Il Cinema Ritrovato. La magia di pellicole dimenticate che ritrovano luce e colore.

Festival del Cinema Ritrovato
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Alla sua XXVII edizione, con più di 1.200 presenze straniere, sale strapiene ed un numero sempre crescente di accreditati, il Festival del Cinema Ritrovato, che presenta film d’ogni tempo (dal cinema delle origini al 1994) ritrovati e restaurati dalla cineteca di Bologna o da altre importanti cineteche internazionali, si appresta a giungere alle proprie battute conclusive (sabato 6 luglio la giornata finale) con un bilancio decisamente positivo.

Tra le sezioni di maggior interesse, per gli appassionati del genere – e per chi abbia avuto modo di veder stimolata negli anni la propria curiosità in materia da letture come “Il cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut (uno dei libri cult per intere generazioni di cinefili) –, “I muti di Hitch”, con la presentazione dei suoi 9 film muti nel formato originale in 35 mm (in realtà i muti erano 10, ma uno, “The Mountain Eagle”, è andato perduto) restaurati dal BFI National Archive. Film come “The Lodger” (GB, 1926) o “Blackmail” (GB, 1929) presentano già in nuce alcune delle tematiche più care al regista londinese (dalla costruzione sapiente e dall’uso accurato della suspense, all’insidioso scaturire del sospetto che si abbatte su un innocente; dall’aggressione violenta nei confronti del personaggio fragile e vulnerabile, di solito femminile, alla confusione dei suoi protagonisti travolti dall’improvviso irrompere di un evento drammatico che ne sconvolge le esistenze); sono, per così dire, contrassegnati dal marchio hitchcockiano (e non solo nel senso della consueta apparizione del cineasta in una inquadratura del film) e spesso contengono soluzioni tecniche di indubbio valore che ancora oggi appaiono interessanti (come per i passi del pensionante, the lodger appunto, ripresi dal basso su un soffitto trasparente per enfatizzarne la presenza ossessiva e minacciosa).

Un cenno, seppur fugace, meritano poi anche le sezioni: “Bigger than life: viaggio nel cinemascope europeo”, in cui segnaliamo il recupero del fotograficamente bellissimo, intenso e rarefatto, crudo e kafkiano “Szegénylegények” di Miklós Jancsó (“I disperati di Sandor” – Ungheria, 1966); “Lettere da Chris Marker”, il cineasta-fotografo che ha realizzato film sperimentali composti da sole immagini fisse con una voce fuori campo che descrive gli accadimenti, tra cui il noto “La Jetée” (Francia, 1962); “Cento anni fa: il glorioso 1913”, con restauri di pellicole come “Ma l’amor mio non muore!” di Mario Caserini (Italia, 1913), interpretato dall’attrice teatrale Lyda Borelli, per la quale è stato appositamente scritto.
Ma il Festival, ancora, si segnala per le tante rarità proposte: dai corti del Fondo Morieux (presentati all’aperto nel cortile della Cineteca utilizzando un proiettore degli anni ’40 con lanterna a carbone) a film di singolare bellezza dalla sezione “Ritrovati e restaurati”, come “La Belle et la Bête” di Jean Cocteau (Francia, 1946), oppure il plumbeo e decadente “Une Si Jolie Petit Plage” di Yves Allégret (Francia, 1949). Per gli ospiti prestigiosi: da Alexander Payne, che ha tenuto una conferenza inaugurale, sabato scorso, dialogando sul proprio cinema e le proprie suggestioni culturali con Peter von Bagh, direttore artistico del Festival; ad Agnése Varda, che ha presentato il suo film d’esordio, “La Pointe Courte”, Francia, 1955 (purtroppo, Anouk Aimée anche quest’anno non è riuscita a venire: avrebbe dovuto presentare il malinconico “Model Shop” di Jacques Demy, Francia, 1969). Per il suggestivo scenario di Piazza Maggiore in cui (costantemente introdotti dai corti restaurati della sezione “Progetto Chaplin”) vengono riproposti grandi classici della storia del cinema che non hanno certo bisogno di presentazioni (da “Roma Città Aperta” di Rossellini ad “Hiroshima Mon Amour” di Resnais) e film decisamente meno noti al grande pubblico come “Berg-Ejvind Och Hans Hustru” di Victor Sjöström (“I Proscritti” – Svezia, 1918).

Ovviamente non si pretende di riassumere in poche righe un Festival così complesso ed articolato come quello del Cinema Ritrovato (le cui sezioni, oltretutto, sono in realtà molte di più di quelle descritte; solo per citarne alcune, accenniamo a quella sul passaggio dal muto al sonoro in Giappone, a quella sul cinema russo degli anni ’30 ed a quella sul cinema cecoslovacco degli anni ’70), né di essere esaustivi nella presentazione dei film in programma (ognuno dei quali meriterebbe ben più che una breve menzione). Non si intende nemmeno ricostruire l’atmosfera elettrizzante di un Festival in cui le lingue ufficiali, oltre a quella italiana, sono almeno due (inglese e francese), ma gli accenti che si sentono tra gli spettatori nelle sale sono molti di più; ed in cui si corre continuamente da una sala all’altra cercando di far coincidere le visioni di film differenti e risalenti ad epoche diverse per riuscire a fare il più possibile incetta di pellicole (che spesso sono altrimenti introvabili). Si vuole qui solo segnalare un bell’esempio di cinema come catalizzatore di energie e generatore di emozioni, come pretesto per invadere pacificamente il quartiere di una città e condividere con appassionati provenienti da tutto il mondo la propria cinefilia nonostante il momento buio enfatizzato dalle pessime notizie che imperversano sui giornali; sottolineando al tempo stesso il fatto che tutto ciò è stato possibile anche grazie all’aiuto di molti volontari che si sono generosamente prestati alle spesso pressanti esigenze di una macchina organizzativa che fino a questo momento ha funzionato alla perfezione.
Gianfranco Raffaeli

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