Il Canto di Ulisse da Primo Levi, con Roberto Herlitzka e e Stefano Santospago

il canto di ulisse
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Una serata per non dimenticare che il male non è un accidente della storia e che, se non combattuto, l’orrore può sempre ritornare a seminare i campi d’Europa

Nel 2019, a cent’anni di distanza dalla sua nascita, molte sono state le iniziative programmate per rendere omaggio a Primo Levi e, insieme e soprattutto, sottolineare la necessità di riflettere su quanto siano ancora e sempre attuali le parole che il chimico torinese – internato nel campo di sterminio di Auschwitz e infine, liberato e superstite testimone di quell’orrore – ci ha lasciate.
La pandemia ha costretto al rinvio di molti degli appuntamenti programmati.
Sembra perciò quasi uno scherzo della storia il fatto che, proprio quando, con il progressivo allentamento della stretta emergenziale, si può tentare di recuperare alcune tra quelle iniziative, torni a tuonare il cannone e a risuonare, nelle coscienze di tutti gli europei, l’avvertimento che le distruzioni e gli orrori che la spietata follia e la volontà di imporre, costasse quel che costasse, la propria supposta supremazia, avevano prodotto 80 anni or sono, non sono terminate con la liberazione dei sopravvissuti alla Shoah e che le armi e la guerra stanno tornando a macchiare, con il sangue degli innocenti, le zolle innevate delle sterminate pianure dell’estremo oriente europeo.

Il lascito di Levi e la sua attualità sono proprio nella capacità di raccontare, con il rigore dello scienziato, la spietata e persino banale logica quotidiana, con cui il terrore e la volontà di sterminio nazista operavano; ma anche, con il proprio diretto e personale coinvolgimento di uomo tra gli uomini. Il racconto della dolorosa quotidianità tra le mille maniere con cui i confinati, hanno vissuto quell’universo concentrazionario – chi con la disperata rassegnazione della vittima predestinata e chi con la cocciutaggine astuta e, talvolta, persino spietata, di ricercare tutte le occasioni, fossero anche miserrime, di conquistare la propria individuale salvezza.
Nell’improbo e, al tempo stesso pressoché impossibile, tentativo di giungere a non rimanere sommersi dall’orrore e comunque rimanendo capaci di viverlo senza essere definitivamente privati della propria umana dignità.
A far risonare alta e forte questa narrazione ed a rappresentare, al tempo stesso, il peso quasi insopportabile della responsabilità di fornire testimonianza, nulla più dell’empatia di un corpo, ormai gracile e segnato, e, insieme l’oggettiva e quasi didascalica lettura di un grande del nostro teatro, potevano fornire il più valido sostegno.

Robeeto Herlitzka
Robeeto Herlitzka

Roberto Herlitzka, aveva presentato, nel 2019, al Festival di Todi, il “Canto di Ulisse” da testi di Primo Levi, un lavoro prodotto dalla Compagnia Diritto e Rovescio, con la curatela registica di Teresa Pedroni, concepito proprio per ricordare il centenario della nascita dello scrittore torinese.
Di quello spettacolo è possibile ascoltare   la parte finale, quella che, con la sola voce recitante di Herlitzka, rievoca la riflessione di Levi sul canto dantesco che narra l’inesausta volontà di conoscere ed il destino di Ulisse.
Le rappresentazioni dello spettacolo erano state poi sospese, a causa della pandemia, finché, lo scorso 21 febbraio esso è stato riallestito, in una data per ora purtroppo unica, al Teatro Off/Off.

Stefano Santospago
Stefano Santospago

In una scena del tutto spoglia, con soltanto i quattro protagonisti del reading, tra i quali il profilo diafano di Roberto Herlitzka, il cui fragile corpo è ormai costretto in una sedia a rotelle, funge, per gli spettatori, da punto focale e da centro di irradiazione della storia.
Anche stavolta, a fianco di Herlitzka, in questo spettacolo di sole parole, un eccellente Stefano Santospago, che dà voce al Levi della maturità e del ricordo, mentre il sottofondo musicale – che passa dai toni solenni e tristi di un Kaddish del lutto, alla capacità di produrre speranza e sollievo, persino allegria, propria della musica klezmer – è affidato al violino di Alberto Caponi e al clarinetto di Alessandro Di Carlo.

Lo spettacolo consiste in un insieme di letture tratte da due testi di Primo Levi che, non per caso, vengono recitati a specchio, quasi a voler comporre una rappresentazione la più completa, ed anche la meno scontata, di quanto egli, vuole farci conoscere, con la sua testimonianza – quella resa nell’immediatezza dell’orrore vissuto personalmente, e quella, mai consolatoria, ma in qualche modo plasmata dal passare del tempo – dell’altrimenti inconoscibile esperienza del campo di sterminio.
Nel più celebre “Se questo è un uomo”, scritto subito dopo la fine della guerra ed il ritorno a casa, ma «nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi», il “salvato” Levi racconta, con l’acribia dello scienziato, le regole ferree con cui la società degli internati funziona e la psicologia e le dinamiche di gruppo che vi si determinano, nel mentre le diverse regole della civilizzazione umana vengono, per cause di forza maggiore, messe a tacere ed emergono piuttosto le doti di carattere, gli stratagemmi necessari e i sotterfugi posti in essere per tentare di ritrovarsi nel gruppo dei privilegiati, quelli che sopravvivranno, se non all’intera durata della detenzione, almeno al prossimo periodo di crisi e terrore.
Eppure, anche nella descrizione senza coloriture e senza veli dell’abominio del campo, non può tuttavia non riconoscersi la pietas con cui l’internato numero 174517 guarda all’umanità che lo accompagna, tanto quelli destinati a rimanere “sommersi” in quel cammino doloroso verso la morte o quelli invece, come lo stesso Levi, per puro caso, per avventura, o semplicemente per l’inconoscibile disegno di Dio, potranno raggiungere l’insperata salvezza.
Dall’altro lato dello specchio, alcuni testi tratti dalla raccolta “L’ultimo Natale di Guerra” – una serie di articoli scritti molti anni dopo, tra il 1977 ed il 1987 e poco noti al grande pubblico.
In essi prevale il tentativo di ricostruire gli aspetti più personali della propria vicenda e degli internati che lo circondano, fino a rievocare vicende che, alla luce del tempo trascorso, paiono persino colorarsi di un alone fantastico.
Come, ed è la parte dello spettacolo affidata a Santospago, quelle che lo vedono, insieme al suo più caro amico – quell’Alberto destinato a scomparire nel corso di una delle marce della morte con cui i nazisti tentavano di salvaguardare dall’avanzare dell’Armata Rossa, la forza lavoro schiavizzata degli internati nei lager polacchi – intenti a cercare, evitando accuratamente che altri potessero appropriarsene, di godere, fino all’ultimo boccone, l’incredibile miracolo dell’arrivo, dall’Italia, di un pacco di cibarie, spiraglio inaspettato di speranza e, al tempo stesso, veicolo struggente di ricordi legati all’epoca felice della sua infanzia torinese.

Punto nodale dello spettacolo e cuore del messaggio leviano è “Il Canto di Ulisse”, il capitolo di “Se questo è un uomo” in cui, rifacendosi al ventiseiesimo canto dell’Inferno, Levi si immedesima nella vicenda universale di Odisseo.
A Dante non interessa, della vicenda di Ulisse, né la sua astuzia del guerriero che ha trovato il modo di ingannare i troiani, né la stanchezza del reduce che viaggia verso Itaca per ricongiungersi alla sua Penelope, ma l’Ulisse navigatore, l’uomo che coscientemente accetta di forzare i limiti che proprio all’uomo gli Dei sembrano aver assegnati e che coscientemente si carica dei rischi e perciò accetta il destino che incombe su chi tali scelte compia.
Così, mentre sta recandosi alla corvée della zuppa, Levi si sforza di ricordare i versi danteschi e di tradurli, facendone comprendere il senso, a Jean, “Pikolo”, lo studente alsaziano che lo accompagna.
Levi ha l’urgenza, il bisogno, come Dante, come Ulisse, che Pikolo, possa capire e ricordare:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza

E non a caso Levi prosegue
Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono
E, giunto ormai in fila per la zuppa, Levi presenta a Jean – come Herlitzka a tutta la platea che lo segue in assorto silenzio – la chiusa del canto dantesco come metafora dell’esperienza del lager:

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, come altrui piacque

Kraut und Rüben  Kraut und Rüben -.
Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: – Choux et navets. – Kàposzta és répak.

Infin che ‘l mar fu sovra noi rinchiuso.

Qui Herlitzka, pur dalla sedia rotelle in cui é costretto, domina la scena ed è facile, per chi lo ascolta, comprendere come, anche dall’abisso del male assoluto, Primo Levi abbia voluto combattere, insieme, la sua personale battaglia per la sopravvivenza e quella del mondo umano nella sua interezza.
Avendo subito, come essere umano e come intellettuale, la minaccia e l’oltraggio del male estremo, egli riesce, grazie alla scelta del dare pubblica voce al ricordo e grazie alla forza del suo pensiero e della sua immaginazione, a vincerne la potenza distruttrice, restituendogli, come Ulisse e Dante, intelligibilità e così costruendo per il passato, per il presente, per il futuro, conoscenza.

Applausi calorosissimi e soprattutto, affettuoso coinvolgimento e complicità intellettuale accompagnano Herlitzka ed i suoi compagni alla fine dello spettacolo, quasi che tanto il pubblico che gli attori, proprio grazie alle parole di Levi, fossero stati resi presaghi che, nemmeno due giorni dopo, di nuovo le bombe, di nuovo i carri armati, di nuovo il passo pesante dei soldati, sarebbero tornati a risuonare in quell’Europa non paga, evidentemente, di aver già vomitato sul mondo due guerre mondiali e l’abominio eterno della Shoah.

Mauro Sarrecchia

Teatro Off/Off – Roma
Compagnia Diritto e Rovescio
Il canto di Ulisse
Reading-concerto da “L’ultimo Natale di guerra” e “Se questo è un uomo” di Primo Levi
con
Roberto Herlitzka e Stefano Santospago
Musica dal vivo Alessandro Di Carlo e Alberto Caponi
Cura registica Teresa Pedroni
Aiuto regia Elena Stabile
Assistente alla regia Pamela Parafioriti
Videomaker Roberto Gentile

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