Il centravanti in giacca e cravatta. Intervista a Tommaso Mandato

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Nel suo libro Il centravanti in giacca e cravatta Tommaso Mandato ci racconta la sua lunga storia nel mondo del calcio. Calciatore, procuratore, commentatore e organizzatore di manifestazioni legate alla prevenzione e alla salute. I mille episodi vissuti da chi ha continuato sempre a inseguire i sogni che un pallone fa scivolare lungo le strade della vita. Emozioni, incontri, ricordi. Come quella volta quando Diego (Maradona)….

Con Tommaso Mandato abbiamo parlato del suo libro, delle sue esperienze e dei mille incontri che il calcio ha saputo determinare.

Il suo libro è incentrato sul calcio e sulla sua passione divenuta poi una professione. Dai sogni di un giovane ragazzo fino ai progetti di un uomo ormai maturo. Partiamo proprio dal titolo e da quello che esso vuole esprimere.
Il libro nasce in maniera occasionale, nel senso che è legato a questo periodo pandemico. L’anno scorso siamo stati costretti a stare a casa e, quindi, mi sono anche dedicato a rimettere a posto ricordi, articoli di giornale, fotografie e ho ricominciato un attimo a fantasticare con la mente. Ho buttato giù alcuni ricordi. Poi la cosa ha iniziato a piacermi e ho capito che mi divertivo nello scrivere, anche perché non l’ho mai fatto in maniera “ufficiale”; questo è il mio primo libro.
Così è nato un tributo all’oggetto che, non solo ho calciato più di tutti, è stato poi alla fine un vero compagno: il pallone, inteso appunto come un oggetto che mi ha aiutato moltissimo, sempre e in qualsiasi età. Attraverso la centralità del calcio, ho cominciato a raccontare delle persone, delle mie esperienze, dei miei sentimenti e delle mie amicizie.

Il suo testo è arricchito anche dalla prefazione di Maurizio De Giovanni e la postfazione di Enzo Decaro a testimonianza, anche delle amicizie – nuove e antiche – che lei ha saputo costruire anche intorno al pallone. Quale distinzione c’è nella sua esperienza fra pallone e calcio?
Il mio riferimento è nettamente e chiaramente al pallone perché c’è una distinzione tra il pallone e il calcio: il pallone è la spontaneità; il pallone è un ragazzino che corre su un prato verde, su un campetto di terra battuta o nel cortile di casa, contento perché è riuscito a fare un gol oppure una parata. Il pallone è la passione. Il calcio invece è tutta un’altra cosa: è business, è potere, è denaro. Ho vissuto moltissimo il calcio da diversi punti di vista e con tante esperienze, però alla fine sono rimasto innamorato del pallone.

Leggendo il suo libro, rispetto agli stereotipi che si possono avere sui calciatori, si scopre che lei ha frequentato un liceo classico e si è poi laureato in legge. I suoi genitori venivano dal mondo della scuola. Questa formazione ha poi avuto un ruolo fondamentale nella seconda parte della sua vita anche professionale.

Diciamo che ero un ragazzo preparato al cammino dello studio e non l’ho mai abbandonato. Per quanto riguarda il calcio, sono partito fortissimo da ragazzino nel senso che riuscivo a esprimermi a livelli molto alti rispetto ai miei coetanei e ho attirato le attenzioni di diverse squadre, partendo da quella della mia città, il Portici, una squadra gloriosa, anche se militava in campionati dilettantistici. Mi fecero debuttare giovanissimo e c’erano grandi speranze per questo ragazzo. Ero bravo tecnicamente, bravo con i piedi e, diciamo, bravo con la testa. Quello che lei richiamava nella domanda è stato, almeno in quel momento della vita, quasi un problema: un bravo ragazzo, con una buona famiglia, abituato allo studio. Mi sono, invece, ritrovato in un mondo in cui chiaramente vige la fame di successo e la voglia di arrivare, qualità che in quel momento non avevo ancora sviluppato o non l’avevo capita. Lo racconto anche nel libro. Ad esempio, a un certo punto ho avuto la possibilità di fare una scelta fra due squadre di serie A come l’Avellino e l’Ascoli. Alla fine, scelsi Avellino, perché la città irpina era più vicina al mio ambiente e alla mia casa, ai miei genitori e ai miei amici. Insomma, invece di reagire con la necessaria forza o anche la cattiveria alle inevitabili difficoltà che sorgono lungo il percorso di un calciatore, preferivo tornarmene nel mio mondo in cui mi sentivo più sicuro. Queste difficoltà vissute come giovane calciatore mi sono rimaste dentro come esperienza vissuta e, quando ho finito di giocare e mi sono laureato, il mio primo obiettivo è stato quello di diventare un agente di calciatori, un procuratore che potesse dare dei consigli ai ragazzi: proprio quello che m’era mancato al momento opportuno.

Tommaso Mandato
Tommaso Mandato

Leggendo “Il centravanti in giacca e cravatta” si comprende che il calcio è cambiato tanto anche se non sono passati tantissimi anni. Lei ha iniziato a fare il procuratore perché il calcio le mancava?
Ho iniziato a fare il procuratore quando avevo 30 anni. Avevo una voglia immensa di restare vicino alla mia passione. Una volta laureato ho fatto l’esame da avvocato e ho iniziato come tutti a fare anche pratica forense, però soffrivo per cui decisi di cambiare e di puntare molto su questa nuova attività. Era il momento in cui nasceva la figura del procuratore o di agente di calciatori, una nuova categoria. Ho svolto quest’attività con grande passione e con la soddisfazione di prendere dei ragazzi sconosciuti e portarli a un certo livello. All’epoca ero avvantaggiato dal fatto che già conoscevo molte delle persone dell’ambiente e questo nei rapporti conta moltissimo. Devo dire che le mie soddisfazioni le ho avute seguendo anche dei calciatori in serie A. Il mondo è intanto completamente cambiato e anche la figura del procuratore: è sceso il livello professionale e non valevano più i valori della competenza e della professionalità, ma soprattutto quelli della potenza dei soldi e delle amicizie. Mi sono reso conto che non era più la professione che avevo amato tanto perché è diventata una giungla: oggi come oggi, si è abbassata sempre più l’età dei ragazzi che vengono contattati e che vengono allettati con la promessa di un mondo dorato che li porta a essere molto spesso fuori da quella che è la realtà.

Torniamo al pallone, nel senso gioioso che lei ha descritto. Penso ad un episodio raccontato nel suo libro e le chiedo: come calciatori si può davvero gioire per aver subito un tunnel? Forse, vale la pena, spiegare a che cosa ci riferiamo.
Stiamo parlando di Diego Armando Maradona. Per alcuni anni, ho giocato in una squadra di Napoli che ambiva a diventare la seconda squadra della città. Ad un certo punto, la nostra squadra venne coinvolta in una partita di beneficenza ad Acerra per raccogliere denaro per la cura di un bambino. Nella organizzazione della partita era coinvolto anche Pietro Puzone, un calciatore del Napoli che sarebbe divenuto poi anche un mio assistito, molto amico di Diego Armando Maradona. Era un lunedì piovoso e con un campo ridotto male. Il Napoli, il giorno prima, aveva giocato con l’Atalanta e aveva vinto uno a zero su un campo del San Paolo ridotto ad un acquitrino. Eravamo nell’atrio di questo campo di Acerra e all’improvviso si apre il cancello e arrivano alcune macchine. Da una esce proprio Maradona. In quel momento, anche se avevo 26-27 anni, sono tornato ad essere un ragazzino che comincia a sognare perché si trova al cospetto, su un campo di calcio, del suo idolo, del suo re. Le sorprese non erano finite perché Maradona scende in campo e gioca, con una squadra mista di giocatori del Napoli, contro di noi. Dopo i primi 10 minuti, già perdevamo per tre a zero: eravamo 11 ragazzi imbambolati a guardare lui. L’episodio che poi ha caratterizzato per me quella giornata, come metto in risalto nel libro e che restituisce anche la grandezza di quest’uomo, doveva ancora arrivare. Eravamo a centrocampo e battono un fallo laterale. Maradona si prepara a ricevere la palla e io gli vado dietro con l’intento quantomeno di disturbarlo o bloccarlo in qualche modo. Lui non si gira mai e lascia scivolare la palla prima lungo la coscia sinistra e poi la fa scendere a terra e improvvisamente in una frazione di secondo, si gira e di esterno sinistro, mi fa un tunnel meraviglioso. Se ne va in porta e fa un gol. Quando Diego ritorna verso il centrocampo per la ripresa del gioco mi cerca e mi viene vicino: si copre la mano con la bocca e mi dice: “Amico, scusami davvero. Non volevo metterti in difficoltà”. In un primo momento, sono rimasto così senza parole. Poi, dopo una frazione di secondo, ho detto: “Diego, ma che stai dicendo? Tu mi hai dato la possibilità di raccontare ai miei nipoti una cosa incredibile”. Il tunnel nel calcio viene inteso come un’umiliazione, in quel momento io l’ho presa davvero come una benedizione. Un episodio veramente bello che condensa un campione oltre le mille parole che su di lui si sono dette.

Veniamo ad un’altra parte della sua vita legata al calcio. Quando lei interviene nelle trasmissioni televisive, parla di calcio con estrema competenza ed estrema attenzione. Ci mette, però, sempre una sorta di ironico distacco, come se volesse ricordare a chi l’ascolta che il calcio dovrebbe essere un gioco e non dovrebbe diventare un’occasione di scontro.
Ho inteso sempre il calcio non come una scienza; invece, si è andata sviluppando l’idea dell’opinionista che diventa personaggio televisivo, che comunica urlando o sbraitando: insomma, chi fa più rumore, riesce ad avere più visibilità. Il calcio, e lo sport in generale, consentono ad ognuno di avere la sua idea. Grazie al calcio ho conosciuto tantissime persone e mi sono fatto conoscere da tante persone. Parlo di calcio con il portiere del palazzo e con il giudice della Cassazione: è l’unico linguaggio comune che ti dà la possibilità di entrare in contatto in maniera diretta con tutti. Faccio molte trasmissioni a contatto diretto con i tifosi e in alcuni casi anche con le famose telefonate che per me, al di là o meno di episodi che accadono e sono sempre molto divertenti, sono molto formative sul mondo in cui viviamo.

Passiamo ancora ad un altro punto delle sue attività. Parliamo di benessere, salute, prevenzione e dei tanti eventi che lei, con un vasto gruppo di persone, organizza ormai da anni.
Nello svolgimento del mio ruolo di procuratore, a un certo punto ho iniziato a sentirmi un poco vuoto per le tante situazioni che erano cambiate. Per cui sento la necessità di cambiare e faccio prima un primo passaggio importante perché costituisco Sportform, un’associazione legata allo sport e alla formazione. Poi a Roma diamo vita ad un movimento che si occupa dell’etica e della cultura dello sport con un progetto molto ampio, un progetto molto ambizioso e che ci ha già dato molte soddisfazioni. Abbiamo girato in molte zone d’Italia con incontri nelle scuole con i ragazzi. La cosa più bella è che abbiamo trovato dopo pochi mesi una figura carismatica che, secondo me, a livello calcistico poteva racchiudere tutta quella che era la nostra progettualità. Questa figura è stata Gianni Rivera con il quale per anni abbiamo portato avanti questa attività. Intanto, mi convincevo sempre più dell’idea che lo sport dovesse essere qualcosa di utile alla collettività. Mi imbatto in una manifestazione che riguardava la raccolta di fondi per la lotta ai tumori al seno che si svolgeva solo a Roma e in altre città e decido che mi piacerebbe portarla a Napoli. E, dopo un anno, finalmente la portiamo a Napoli. Il primo anno, in piazza del Plebiscito, c’erano oltre 12.000 persone, numeri incredibili. Due anni dopo questa storia si chiude. Poi ho conosciuto la professoressa Annamaria Colao, una delle maggiori esperte di endocrinologia a livello mondiale, e abbiamo messo su un progetto nuovo che è appunto il Campus 3S, dove le tre esse stanno per salute, sport, solidarietà. In dieci anni abbiamo fatto crescere il progetto e al centro di tutto c’è la prevenzione portata avanti dai medici e veicolata attraverso lo sport. Tantissimi sportivi si prestano ogni anno ad avvicinare i giovani e i meno giovani al discorso della prevenzione.

Che rapporto c’è oggi fra i tifosi e il calcio?
C’è un rapporto viscerale e dovunque vai, si parla di calcio, indipendentemente dai risultati della squadra. Però il calcio è cambiato, ed è cambiato anche il modo di vederlo. Il Cocozza – il vecchio stadio di Portici dove ho iniziato la mia carriera – non per rimanere ancorati al passato in maniera passionale, ti dava delle emozioni completamente diverse, perché c’era l’appuntamento della domenica mattina. Intere famiglie si recavano al Cocozza perché dovevano godere di questo spettacolo.
Oggi è chiaro che un ragazzino si avvicina al calcio attraverso la televisione, attraverso le applicazioni, e quindi non c’è più questo rapporto diretto e resta solo un’enfatizzazione del campione. Questi nuovi strumenti, a mio parere, non ti danno la giusta misura di quello che può essere e deve essere il calcio, e lo sport in generale: qualcosa che ti deve dare delle emozioni.

Lei, quindi, non ama l’idea di una Superlega?
Quella, prima o poi, la faranno anche se sarà la fine del calcio. Quel calcio non è indirizzato al tifoso, ma è rivolto allo spettatore: sono due cose completamente diverse. Chiaramente interessa lo spettatore che paga e che così, come può vedere un film, può vedere una partita.

Toccherei, per riportare anche alle mille emozioni che ci sono nelle sue pagine, un ultimo punto che mi ha molto colpito. Suo padre era un non vedente che un giorno, però, è venuto a seguire una sua partita.
Nel libro racconto tanti sentimenti attraverso ricordi e aneddoti. Racconto alcune gioie molto forti come il primo gol con il Portici. L’episodio che riguarda mio padre è tra i più importanti per me. Non era mai venuto allo stadio, non solo perché appunto era un non vedente, ma anche perché era uno che il pallone non sapeva nemmeno che cosa fosse. Me lo ritrovo in un derby Avellino-Napoli. All’epoca io giocavo con l’Avellino e ad un certo punto, fra il primo e il secondo tempo, alzo gli occhi verso gli spalti e noto che, oltre ai miei fratelli, c’è anche mio padre. Ricordo che ho sentito dentro la voglia di dargli una soddisfazione e la sorte ha voluto che, anche se giocavamo contro un Napoli fortissimo, mi riuscì di fare il gol del pareggio. Quella giornata fu meravigliosa e quando tornai a casa ritrovai mio padre sul divano con la sua solita radiolina e lui mi disse: “Bravo, hai fatto una bella cosa”.

Antonio Fresa

Tommaso Mandato
Il centravanti in giacca e cravatta
Homo Scrivens, 2021
Pagine 184, euro 15,00

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