Il calcio di Marc Augé nel paradiso dei nuovi stadi

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Il calcio secondo Marc Augé, antropologo etnologo francese di fama mondiale, vive un picco di esaltazione, diversa da ogni esuberanza precedente, travisato, questa volta, in uno stato di spostamento culturale e socio-psicologico globale. Anzi di crisi globale, che tutto trasla altrove.
È in questo semplificato il pensiero di Marc Augé, con alcune chiose personali aggiuntive. La società contemporanea attuale – deformante – ha costretto i singoli in un individualismo solitario che, parallelamente, crea l’esigenza spasmodica di ri-sentirsi collegati, anche lontano e/o anche virtualmente. Ad altre cose e comunità, reali e/o irreali, con effetto bandiera. Nel caso in questione, i nuovi miraggi sono rappresentati, in modo più intenso rispetto al passato, dalle vicende delle amate società calcio. Vicine e/o lontane, in una rappresentazione sempre più concettuale, che non ha più bisogno di riferimenti diretti, visto che i media hanno accorciato e virtualizzato tutto. Che non ci appartengono più realmente, ma che ci coinvolgono.Uno degli effetti più evidenti di questa contemporaneità disarmante, è che la stiamo vivendo anche attraverso la passione calcistica. Conseguenza della crisi globale, che contagia anche precedenti passioni, attraverso il meccanismo dello spostamento concettuale. Portandoci altrove, anche quando viviamo entusiasmi che ci appaiono gli stessi di ieri. Così creando una parallela condizione di individualismo e comunitarismo solitario.Non è nemmeno il solito “tifo calcistico” che conoscevamo tempo fa e che ci conteneva comunque dentro.

La situazione si è accentuata, creando maggiori distacchi psicologici fuori. Il calcio contemporaneo e le passioni sfrenate per la/le nostra/e squadra/e, talvolta una vicina e l’altra lontana, possono essere paragonate, per Marc Augé, alle suggestioni di una nuova e strana religione, e ai suoi riti. Facciamo il tifo per la squadra della nostra città, come primo obbligo di cittadinanza (appartenenza scontata), spesso, però, complementare. Poi surclassato dalla passione ancora più esasperata per una squadra lontana che si è guadagnata una rinomanza internazionale, che ci porta lontano, come se volessimo fuggire.Si tratta della famosa Triade calcistica del nord Italia (Juventus, Milan, Inter), al di là di qualsiasi storica rivalità nord-sud, che nel tifo calcistico sembra a-spaziale. È un po’ come se volessimo evadere dal nostro ambito urbano provinciale e non, alla ricerca di qualcosa di più impalpabile. Una rivalsa inconscia, irrazionale, che accorciamo con la passione calcistica. Oggi la stessa sensazione è ancora più evasiva e generalizzata. Potremmo dire che è un’ulteriore globalizzazione, anche calcistica, con un maggiore spaesamento, però meglio assorbito. La squadra lontana spiega meglio la nostra traslazione attuale. Oggi più di ieri. Anche se le squadre lontane della stessa Triade calcistica stanno trasferendosi in mani proprietarie aliene. Cina e oltre. Intrappolate dentro un nuovo gioco finanziario interplanetario, che non è più espressione diretta della passione pura.

Le Società calcistiche sono diventate SPA, e poi multinazionali, in un mercato inter lingue. Saltano le Nazioni e i Continenti, trasferendo più lontano di lontano ogni realtà tangibile, astraendo il concetto dei confini (i muri sono un’altra cosa). È difficile credere che i nuovi proprietari cinesi, o globali che siano, guardino alle nostre Società calcistiche dall’esterno, mentre noi continuiamo ad accarezzare con traslata passione il simbolo, che sta al di fuori di tutto. Distratti o virtualizzati noi stessi, come ogni cosa. Le stesso squadre (globali), in ragione di questa progressiva trasformazione del calcio globale, si dotano di una pan-struttura e pan-giocatori di varia provenienza. Prevalenza di giocatori stranieri ovunque, senza più limiti, che non ci rappresentano più come identità doc, grazie ad una nostra tecnica doc di altri tempi. Indebolendo la stessa Nazionale italiana, che sembra non più produrre i grandi talenti di casa. Gareggiando con altre grandi scuole calcistiche note, brasiliane, argentine, sudamericane in genere, dove ora emerge più di prima la povertà collettiva che genera fuoriclasse. Troppo spesso mischiati alle mezze tacche, che noi accettiamo lo stesso. È più facile acquistare (la nuova finanza calcistica) calciatori stranieri già pronti sul mercato mondiale infinito, piuttosto che sostenere elevati costi per scuole di calcio interne. Fenomeno eccessivo che è contestabile soprattutto se è protratto dall’illusione di diventare più forti (non è così, salvo fuoriclasse), ovvero per apparire omologati nei confronti di avversari internazionali.

Come ogni religione, il calcio, o meglio l’idealizzazione della propria squadra, lontana/vicina, ha necessità – Marc Augé – di appropriati Totem, simboli astratti, che rappresentano l’immagine paranormale della propria passione. Reale non reale al tempo stesso.Il Totem consente di riappropriarsi della sensazione di appartenenza, perlomeno nei confronti di una collettività astratta. Valenza sostitutiva contro la negatività individualistica. I Totem, ovvero gli emblemi del nostro idolo calcistico, ci sono sempre stati, ma oggi, più che ieri, lo sdoppiamento è netto. Il Totem sta troppo al di sopra di tutto. Nel calcio contemporaneo “la squadra è il Totem, i calciatori sono divinità” (criticabili), dice Marc Augé continua con le sue immagini originali : «…nei loro confronti (i calciatori), noi spettatori ci poniamo nella stessa posizione degli Dei di Omero, che osservavano gli uomini battersi nell’arena. I giocatori sono divinità minori, che noi guardiamo dal punto di vista degli Dei superiori, ridimensionando il loro potenziale divino». Quando la nostra squadra del cuore perde, ovvero non raggiunge gli obiettivi prefissati è un incidenti di percorso. Siamo portati ad assolvere le divinità-calciatori, condannando al loro posto la divinità mediatrice, che li mette in ordine prestabilito. L’Allenatore. Salvaguardando, ovviamente, il Totem-fede, che rimane sempre più alto che si può, marcato a fuoco.Il Totem rappresenta il simbolo estremizzato della nuova religione, che ha bisogno dei suoi riti, cioè le partite di calcio. “La religione ha bisogno di riti, che servono a strutturare il tempo creando un’attesa. Nel rito della partita però la celebrazione produce un risultato immediato, mettendo fine all’incognita. In soli novanta minuti, il rito apre e chiude il tempo dell’attesa, con un effetto di accelerazione decisivo. è un rito immediato, che oltretutto si svolgerà di nuovo. Il verdetto non è definitivo. Ci sarà sempre un’altra partita. […] Il calcio è una religione facile perché non implica l’obbligo di credere in un Dio. Detto ciò, se in passato il calcio-religione è stato a volte considerato una sorta di oppio dei popoli in grado di addormentare le coscienze, oggi più che un oppio è piuttosto una droga dura, un eccitante che produce adrenalina e scatena impulsi bellicosi». Aggiungo, per superare gli stati di incertezza contemporanei, i dubbi, il panico globale, la solitudine contemporanea, che ci spinge ad unirci in ambiti collettivi astratti, che non comportano nuovi obblighi, nuovi doveri. E nemmeno nuovi diritti.

Nella nuova religione calcistica rientra anche il desiderio spasmodico di nuovi stadi. Anche qui per traslazione concettuale altrove. Marc Augé potrebbe completare la sua teoria con i nuovi stadi e i loro connessi, come nuvole divine, dove l’intero rito calcistico si svolge. I comuni si vogliono spogliare dei loro oneri di costruzione, manutenzione, gestione dei nuovi Stadi-nuvole, affidando il nuovo compito a Privati e Società calcistiche, che per assicurare adeguato ritorno economico, devono aggiungere strutture commerciali, per il tempo libero, la ristorazione (la cultura non credo). Un meccanismo che conosciamo anche in altri campi.L’alibi urbanistico è quella di evitare che lo stadio sia un’astronave calata dal cielo, senza integrazione/mediazione urbana.Comunque gli oneri privati ritorneranno a carico dei cittadini. Come sempre. Oltre le tasse. Se poi sono cittadini-tifosi l’entusiasmo cancella i pesi. Magari se il nuovo Stadio rassomiglia allo Stadio della Juventus ancora di più. Non eccezionale nella realtà, ma favoloso nell’immaginario. Intanto non importa se l’Ambiente ed il Paesaggio ne soffrono! Come a Pescara, dove il nuovo Stadio dovrebbe atterrare in Zona verde non trattata tra la via Pantini e la circumvallazione (notizia su “il Centro” del 13 giugno 2017), comunque contigua alle uniche pinete pescaresi residue. L’articolo di giornale giustifica l’occupazione dell’Area verde a ciò condannata (eufemismo della “Cittadella dello sport”), come sistema per “compattare” le Pinete (meglio dire “stringere”, “imprigionare”).Cari pescaresi, avete ormai ridotto alla quasi nullità la vostra antica risorsa verde peri-costiera. Quella che Gabriele D’Annunzio solitamente (dicono) percorreva a cavallo, fino a Francavilla al mare, per incontrare il suo amico pittore Francesco Paolo Michetti, e l’amico musicista Francesco Paolo Tosti di Ortona. La memoria storica delle vaste Pinete pescaresi-abruzzesi è al lumicino. Fa sorridere, anche l’ipotesi che l’attuale Stadio Adriatico possa essere poi affidato all’Università, per attività sportive minori (?). Dove prenderà le risorse? È il passaggio del cerino.Uno Stadio troppo piccolo (?) per la città, troppo grande per l’Università. Un’alternativa sostenibile potrebbe essere, invece, quella di una perequazione compensativa dislocata. Lo Stadio Adriatico rimarrebbe quello (bellissimo) attuale, con interventi compatibili di ampliamento/ristrutturazione conservativa, mentre le strutture economiche di supporto potrebbero essere dislocate altrove. (!) L’effetto economico-finanziario sarebbe lo stesso. Anzi con costi minori. Marc Augé, sarebbe la tua soluzione per un Paradiso degli Dei riconciliati!
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia navigante
Marc Augé, “Football. Il Calcio come fenomeno religioso“, EDB Lampi
“Pescara cittadella dello sport”, 13 giugno 2017, red.pescara@ilcentro.it

 

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