Il bello di un paesaggio

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Il paesaggio che attraversiamo racconta chi siamo e chi siamo stati. Nel suo degrado come nella sua rinascita si rappresenta il nostro attraversamento. La sua bellezza o la sua bruttezza dipendono dal nostro modo di guardare, che cambia con i tempi. Camminare in un paesaggio senza capirlo, senza riuscire a leggerne i tratti, è una fatica sprecata; l’osservazione racconta una storia, crea un’emozione.

San Galgano è un’abbazia senza tetto, immersa in un panorama di prati e campi, cuore di una immutata solitudine. Nonostante l’abbandono è al centro di un paesaggio che narra mille vicende. La sua storia, lontanissima nel tempo, è iniziata con una spada conficcata nelle fenditure di un masso da un cavaliere che si fece eremita; prosegue con la costruzione di un complesso abbaziale che i monaci cistercensi resero straordinariamente prospero. Nella ricerca di una natura vergine dove vivere con semplicità pregando e lavorando, i monaci trasformarono il territorio paludoso che li circondava in una teoria di campi coltivati. La storia di pace e di ricchezza, costruita sul lavoro duro ma nobilitante, scivola poi inesorabile nel disordine delle carestie, nella tragedia delle epidemie, nell’incuria dei tempi.

L'abbazia di San Galgano senza tetto e senza finestre

Ma anche davanti a tetti divelti e mura crollate, di fronte ad un paesaggio che non è altro che una distesa di terra, che pur regolarmente rivoltata non produce nulla e sembra senza scopo e senza vita, le emozioni si alternano. Sebbene al centro di quella distesa di terra, San Galgano non ne sia realmente più il fulcro, resta parte imprescindibile di un panorama mozzafiato.
Le linee spezzate delle pareti, gli strappi lasciati dalle volte crollate, la volta azzurra del cielo che si inarca sulle navate, incanta chiunque. Davanti ad un simile paesaggio l’imperturbabilità è impossibile; di fronte alla luce che pervade ogni angolo, al sole che illumina le pietre e arrossa i mattoni, la domanda se il bello può essere percepito da chiunque ha solo un SI come risposta. La bellezza in tutta la sua soggetività ripara, cura, rasserena tutti.

Pensare all’esistenza oggettiva del bello assoluto o del brutto assoluto appare un esercizio intellettuale vano e sterile; camminiamo nel mondo che ci circonda costruendolo e ricostruendolo nel tempo, leggendolo e rileggendolo continuamente a seconda delle nostre emozioni, delle nostre storie o delle nostre esperienze. Il bello si mescola costantemente al suo contrario, creando cose sempre nuove, difficili da percepire forse, ma sempre tese ad un riconoscibile splendore. Non c’è nulla che non ci sia utile.
La nostra ricerca di meraviglia, qualsiasi senso o direzione essa prenda ha un unico obiettivo: fare bella la nostra esistenza, decorarla in maniera tale da renderci felici.
Nella mutevolezza del mondo risiede la nostra immutabilità di intenti.
V.Ch.

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