Il capitalismo finanziario mette a rischio anche la Cina (e non solo)

Cina
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Il 2016 è iniziato con la peggiore settimana borsistica di Wall Street dal settembre 2011, e in Europa le cose non sono andate molto meglio. Le responsabilità dirette di questo crollo sono addebitate all’ennesimo grande ribasso delle borse cinesi e alla svalutazione dello yuan. Le preoccupazioni per le economie occidentali e per quelle, come Brasile o Australia, che puntano all’esportazioni delle materie prime verso la Cina sono serie. La stessa direttrice generale del Fmi, Christine Lagarde, vede un 2016 con incognite per le divergenze nelle politiche monetarie nelle economie più importanti, per il prezzo del petrolio e, appunto, a  causa della Cina che non è ancora riuscita a riposizionare il proprio modello di crescita spostandolo verso i consumi interni.

Analisi – queste sulle crisi dei mercati – come quelle della maggior parte degli specialisti non sviscerano i temi di fondo del capitalismo finanziario contemporaneo, sempre espressione di logiche speculative e di rapporti debitori che mettono alla mercé delle élite di comando i destini delle economie e degli uomini.
Come spiega il professor Tonino Perna «tutte le spiegazioni che si danno di volta in volta di fronte ad un tonfo delle Borse a livello mondiale contengono certamente un quid di verità , ma non tengono conto del fatto che “strutturalmente” questo modello della finanza va incontro a crac periodici e sempre più pesanti, a turbolenze finanziarie sempre più frequenti.
Nel solo ventennio 1987/2007 ci sono state otto crisi finanziarie pesanti, che hanno provocato fallimenti e danni all’economia reale, senza che sia cambiato niente nella regolazione delle Borse e della finanza “ombra”. Siamo passati dai 20.000 miliardi di dollari scambiati nel 1992 ad un flusso finanziario che già nel 2010 aveva superato gli 800mila miliardi di dollari e continua a salire» [1].

È vero che sia le borse cinesi che le autorità competenti non hanno strumenti e modelli ben oleati e che la cultura finanziaria dei piccoli investitori si sta formando solo ora, ma sembrerebbe eccessivo addebitare fondamentalmente questa bolla, che comunque non è la prima, come fa l’economista Paolo Manasse, ai «piccoli investitori che hanno avuto credito e accesso ai mercati senza alcuna cultura finanziaria. E [a] quelli che di competenza dovrebbero averne, ma si stanno muovendo come elefanti in cristalleria: i regolatori dell’economia cinese, che hanno appena ritirato il meccanismo di blocco automatico delle contrattazioni dopo un paio di giorni dall’introduzione» [2]. Anche se poi  afferma che queste reazioni psicologiche e scomposte potrebbero produrre danni seri in tutto il mondo.
Stando sul tema dei piccoli investitori (novanta milioni che movimentano tutti i giorni le borse di Shanghai e Shenzhen) in un suo articolo, il giornalista Gabriele Battaglia spiega come  « i mercati del Celeste Impero vivono di vita propria, seguono logiche politiche, seducono le masse con la promessa dell’arricchimento veloce che si innesta su una cultura diffusa del gioco d’azzardo. […] In realtà, lo stereotipo del pecorone non tiene conto della sottigliezza con cui gli “gnomi” sanno muoversi. Leggono innanzi tutto i segnali politici e non necessariamente nel modo voluto dal governo. […] partita a poker tra governo cinese e gente comune, che ne legge le mosse ben conscia che le autorità non possono esimersi da quel patto non scritto che regge la Cina contemporanea: voi arricchitevi, noi governiamo» [3].

Se è vero che le crisi in corso in Medio Oriente, in particolare quella tra Arabia Saudita ed Iran, gli esperimenti nucleari dell’alleato nordcoreano e il confronto a distanza nel Pacifico con gli USA,  tramite il Giappone, non si possono totalmente trascurare, va detto che l’economia reale in Cina non si muove più ai ritmi degli anni passati. È la decima volta consecutiva  che la crescita del Pil cinese viene rivisto al ribasso. L’indice delle aziende manifatturiere continua ad essere sotto le attese, il settore bancario ha in sé elementi di instabilità, mentre  il settore immobiliare è a rischio bolla speculativa come quello finanziario di cui abbiamo appena parlato.
Mettendo insieme le due cose il giornalista francese, Bernard Guetta sostiene che «la Cina preoccupa perché la sua crescita rallenta dopo aver trainato quella dei cinque continenti per più di vent’anni, mentre i leader cinesi sembrano incapaci di reagire e chiaramente non erano preparati a questo prevedibile sviluppo negativo. […] La Cina è ormai sinonimo di incertezza (a breve, medio e forse anche a lungo termine), dal punto di vista non solo economico ma anche politico, perché la sua stabilità interna si fonda su un patto implicito in base al quale i cinesi rinunciano a contestare il monopolio del partito unico in cambio di un miglioramento del loro tenore di vita» [4].
E se saranno guai per il capitalismo finanziario cinese non è complicato pensare che, dati i legami – che spesso non vediamo – con il resto dei mercati finanziari, i guai ce li ritroveremo in casa.
Pasquale Esposito

[1] Tonino Perna, “La bolla cinese si avvicina”, www.ilmanifesto.info, 9 gennaio 2016
[2] Fabrizio Patti, “Cina, siamo nelle mani di incapaci”, www.linkiesta.it, 8 Gennaio 2016
[3] Gabriele Battaglia, “Borse cinesi, tra poker e mahjong”, www.chine-files.com, 8 gennaio 2016
[4] Bernard Guetta, “La Cina fa paura ai mercati mondiali”, www.internazionale.it, 8 gennaio  2016

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