Il cambiamento climatico mette a rischio 50 anni di miglioramenti nella salute pubblica

Argentina perito Moreno
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A pochi giorni dall’Enciclica Laudato Si’ con la quale Papa Francesco ha trasportato tutta la sua forza comunicativa e di “leader politico” nella difesa di uno sviluppo sostenibile, rispettoso di madre terra e dei suoi abitanti in particolare dei poveri, la Commissione sul cambiamento climatico e sulla salute Lancet/UCL con la collaborazione di decine di esperti di tutto il mondo e con il sostegno di Margaret Chan direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite hanno prodotto un importante rapporto [1] la cui conclusione è che il cambiamento climatico con l’aumento della temperatura mette a rischio 50 anni di progressi fatti nel campo della salute.  Questo rischio viene definito “potenzialmente catastrofico”.
Lo stesso rapporto afferma, nelle sue conclusioni, che diminuire significativamente l’uso di combustibili fossili sarebbe anche una straordinaria opportunità per migliorare la salute delle persone nel nostro secolo.

Alla base di tutte le disattese speranze per un’inversione di tendenza c’è l’assenza di una volontà politica in grado di indirizzare l’economia verso soluzioni a basse emissioni di carbonio. Del resto «importanti progressi tecnologici hanno reso edifici e veicoli più efficienti e reso le fonti di energia rinnovabili molto più convenienti. A livello globale, abbondano risorse finanziarie, ma oggi per la gran parte sono investite nell’industria del combustibile fossile».  E così continuiamo a veder aumentare inondazioni, tempeste sempre più frequenti, siccità e l’inquinamento non accenna a diminuire provocando spostamenti biblici, una maggiore diffusione di malattie, fenomeni estesi di denutrizione e anche un peggioramento della salute mentale.

Le emissioni tossiche in determinate località, come Pechino, vengono immediatamente osservate e aumentano i rischi di malattie cardio-vascolari e del cancro al polmone, mentre l’aumento della temperatura della terra ha avuto tempi più lunghi ma territorialmente molto più vasti e con popolazioni sempre più ampie. E se non si inverte la tendenza le conseguenze saranno devastanti come si diceva. Al momento però gli studi indicano, per i prossimi 25 anni,  che la domanda di energia probabilmente continuerà crescere, in particolare nelle nazioni con economie di medie dimensioni e con reddito pro-capite basso e dove la maggior parte dei cittadini non hanno accesso ad energia sicura e con costi sostenibili. Il miglioramento delle condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo  raddoppierà la domanda di energia nei paesi non OCSE entro il 2035 (+107%) rispetto al 2010, mentre nei paesi OCSE dovrebbe crescere del 14%. Ma di questa «crescita della domanda continueranno a beneficiare direttamente le regioni ad alto reddito attraverso le esportazioni».
Ma gli effetti fortemente negativi sulla salute provocati dai cambiamenti climatici non sono rappresentati né oggetto di interventi con la dovuta importanza, spiega il rapporto. Sono poche le nazioni che hanno inserito il cambiamento climatico nei «processi decisionali relativi alla salute pubblica».

La Commissione europea ha stimato che nella sola Unione riducendo l’inquinamento al fine di attenuare il cambiamento climatico comporterebbe benefici per 38 miliardi di euro all’anno dal 2050 grazie alla riduzione della mortalità. Con l’aumento al 36% delle fonti rinnovabili entro il 2030 (dal 18% del 2010)   l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) calcola fino ad una risparmio di 230 miliardi di dollari annui entro dal 2030 sui costi per la salute.

Le sessanta pagine del rapporto contengono anche dieci raccomandazioni sulle decisioni e interventi da porre in essere entro i prossimi cinque anni: analisi più approfondite e continue per studiare il fenomeno e i suoi risvolti sulla salute pubblica; sviluppare un maggior coordinamento tra i Ministeri della Sanità e gli altri ministeri; aiutare – attraverso accordi con disponibilità finanziarie i paesi in via di sviluppo nella transizione verso energie rinnovabili; incoraggiare anche la transizione verso città che sostengono e promuovono stili di vita sani per l’individuo e per il pianeta attraverso per esempio lo sviluppo di edifici alta efficienza energetica, del trasporto attivo o l’accesso facilitato agli spazi verdi, misure che «migliorano la capacità di adattamento, riducendo nel contempo anche l’inquinamento urbano, le emissioni di gas serra e i tassi di malattie cardiovascolari, il cancro, l’obesità, il diabete, le malattie mentali e quelle respiratorie».
Più salute, meno costi e una vita migliore. Ma resta complicato con questi modelli economici.
Pasquale Esposito

[1] Health and climate change: policy responses to protect public health

 

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