Il compleanno della Repubblica: 2 Giugno 1946

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Oggi la Repubblica democratica italiana compie 75 anni, portati abbastanza bene ma con qualche affanno. Non perché la forma dello Stato sia messa in discussione dai monarchici, così poco presenti sul piano numerico da molti decenni da essere politicamente irrilevanti, quanto perché diversi problemi storici irrisolti attraversano il paese e la democrazia (che si sviluppò con la Repubblica), pur solida nelle fondamenta, presenta qualche crepa da non sottovalutare. La Costituzione, anch’essa figlia del 2 giugno 1946, giorno in cui furono eletti i 556 deputati dell’Assemblea Costituente (21 donne, soltanto il 4% del totale, tra cui Nilde Jotti, Angelina Merlin, Rita Montagnana, Teresa Noce, Angela Maria Guidi Cingolani, Adele Bei, Maria Federici, Angela Gotelli), non sembra ancora permeare il complesso della vita pubblica. Troppi articoli (si pensi solo al diritto alla salute e al lavoro) non trovano applicazione nella società reale e persino i principi non valgono per tutti allo stesso modo. Ma cosa successe in quel 2 giugno e nei caotici giorni immediatamente successivi? Come si presentarono alle urne i diversi partiti e movimenti, impegnati in una campagna elettorale complessa perché riferita sia alla composizione dell’Assemblea Costituente da cui sarebbe scaturita la Costituzione, sia al referendum per la scelta istituzionale?

Quasi tutte le forze politiche (a cominciare dalle diverse articolazioni della sinistra) si schierarono per la Repubblica, con qualche ovvia e non trascurabile eccezione (il Partito Democratico Italiano, che allora rappresentava i monarchici) e alcune ambiguità di fondo in due forze importanti (oltre al Fronte dell’Uomo Qualunque, rifugio per non pochi ex fascisti prima della nascita dell’MSI nel dicembre 1946): i democristiani e i liberali. La DC invitò a votare “secondo coscienza” con l’obiettivo di attrarre il maggior numero possibile di consensi da sensibilità diverse, presentandosi come un partito moderato ma non retrivo e aspirando a diventare, come poi avvenne, il perno del nuovo quadro politico. I liberali, eredi di una tradizione nobile ma un po’ decaduta, distanti dalle masse e decisi a incarnare il superamento della “malattia morale” fascista che aveva attaccato negli anni Venti l’Italia (e poi l’Europa), una “parentesi” di una storia fin lì sana secondo il monarchico Benedetto Croce, annunciarono che avrebbero partecipato al voto “come componenti del popolo” e accettato “il responso delle urne”, qualunque fosse stato. Tuttavia essi non presero una posizione chiara, invitando ciascuno a seguire la propria “naturale predisposizione” e ad ascoltare “la propria voce interiore”, per lo più distante dai richiami alla Repubblica e dalla prospettiva di un radicale rinnovamento del paese, che a molti appariva necessario non soltanto dal punto di vista politico-istituzionale ma anche da quello socio-economico e culturale.

Le prime elezioni della storia a suffragio universale si svolsero dunque in un clima di notevole incertezza, pur senza incidenti di rilievo. Donne e uomini divennero finalmente cittadini e mostrarono quanto, indipendentemente dalla scelta per la monarchia o per la Repubblica, la voglia di partecipazione fosse diffusa in tutto il paese. Il regime fascista aveva cancellato i diritti civili e politici (sia pur parziali) garantiti dallo Statuto Albertino, progressivamente stravolto da Mussolini con la determinante complicità dello stesso re Vittorio Emanuele III di Savoia il cui bisnonno, Carlo Alberto, lo aveva concesso nel 1848 quando era sovrano del Regno di Sardegna. La DC, grazie anche a quel particolare appello alla libera coscienza di ognuno, pur richiamandosi direttamente ai valori della cristianità, ottenne consensi trasversali alle classi sociali e si affermò come primo partito. I liberali, pur destinati ad essere un soggetto politico tutt’altro che ininfluente per lunghi tratti della storia repubblicana, non ottennero un consenso lontanamente paragonabile ai partiti di massa (DC, socialisti e comunisti) ma espressero il primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento nel 1948, Luigi Einaudi, un antifascista di provata fede che, ironia della sorte, votò per la monarchia come il suo predecessore Enrico De Nicola, anch’egli liberale, eletto Capo dello Stato provvisorio dalla Costituente (presieduta da Giuseppe Saragat e, dopo la scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini, da Umberto Terracini) il 28 giugno dello stesso 1946.

Il 2 giugno si recò alle urne l’89,09% degli aventi diritto (quasi 25 milioni di persone, di cui 13 milioni donne), una percentuale impensabile guardando al clima che si respira oggi. Ma alla straordinaria partecipazione non corrispose, come speravano le forze di sinistra e il PRI, una scelta di campo netta sulla forma da dare al nuovo Stato. La Repubblica ottenne 12.718.641 voti (il 54, 27% di quelli validi), contro il 45,73% guadagnati dalla monarchia. La differenza di poco più di due milioni, dunque, non rappresentò uno scarto molto ampio e fu determinata soprattutto dai risultati nelle regioni del centro-nord, dove la Resistenza era stata un fattore decisivo per la Liberazione e la monarchia (con la parziale eccezione del Piemonte, dove ottenne il 43,06% dei consensi, mentre nel Lazio vinse con il 51,37%) fu travolta. Non così nel Sud e nelle isole, dove lo scenario apparve completamente rovesciato con la Campania a guidare, con il 76,49%, il fronte della continuità istituzionale.

A sinistra il Partito d’Azione, destinato a scomparire definitivamente nell’ottobre 1947, dopo aver subito nel febbraio 1946 la scissione di una minoranza guidata da Ugo La Malfa e Ferruccio Parri (poi confluiti nel PRI), non conquistò il favore dei ceti medi e non riuscì a reggere l’urto dei socialisti e dei comunisti, che raccolsero il consenso della maggioranza dei lavoratori. Pur avendo ricoperto un ruolo centrale nella Resistenza, secondo soltanto al PCI guardando al numero di combattenti nelle Brigate Giustizia e Libertà, il Pd’A si scoprì privo di un vero referente sociale e riuscì a far eleggere alla Costituente solo 7 deputati. Era il partito della rivoluzione democratica che, fallita già alla fine del 1945, i suoi dirigenti avrebbero continuato a inseguire in modo diverso. Aderendo ad altre formazioni politiche, in particolare al PSI (Riccardo Lombardi, Vittorio Foa, Francesco De Martino, Emilio Lussu, Fernando Schiavetti, Alberto Cianca e, in un secondo tempo, Tristano Codignola e Paolo Vittorelli) e al PRI (Oronzo Reale, in realtà in questo caso un ritorno alle origini). Oppure incarnando una forma di radicale militanza intellettuale, spesso rinunciando a calarsi direttamente nell’agone politico – come nei casi di Piero Calamandrei, Giorgio Agosti, Manlio Rossi Doria, Franco Venturi, Carlo Ludovico Ragghianti, Norberto Bobbio, Carlo e Alessandro Galante Garrone, Dante Livio Bianco e, per lunghi tratti, Leo Valiani, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Aldo Garosci – ma continuando a lavorare, con la stessa determinazione, alla faticosa costruzione di una reale coscienza civile, incompatibile in primis con l’eredità del fascismo ma anche con ogni forma di dogmatismo ideologico.

Nei giorni successivi alle votazioni del 2-3 giugno la situazione interna all’Italia, con riferimento alla gestione dell’ordine pubblico e ai conflitti di competenze istituzionali e politiche, si fece molto più tesa e incerta. Si diffusero voci incontrollate di brogli a favore della Repubblica, rivelatesi prive di fondamento. L’8 giugno furono comunque presentati in Cassazione diversi ricorsi proprio mentre a Napoli si verificavano violenti scontri che, tra il 6 e l’11 giugno, causarono nove morti e più di cento feriti. Il 10 giugno, intanto, dopo che il 5 giugno il Ministro dell’Interno Giuseppe Romita (socialista) aveva assegnato la vittoria alla Repubblica (ma era stato duramente contestato a causa dei dati incompleti su cui si era basato), il primo Presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano annunciò i risultati. Tuttavia la proclamazione dei vincitori avvenne soltanto il 18 dopo che Umberto II, il 13 giugno, aveva lasciato l’Italia alla volta del Portogallo proprio nel giorno in cui Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio di un governo ancora comprendente socialisti e comunisti, aveva assunto le funzioni (ma non i poteri) di Capo provvisorio dello Stato. Carica che avrebbe mantenuto soltanto per 15 giorni ma che rappresentò, di fronte alle dichiarazioni bellicose del ministro della Real Casa Falcone Lucifero, la mossa decisiva per allontanare ogni volontà di rimandare la fine di una partita decisiva per il futuro dell’Italia.

Proprio l’atteggiamento di De Gasperi, calmo ma molto deciso, in quei giorni si rivelò fondamentale per assicurare il passaggio dei poteri senza ulteriori spargimenti di sangue e colpi di mano che avrebbero potuto indirizzare l’Italia verso una nuova guerra civile che, in realtà, nessuno (compresi gli Alleati) voleva. Proprio la dichiarazione della Presidenza del consiglio, pubblicata il 14 giugno e duramente critica verso il proclama di Umberto II agli italiani diffuso la sera del giorno prima, è una prova evidente (non l’unica) dello spessore di De Gasperi. Egli, forte anche della consonanza di vedute con tutti i vertici dei partiti antifascisti (a cominciare da Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, a capo dei socialisti e dei comunisti), che erano maggioritari non solo nelle urne ma anche nelle piazze, tra l’altro scrisse: «il proclama è un documento penoso, impostato su basi false e su argomentazioni artificiose […]. I due ultimi periodi del proclama, quello che scioglie dal giuramento e quello che rivolge un saluto ai caduti ed ai vivi sono due periodi superstiti del proclama che Umberto aveva in precedenza preparato per un pacificato commiato. Ameremmo credere che quanto di fazioso e di mendace vi si è aggiunto in questa definitiva sciagurata edizione sia prodotto dal clima passionale e avvelenato degli ultimi giorni. La responsabilità tuttavia è gravissima e un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna. Il Governo e il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto disgregatore rinsaldando la loro concordia per l’avvenire democratico della Patria».

Qui la moderazione politica di uno statista si sposava senza equivoci con l’antifascismo e la democrazia, anche se non per tutti la DC era un “partito di centro che guardava a sinistra”, come sosteneva lo stesso De Gasperi. Qualche suo autorevole collega, durante il prosieguo della storia della Repubblica (indissolubilmente legata alle dinamiche a tratti oscure della Guerra fredda), non avrebbe mostrato il medesimo attaccamento alle sue istituzioni e non avrebbe lottato con la stessa determinazione per salvaguardare e rafforzare la democrazia, nata dall’antifascismo e incompatibile con una monarchia compromessa, tra gli anni Venti e Quaranta, con le peggiori nefandezze della storia patria.
Andrea Ricciardi

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