Iggy & The Stooges live a Rock in Roma. Avete mai visto Iggy dal vivo?

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Quando sono arrivato all’Ippodromo delle Capannelle e mi è passata davanti una  macchina lussuosa dai vetri oscurati con autista, da cui è sceso Iggy Pop insieme ad una “stangona” lunga due chilometri, ho pensato: forse ha messo la testa a posto. Ma è bastato che apparisse lì, in fondo al palco, a torso nudo come sempre, con l’aria di sfida di sempre e che partissero le prime due note di Raw Power per dissipare ogni dubbio….manco per idea.
La cerimonia dell’ostensione del suo corpo lacerato da mille battaglie, poteva cominciare. Officianti: il redivivo James Williamson alla chitarra, Steve Mckay al sax, Mike Watt al basso e Toby Dammitt alla batteria, tre quinti degli Stooges originali, neanche male, visto quante ne hanno fatte. E se non sono più la banda di teppisti che ha inventato il punk come ai vecchi tempi, la scossa tellurica che provocano nella platea è sempre la stessa.

Due dischi epocali nel 1969 e nel 1970 che sono il lato oscuro del rock degli anni settanta come i primi due dei Velvet Underground lo erano stati per gli anni sessanta.
Musica estrema che gioca pericolosamente col fuoco della pazzia, che incrocia la chitarra distorta con il free jazz, con il blues più malato e sporco. Con un cantante (ma è riduttivo chiamarlo così),
che non conosce il pudore e porta alle estreme conseguenze il concetto di performance live rielaborato da Jim Morrison. Il teatro dell’assurdo inscenato sul palco dal cantante dei Doors si trasforma nel teatro della crudeltà, con gli Stooges a far da colonna sonora deviata all’autolesionismo e alle provocazioni dell’Iguana.

Iggy Pop è l’atleta definitivo, colui che spinge l’asticella sempre più in alto nell’identificazione fra arte e vita e squarcia il velo fra verità e finzione. Le sue ferite sanguinano  e non guariscono mai. Il sangue che sgorga è linfa che perpetua la rappresentazione. E non è una metafora. Il caos è il messaggio ed il corpo è il suo medium. Tutto ciò che di trasgressivo possiate aver fatto nella vostra vita, bene, sappiate che non è niente in confronto a quello che ha fatto lui…siamo timide educande nella casa del divertimento, dove tra il crepitio di bottiglie di birra in frantumi e ghepardi al guinzaglio, diamo una sbirciata al vero lato selvaggio della vita. La virtù non sta nel mezzo, come dicevano i Latini, la virtù sta nell’eccesso.
Una musica sublime ed una vita miserabile, sempre senza un soldo in tasca e la guerra tra poveri di chi non sa come sbarcare il lunario. Freaks in un mondo che se li scrolla di dosso con una smorfia di scherno. Ci pensa David Bowie a dargli una chance. Il duca bianco è un devoto che ne subisce il fascino sinistro. Li fa scritturare dalla sua compagnia e gli produce il terzo disco con una delle copertine più belle di sempre: lo scatto di Mick Rock fa epoca e cattura un efebico Iggy come una statua dorata sullo sfondo di un buco nero, che è l’abisso in cui cadranno di nuovo. Poi il buio totale, the end. Ma sarà ancora lui, quando il mondo si risveglia da un lento torpore, nel 1977,  a ripescare l’Iguana dai bassifondi della crudele ed ingrata Los Angeles (Have you got any money? Are you anybody?) e a portarselo a Berlino per rivestirlo di una nuova vita e per fargli occupare il posto che merita nell’olimpo degli dei. Se qualcuno un giorno scriverà un’ epopea romantica della musica rock, questa è una delle storie di redenzione più belle…si può entrare nella leggenda anche senza morire giovani, vero Jimi? Vero Janis? Vero Jim? Vero Brian? Vero Kurt?

Un tempo i giovani Stooges si nutrivano delle paure e delle paranoie del pubblico e lo spingevano a raggiungere il nirvana…non era facile reggere la sfida e qualcuno ne usciva sconvolto, come in un viaggio acido andato a male, ora le scosse elettriche che emanano hanno a che fare con l’estasi. E Iggy, che non deve dimostrare più niente a nessuno, può sfoderare la sua voce più bella di sempre, le coloriture espressive sui pezzi lenti (si fa per dire) Gimme Danger o Open up and bleed sono veramente da favola. Ma poi è il tarantolato che la gente vuole applaudire e lui non si risparmia, anche quando, cessata la musica e i musici ormai nei camerini, rimane da solo sul palco a ballare una musica che ha in testa solo lui, che cavalca l’onda d’energia che gli manda la platea. O quando, accucciato ai lati del palco come un bambino viziato, fa urlare a tremila persone “voglio essere il tuo cane”.
Andare in pensione? Ma ve lo immaginate Iggy che racconta ai nipoti di quella volta che zio Scott è passato con un camion alto quattro metri sotto un ponte alto tre metri?

Mario Barricella

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