul marciapiede.
Odio sentirmi fragile. Esibire la mia fragilità più di quanto non faccia già il mio corpo.
Odio non potermi nascondere e proteggere dietro il sarcasmo, dietro la battuta feroce.
Ho chiesto all’autista che cosa fosse accaduto. Era dispiaciuto, la sua pulsantiera non aveva registrato la chiamata.

C’era il sole. La giornata era luminosa. La città profumava di fiori e libertà. Milano in questa stagione è così. È sempre più bella.
È stato bello attraversare il sagrato del Duomo inondato di luce ed andare in una delle mie librerie preferite. Lì sono gentili e accoglienti. Per questo ho fatto fatica quando uno dei commessi forse il più simpatico. Si è lamentato che io avessi fatto una segnalazione al Comune dicendo che c’erano stati atteggiamenti derisori.
Forse in un unico episodio ci sono stati, forse no.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che non si può elemosinare per un anno la pedana per entrare in negozio, e iniziare subito dopo a contrattare per far mettere un campanello di chiamata.
Il punto è caro amico. E mi permetto di chiamarti così perché la tua gentilezza, e quella dei tuoi colleghi, unita alla vostra affabilità, è reale.
Allora mi dispiace, anche se non chiedo scusa, per avere scritto nelle mie lettere d’amore al Comune che ci sono stati atteggiamenti derisori.
Quell’espressione è il mio urlo di dolore. E quando è necessario il proprio dolore è giusto urlarlo.
Non è questione di gentilezza o di buona educazione.
È questione di sopravvivenza.
Certo un viaggio come quello di oggi non sarà né il primo né l’ultimo. Ed è stato preceduto dalle comunicazioni con l’azienda che da un anno e più mi deve consegnare un nuovo sistema di locomozione e non ha risposte. È stato preceduto dalla telefonata con l’assistente sociale che sembra saperne tanto quanto la mia parrucchiera se no di meno.
Allora?
Allora urlo.
Forse qualcuno ascolterà. Sicuramente, intanto. Ascolto io.
E poi… non è che quando vai a comprare un libro, devi mettere in atto tutta la filosofia contenuta nei libri sulla guerra di von Clausewitz.
Ho ritirato i miei libri. Sono libri sulla morte.
Non vi preoccupate!
Paradossalmente quello della morte è uno dei temi più vitali che abbia incontrato nei miei 57 anni. Sant’Agostino dice che quella sulla morte è la domanda delle domande.

Il sole iniziava a tramontare. L’aria rinfrescava.
Fare merenda in uno dei bar dell’Università non mi ha messo di buon umore.
Mi ha consentito di bere un buon cappuccio e di non crollare sotto il peso della giornata.
Ho bevuto lentamente, afferrando la tazza con le mie mani ormai ridotte spuntoni da velociraptor.
Ho smanacciato per sfogliare i libri. Ho assorbito il profumo della carta. E per un momento le parole di Hillmann e Shamdasani mi hanno portato più vicino al mio centro.
Abbiamo ucciso i morti, e adesso ci aggiriamo in una vita che è poco più di un pregiudizio, lontani dalla pienezza dell’esistenza”.

Il viaggio di ritorno a casa è stato tranquillo. Il personale della metropolitana efficiente e gentile.
Ho trovato molta gentilezza anche al supermercato.
Ma la giornata non era ancora finita.
Avevo voluto soltanto vedere una mostra e comprare un libro. Ma mi serviva ancora una provetta per le urine.
Mi sono dovuto sbracciare per attirare l’attenzione. La farmacia non aveva la pedana e il campanello di chiamata.
Ero sfiancato dalle innumerevoli schermaglie. Mi sono chiesto se ne valesse la pena.
Ho protestato.
L’ho fatto con gentilezza, educazione, senza parolacce.
Ma non è questione di gentilezza.

Gianfranco Falcone

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