Il calcio: una passione patologica

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Le vicende del calciomercato di quest’estate mi hanno lievemente allontanato dalla mia inguaribile passione calcistica. Ciò non vuol dire che non vedo più le partite, una specie di droga, che non mi informi più sulle vicende di campo o di mercato, ma che lo faccio con una distanza ed un disincanto sempre crescenti. Allora mi è venuto da chiedermi il perché questo sport sia così universale, globale come si dice oggi. Non c’è dubbio che il calcio sia lo sport più popolare al mondo, non so se il più praticato ma certamente quello che muove più masse ed interessi.

Addirittura, quest’estate, tra le tante notizie folli da notiziario economico che si sono collegate alle vicende di calciomercato, arriva la storia di Graziano Pellè, acquistato per una cifra assurda, assolutamente scollegata dal valore effettivo del giocatore, da un club cinese nell’ambito di un piano governativo volto ad incentivare la pratica del calcio in Cina ed a rendere, anche in questo business, la Cina uno dei primi player al mondo. Quindi, ormai, gli USA sono dentro, la Cina è coinvolta, l’Africa lo è da tempo, perfino Australia ed India forniscono segnali di passione per il calcio. È lo sport dell’era moderna e post moderna; l’organizzazione dei mondiali di calcio muove quasi gli stessi interessi economici dell’organizzazione di una edizione dei Giochi Olimpici, infatti gli emiri si sono aggiudicati i Mondiali di calcio del 2022. Per garantire il successo di questo business la data di svolgimento delle gare verrà spostata dall’estate, stagione assolutamente impraticabile a quelle latitudini, al Natale. Stanno costruendo gli stadi per i mondiali in Qatar facendo lavorare manodopera in condizione di semi schiavitù; purtroppo di fronte a cotal business nessuno se ne frega.

Eppure, nonostante queste riflessioni sullo stato di salute del calcio internazionale, collegate a quello nazionale moribondo, ostaggio dei Tavecchio, Lotito, Marotta, Zamparini, De  Laurentiis, Galliani & co., resta intatta, o quasi, la passione delle masse di tifosi. Noi italiani ci accontentiamo di ammirare da lontano i modelli Premier e Liga, con i loro meravigliosi stadi e le carrettate di campioni che  ci giocano, con la possibilità per la Premier di una lotta sportiva ad armi pari che porti alla vittoria di un club come il Leicester.
Ci accontentiamo di questo nostro campionato, ormai minore, nel quale prevale l’incultura sportiva juventina per la quale “l’unica cosa che conta è la vittoria” (Boniperti). È fondamentale ricordare a tutti che questo è sempre e comunque il contrario dello spirito sportivo, perché è verissimo che si deve competere sempre per prevalere ma non usando metodi antisportivi (ancor più che agli arbitri rinchiusi negli stanzini o al doping scoperto da Guariniello e denunciato da Zeman, casi oggetto dell’azione della magistratura ordinaria, mi riferisco all’affaire Berbatov intercettato da Marotta all’aeroporto di Monaco mentre andava a firmare per la Fiorentina).  Non è solo la Juventus ad esprimere questa incultura: il Milan di Galliani e Berlusconi che va via dal campo di Marsiglia subendo l’onta di una super squalifica, gli scandali finanziari di una ex grande società come il Parma, le nefandezze di Maurizio Zamparini con i suoi allenatori, cambiati più o meno come fossero delle scarpe vecchie, le inutili proteste verso gli arbitri di Napoli e Roma, gli scandali scommesse come quello di Masiello o, ancora più assurde, di Beppe Signori. E sto tralasciando quello che emerge dalla serie, infarcite di scandali per scommesse, fallimenti finanziari, assalti malavitosi o fascisti ad incolpevoli giocatori. E non ho nominato l’Inter che butta soldi che è una bellezza!!

Finché prevarrà, in campo e fuori, questa incultura, l’Italia rimarrà una provincia di questo sport. La luce dell’annata finora è il Milan, che in verità non gioca un gran calcio, che lancia, grazie ad un mister assolutamente non banale, una serie di giovani campioncini che garantiscono uno splendido futuro al calcio italiano.

Raccolgo l’appello dell’anziano ex- presidente del Napoli, Roberto Fiore, che chiede a De Laurentiis di lavorare di più sui vivai in Campania. Un intervento del genere, in quei luoghi, avrebbe una indubbia valenza sociale. Peraltro, una rilevante porzione di giocatori della Serie A proviene dalla Campania e dal Sud in generale. Questo potrebbe essere un valido progetto, al di là delle vittorie di trofei, che dà valore alla relazione con una città ed un territorio. Pensate che imprenditore/presidente che abbiamo, avrebbe la possibilità di contribuire al riscatto di interi quartieri, costruendo peraltro un patrimonio da questa scelta ed invece è lì a piangere per l’infortunio dell’unico centravanti degno di questo nome immesso nella rosa, nonostante ricavi conseguiti per oltre 150 milioni di euro. Come ho già detto in altre occasioni, non penso che ADL guadagni qualcosa da queste scelte ma semplicemente dimostri la piccolezza di una larga parte del mondo imprenditoriale italiano. Basterebbe una scelta imprenditoriale siffatta a far tornare il calcio come strumento di cultura; penso che con la guida tecnica di un mister come Maurizio Sarri tutto ciò sarebbe più semplice. Nel calcio costoro finiscono preda di squali come Mino Raiola. Ecco, questo bieco personaggio mi sembra esprimere al meglio il livello di degrado cui è giunto il business che circonda questo sport. Moggi era un intellettuale a confronto.

Tornando alla domanda iniziale: perché questa passione resta intatta?  Personalmente, credo che il calcio abbia due grandi valenze.
La prima è tipica dell’infanzia. Nella mia mente il gioco del pallone è strettamente collegato al concetto di gioia e di libertà. Da bambini basta un pallone ed uno spiazzo di qualsiasi tipo ed esplode la gioia, senza regole o tattiche, che ti porta ad imitare gli idoli che hai ammirato da lontano. Tra l’altro, ciascuno si diverte seguendo le sue propensioni: per me era inspiegabile che qualcuno adorasse andare a porta, eppure quel qualcuno adorava ad es. Dino Zoff e provava e ripeterne le gesta sportive. Ricordo nitidamente un’estate non proprio felicissima trascorsa con mio padre a Procida; l’unico grande momento di gioia è stato quando, in un tardo pomeriggio di spiaggia deserta, mio padre, che era un buon portiere, decise di mettere alla prova calcistica me e mio fratello. Giocammo a lungo, finimmo ad ascoltare i suoi racconti sui portieri anteguerra. In quel frangente, quell’uomo ormai quasi cinquantenne, tornò per un paio d’ore bambino felice e noi con lui. Potere del calcio!!
L’altro motivo che porta gli adulti a restare appassionati, o come nel mio caso malati, di calcio è l’appartenenza. Qualche mio amico aggiunge il piacere estetico, ma a me sembra che quel piacere è più conseguenza che causa della passione del calcio. Il tifoso appartiene ad una squadra di calcio senza nessuna remora. È una adesione acritica e duratura, senza quasi nessuna possibilità di remissione. Basti pensare alla vastissima letteratura in merito, il cui culmine probabilmente è raggiunto da Nick Hornby con “Febbre a 90°”. Hornby, scrittore di grandissimo successo internazionale, gira per il mondo a presentare i suoi magnifici libri ma ha perso un numero di partite giocate in casa dall’Arsenal inferiore alla doppia cifra. C’è chi dice che questa passione è quasi una cura per l’umanità che ritrova appartenenza sociale, in un’epoca in cui “le comunità” reali e non virtuali scarseggiano. Ho sentito dire che si tratterebbe della rappresentazione della guerra sotto altre forme; film come “Fuga per la vittoria” rendono credibile ed evidente questo link. Penso che conti l’appartenenza geografica più di ogni altra cosa; so bene che sussistono delle eccezioni, come ad esempio in Italia coloro che provenendo dal Sud della linea gotica tifano per squadre del Nord. È un’eccezione molto italiana, non vorrei esagerare dicendo che è da collegare alla modalità con cui questo paese è stato unito: il Sud rimasto subalterno, per vincere attribuisce la propria passione a squadre del Nord. È più difficile, ad es. in Inghilterra, che un cittadino di Liverpool tifi Manchester, City  o United fate voi. Questa appartenenza, a prescindere da tutte le considerazioni, ci porta alla malattia, a dimenticare Tavecchio, gli schiavi che in Qatar o negli Emirati stanno costruendo gli stadi, Marotta che va ad intercettare Berbatov in aeroporto, le curve razziste e naziste, e De Laurentiis che guarda solo al profitto.
Purtroppo, resto un malato!
Vittorio Fresa

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