Il 30° Salone del libro di Torino

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Si è chiuso nella serata di lunedì 22 maggio il trentesimo Salone del Libro di Torino. Il consuntivo finale dell’ormai irrinunciabile appuntamento annuale sabaudo è stato di 165.746 visitatori, di cui oltre 140 mila al Lingotto, sede istituzionale, e circa 25 mila sparsi tra i tanti eventi cittadini che lo hanno accompagnato. L’edizione ha battuto tutti i record di presenza; risultato clamoroso se si pensa al sapore particolare che ha avuto, arrivando subito dopo la “novità” della fiera milanese dedicata all’editoria, la quale però non sembra neanche essersi avvicinata al successo torinese.
Come ogni anno quindi è stato il “Salone” a suscitare il maggiore interesse, grazie all’usuale fascino di un ormai storico, irrinunciabile incontro all’ombra della Mole dove, oltre al consueto “passaggio” politico di ministri e istituzioni, non sono mancati i grandi ospiti del panorama letterario, artistico e accademico mondiale. Da Daniel Pennac, grande protagonista della “Booksound Fest”, spettacolo dedicato alla lettura ad alta voce, a Luis Sepulveda; dal “collettivo Wu-Ming al fenomeno “graphic” Zerocalcare. E ancora, il “padrone di casa” Alessandro Baricco, poi Bergonzoni, Paco Ignacio Taibo II, Gianni Minà. Non sono mancati i musicisti: su tutti Fabio Concato e Roy Paci, e attori, come la bravissima Valeria Bruni Tedeschi. Oltre alla consueta nutrita la schiera dei giornalisti.

Gli stand al Salone del libro Torino trentesima edizione
Al di là degli interventi però, è importante soffermarsi sul clima che si è respirato tra gli innumerevoli stand del Lingotto, uno spazio enorme ma fittamente riempito, farcito di un variegato insieme fatto di persone in cammino e carta, immobile e sfogliata. In due parole: rumoroso colore. È lui il protagonista principale di ogni edizione, di ogni incontro nell’ex fabbrica. L’occhio dunque è sempre in movimento: segue il miracolo di gruppi di adolescenti in fila a fare scorta di “classici”; si sofferma sui bambini delle elementari seduti ad ascoltare, ora le storie lette, ora il rimprovero della maestra per una distrazione. Ci sono i lettori accaniti, forse un po’ fanatici, che arrivano direttamente con il carrello della spesa, oppure devoti seguaci a caccia di autografi e selfie; intellettuali di tutte le età in fila davanti ai luoghi dei dibattiti o per assistere alla presentazione dei libri. Spesso a prescindere di chi ne sia autore.
Ovunque un brusio, una eco fragorosa di parole e microfoni, vicini e lontani. Ci sono le televisioni e le radio. Si incrociano le file e si percorre la moquette di vialetti ordinatamente squadrati, quasi a voler imitare la disposizione a quadrilatero, a castrum, della città ospitante. Ci si ferma sempre ma non ci si siede mai. È caccia aperta all’espositore: dai più grandi e noti, che inevitabilmente si prendono gli spazi e la scena, fino alle piccole case editrici, o a quelle monotematiche che propongono nuovi autori o argomenti sfiziosi. Gli stand vanitosi delle Regioni fanno bella mostra del loro patrimonio artistico e invitano ad una subitanea visita dei luoghi esposti e raccontati.

Il Salone del Libro è dunque ancora, sempre, una manifestazione viva, dove trionfa la bellezza raccontata e con lei tutti i sensi. Assistere alla partecipazione di così tante persone, tra le quali moltissimi giovani, riempie l’animo di positività e fa mettere da parte, per tutto il tempo di permanenza, le brutture che sono nella vita reale, appena al di là del fabbricato. Letteratura, narrativa, storia, saggistica, e tutto il resto scritto e raccontato, appartengono a un mondo ideale ma evidentemente ancora vagheggiato e sognato. È senz’altro un rifugio, una fuga dalla realtà: ma è necessario. L’esigenza ricercata di astrazione, di una vita parallela. E anche il desiderio di esserci, o meglio, l’ostentazione di essere qui e non altrove, dove il banale vorrebbe relegarci. Una scelta precisa, una comunanza autentica.
Cristiano Roccheggiani

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