Il colore, non solo questione di estetica

studio del colore
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Il colore mi possiedeil colore ed io siamo una sola cosa. Sono un pittore“, scrive Paul Klee, pittore svizzero tedesco nel suo diario durante l’importantissimo viaggio in Tunisia del 1914. E in effetti il colore è associato soprattutto all’arte in tutte le sue forme, pittura in primo luogo e moda. In generale il colore è vissuto nella sua dimensione estetica, legato alla gradevolezza o meno della sensazione che evoca, all’aspetto meramente emotivo del gusto.

Il colore però ha un valore empirico, al quale già Paul Klee si interessava, che rimanda a un profilo meno soggettivo e a un’analisi scientifica. In tal senso la ricerca sulla natura della luce che sola permette e muta l’apprezzamento del colore ha avuto un peso non indifferente così come l’analisi scientifica del colore e la divisione delle tonalità in “fredde” e “calde”. In realtà l’approccio al colore è stato scientifico, basato su modelli matematici, nella visione di Newton, poi ripresa dagli studi sul colore dell’età moderna; soggettivo, basato sulla percezione umana, Johann Wolfgang von Goethe, benché si opponesse alla corrente romantica ne fu fortemente influenzato. Successivamente, se pensiamo alle diverse declinazioni e obiettivi con i quali il colore è studiato e applicato, propenderei a ragionare in una linea che va nel senso della sintesi tra i due approcci, basti pensare alla cromoterapia.

L’orientamento che ho conosciuto e che mi pare offra una soluzione interessante soprattutto per l’impiego del colore anche nell’abbigliamento, fatta eccezione per l’arte ‘pura’, dunque, è la teoria funzionale del colore, dove in sintesi mi pare di poter dire che l’effetto estetico, il comfort che garantisce il colore, il benessere – oltre il mero gusto – è legato ad una ragione scientifica. Questo effetto è paragonabile a quello della luce che tendenzialmente ci piace come il sole perché è fonte di benessere, di vita; tanto che spesso, erroneamente per altro, chi soffre di depressione si rifugia nel buio, proprio perché ha un rapporto distorto, disfunzionale con la vita. Solo per cenni si può citare la teoria dei colori di Goethe, pubblicata nel 1810 nel Trattato dei colori, in due volumi che sostanzialmente dice che i colori primari sono magenta, giallo e blu, che non possono essere ottenuti mescolando altri colori; i primi tre, mescolati due a due, danno vita all’arancione, al verde, al violetto e all’indaco. Mescolando questi colori secondari, si potrà ottenere qualsiasi altro colore. La teoria dei colori di Goethe contraddice in effetti, come accennato quella di Newton. Nella concezione di quest’ultimo la luce bianca è la sovrapposizione di luci colorate monocromatiche, che preesistono dunque nella luce bianca. Le differenze di rifrangenza di ogni lunghezza d’onda nell’attraversamento di un vetro del prisma determinano il ventaglio di colori che emana il prisma. Le leggi della rifrazione inducono una deviazione debole per il rosso e forte per il bleu. Per Gœthe, al contrario, la materia stessa del prisma crea il colore che non preesiste. Ora la fisica ha largamente confermato la teoria di Newton, fatto che rende caduca quella di Goethe sul piano strettamente fisico ma non emotivo e a mio parere ci consente un suggerimento, uno spunto alternativo alla lettura meramente ‘scientifica’ e razionale della realtà. È come se privilegiando la conoscenza intellettiva e, nella visione religiosa, l’illuminazione, negassimo la conoscenza legata ai sensi e ai sentimenti. Così Goethe si interessa maggiormente alla percezione dei colori che all’essenza dello stesso ed è bene sottolineare che le teorie dei colori sviluppate nel XX secolo ad esempio dal Bauhaus prendono spunto proprio dalla teoria goethiana. Non solo ma è interessante paragonare la teoria del grande scrittore a quella delle neuroscienze che sembrano mostrare una maggior affinità tra i due storici pensatori, Newton e Goethe, di quanto il dibattito storico abbia evidenziato. Il nostro discorso non approfondirà i loro studi perché l’obiettivo è di compiere un viaggio nel colore e nei colori di tipo culturale, artistico e simbolico seguendo la teoria funzionale dell’uso del colore.

La parola uso, impiego esprime il senso di questo modo di concepire il colore, quale strumento del vivere. In tal senso il mio riferimento è Cromoambiente, un marchio di progettazione, messo appunto da un architetto romano Daniela De Biase e un Color Designer pugliese, Paolo Brescia per progettare spazi, ambienti nonché oggetti in senso ampio, in funzione del benessere della persona. Ora come si legge nella sua metodologia, la premessa è che dal punto di vista fisico

il Colore è Energia, la parte visibile delle radiazioni elettromagnetiche. È una sensazione del cervello causata dall’interazione della luce con la materia che, illuminata, riemette la luce in qualità e quantità differenti, provocando sensazioni diverse a cui attribuiamo i nomi dei colori. Luce e colore sono interdipendenti: sono efficaci strumenti di progettazione e fattori decisivi dell’ergonomia visiva, capaci di produrre benefici effetti sull’individuo.

Proprio sulla scorta di questa considerazione si può impiegare il colore in modo funzionale ad un determinato scopo. Solo per fare un esempio, ricorrendo all’arte, possiamo leggere alcune opere dell’artista Dan Flavin in questo senso. Artista minimalista americano, nato nel 1933 e morto nel 1996, è noto per le sue sculture create utilizzando esclusivamente lampadine fluorescenti disponibili in commercio e i loro dispositivi. Ha creato opere che andavano da una singola lampadina posizionata ad angolo rispetto al pavimento, a massicce installazioni site-specific. In una personale allestita a Varese a Villa Panza di Biumo anni fa alcune stanze avevano esclusivamente luce violetta e altre rosse. L’esperimento che ho potuto fare personalmente essendo in una condizione climatica fredda e con una nevralgia, è stato verificare gli effetti non legati all’apprezzamento soggettivo ma al disagio più o meno evidente in termini fisici. Entrando nella stanza violetta, la sensazione di freddo aumentava ma avendo il viola una funzione anestetica, il dolore diminuiva e viceversa nella stanza illuminata da una luce rossa.
Il nostro viaggio proseguirà nell’arcobaleno e nel significato binario di ogni colore, che dipende anche dalla tonalità, saturazione e combinazione con altre tinte.

Ilaria Guidantoni

Seconda puntata: L’artificio del colore nero

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