Il Contratto per il Governo e l’assenza di cambiamento reale

governo palazzo chigi
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L’autentico rinnovamento della società contemporanea e delle istituzioni si avrà soltanto quando, al loro interno, avverranno concrete «soppressioni» delle tangibili forme in cui è organizzata l’attuale «democrazia».

Il tratto della irreversibilità è allusivo di un cambiamento effettivo. Al contrario, leggendo l’incipit partitocratico e politicista del cosiddetto “Contratto per il Governo del cambiamento”, il paventato mutamento – frutto non d’una visione o di un progetto comune, bensì di un accordo tra le parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico per la gestione del potere – si riduce ad un’affermazione di “cooperazione tra le forze politiche”, sotto la vigilanza di un autoreferenziale “Comitato di conciliazione”, per “incrementare il processo decisionale in Parlamento e la sua cooperazione con il Governo”.

La critica spietata di tutto l’esistente non è oggetto del “Contratto”. Con l’apporto dell’apparente trasparenza della comunicazione mediatica, sia “tradizionale” che dei new media, entrambi compiacenti, si assiste alla degenerazione populista delle architetture statuali e degli organismi sovranazionali che tende a subordinare qualunque azione o discorso a una finalità politica d’affermazione, nello scenario globale, di soggetti organizzati all’uopo nonché supportati da un consenso generato dall’inevitabile “crisi” della democrazia rappresentativa. Ciò significa che né la società né le istituzioni subiranno alterazioni ed ancor meno scompenso funzionale in modo tale da far aderire ad un innovativo modello d’organizzazione politica la comunità popolare di riferimento.

La sceneggiatura politica scritta, in parte, nel 1989 ispirata dalle muse autonomiste regionali e, nella seconda parte, nell’Ottobre 2009, come manifesto antipartitico, trova nella prima “rappresentazione” in occasione delle elezioni politiche nazionali del 2013 un asimmetrico successo che si amplia a dismisura in un solido successo di “pubblico” il 4 Marzo 2018 rendendo evidente quell’atteggiamento (storiograficamente definito come trasformismo) proprio di chi, non avendo fatto parte dell’élite nei precedenti regimi o avendone fatto parte marginalmente, si impegna nella sostituzione della stessa adattandosi alla situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore di sviluppo o fautore di miglioramenti, per poter conquistare il proprio autonomo potere ed i privilegi che ne derivano.

Banalmente, oggi siamo in presenza di un cambio al vertice dello Stato del ceto politico dirigente; la destrutturazione del pensiero politico post-bellico antifascista e il dileguarsi della forma-partito di massa novecentesca non più capaci di prospettare alternative all’unica ideologia sopravvissuta, quella neo-liberale del mercato universale, della riduzione a merce di ogni aspetto della vita umana e della crescita infinita, genera una evidente fragilità nella negoziazione e nelle necessarie sintesi politiche dei soggetti in campo che possono solo proporsi al Governo del Paese, sulla scorta dei numeri elettorali, ma senza capacità nel costruire un nuovo patto sociale.

Il significato della deresponsabilizzazione in atto è fotografato dal sostegno internazionale (europeo, statunitense e russo, nonché dalla city di Londra) ricercato e ricevuto, al di la delle schermaglie pubbliche e/o giornalistiche che servono a rendere ancor più stringenti i richiami alla subalternità dell’Italia al Trattato dell’Unione europea (TUE) che è stato firmato il 7 Febbraio 1992 a Maastricht, novellato dal Trattato di Lisbona firmato il 13 Dicembre 2007. Dal “Contratto per il Governo del cambiamento” nulla dell’Italia, nel suo deleterio protagonismo globale economico e politico-militare, sarà revocato in dubbio. Quindi, l’esito del 4 Marzo 2018 va letto nella prospettiva “interna” nell’assenza di sostanziale soluzione di continuità.

Il gattopardismo sotteso a questo agire, così come la concezione dell’agire politico e la prassi – stantie liturgie che si ripetono dall’avvio della I Legislatura, l’8 Maggio 1948 (si conclude il 4 Aprile 1953), a seguito delle elezioni politiche del 18 Aprile 1948 – che con esso vengono espresse, non è nuovo nel panorama storico-politico italiano e si fonda sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958) si legge testualmente in questa forma: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (significativo il fatto che a pronunciare la frase è il nipote Tancredi del Principe di Salina). Strumenti di valutazione delle modalità di costruzione di una società più libera e giusta, il cosiddetto “Contratto per il Governo del cambiamento” non ne indica; meglio dire: non può indicarne essendo tutt’al più una profezia senza tempo che giova esclusivamente ai profeti, un reperto nel quale elencare retoricamente alcuni provvedimenti amministrativi compatibili, a ben guardare, con le realizzazioni operate nelle precedenti fasi dalle subculture politiche egemoni, la democristiana, la socialista, l’aziendalista e la “progressista”.

L’ontologia del Governo che s’annuncia attiene solo alla legge del contrappasso.

Nel 1976 Norberto Bobbio pubblicava un breve saggio – Quale socialismo? (Einaudi) – nel quale accusava il pensiero marxiano d’essere privo di una teoria dello Stato e della democrazia socialista. Il rapporto democrazia-socialismo viene inteso come rapporto mezzo-fine: il socialismo deve essere raggiunto solo attraverso la democrazia (pag.104). Ma si potrebbe anche sostenere il contrario, “e cioè che il socialismo è il mezzo e la democrazia è il fine, come chi dicesse che la democrazia reale o integrale può essere realizzata soltanto attraverso una riforma socialista della società” (pag.104). Tuttavia, il significato prevalente di democrazia nel binomio democrazia-socialismo è quello di democrazia come metodo, come via (pag.104); sono quindi fondamentali, da questo punto di vista, gli aspetti formali della democrazia, l’importanza della democrazia formale rispetto alla democrazia sostanziale (pag.97). Non c’è fine totalmente indifferente al mezzo, non c’è mezzo che non incida sul fine (pag.106); scrive Bobbio: “quando si contrappone la via democratica verso il socialismo alla via non democratica, cioò che cambia è soltanto il giudizio sul mezzo o anche la visione del fine?” (pag.106). Il significato di socialismo non è univoco: “il socialismo è come la felicità: tutti lo vogliono perché ognuno lo può foggiare secondo i propri desideri” (pag.105). Il massimo punto d’arrivo della socialdemocrazia è stato finora il welfare state (pag.18).

La prospettiva analitica di Bobbio è pregiudicata dall’idea della democrazia come “valore” e non come realizzazione storico-concreta. Il filosofo, giurista, politologo, storico e senatore a vita torinese, hegelianamente, ha sostenuto che deve essere l’organizzazione della formazione economico-sociale a conformarsi all’idea della democrazia; una diversa combinazione di democrazia rappresentativa e democrazia diretta nella prospettiva di sempre maggiori momenti di partecipazione popolare (da attuarsi in primo luogo grazie ad una forte opera di decentramento piuttosto che di virtualizzazione o dematerializzazione dei rapporti sociali e politici mediante apposite piattaforme in grado di “sondare” umori ed orientamenti dei cittadini) sembrerebbe risolvere le contraddizioni insite nell’insufficienza a perdurare della democrazia soltanto formale.

L’attenta filologia e ermeneutica bobbiana sembra stupirsi dell’assenza d’una specifica concettualizzazione dello Stato e della democrazia socialista nell’elaborazione marxiana. In verità, lo Stato non può limitarsi ad una serie ininterrotta di connotazioni: come sovranità, come diritto, come legittimità, o parallelamente come politica fiscale, come politiche assistenziali ed altro. Seguendo questa logica s’approda ad una radicalità preconcetta, ad un’idea di Stato come struttura di fondamento essenziale a partire dal quale la vita politica diviene analizzabile in termini di organizzazione e di subordinazione. Ecco perché si sostiene l’idea che autentici rinnovamenti della società contemporanea e delle istituzioni si avranno soltanto quando, al loro interno, avverranno concrete «soppressioni» delle tangibili forme in cui è organizzata l’attuale «democrazia». Una prospettiva diversa da questa attiene unicamente alla sostituzione del personale politico che, da ciò che è possibile rilevare, segna, in alcuni casi, una contraddittoria costanza nel far parte dell’establishment accademico, politico, economico e militare.

Da ciò che può notarsi nell’attuale congiuntura, inediti organismi politici sembrano proporsi come componenti condizionanti la democrazia rappresentativa, ma non sembrano misurarsi sino in fondo con la costruzione di una democrazia capace di cambiare il regime sociale. Ecco perché è la «soppressione» – con il portato d’irreversibilità che contiene – l’unico parametro in base al quale valutare la qualità della proposta politica del nuovo ceto politico che si candida a dirigere il Paese.

Non può passare certo inosservata l’assenza nel cosiddetto “Contratto per il Governo del cambiamento” di un modello dettagliato della futura società (almeno italiana), alla quale gli estensori si sono limitati ad accennare, in modo frammentario ed in paragrafi non destinati alla condivisione popolare. Per alcuni, si tratta di un comportamento in linea con il metodo “pragmatico” ed “antiutopistico”: in realtà, lo sforzo ideativo confluisce nello “scrivere ricette per l’osteria del presente”, si limitano a parlare del presente e lasciano inespressa la visione strategica del futuro e l’opportunità di realizzare un cambiamento effettivo. Per altri, invece, il testo predicherebbe la distruzione dell’assetto attuale della dialettica democratica senza aver in mente un modello preciso di società con cui sostituirla. Se il nazismo ed il fascismo hanno usato le leve democratiche per insinuarsi e determinare lo svolgimento dittatoriale dell’attività politica, certo è possibile che dalla mistificazione (Terza Repubblica) si possa giungere ad un incremento della sofferenza democratica già acuita dal venticinquennio berlusconiano. Tuttavia, va tenuto presente che i “regimi” politici corrispondono alle necessità di governo dello sviluppo capitalistico contro le quali nulla può la retorica allarmistica degli “oppositori”.

È bene ricordare che K. Marx, nello scritto La guerra civile in Francia (1871), individua nella breve esperienza socialista della comune di Parigi (18 Marzo-28 Maggio 1871) la concretizzazione della dittatura proletaria; sostituzione dell’esercito regolare con l’organizzazione degli operai armati; soppressione del parlamentarismo; sostituzione del parlamento con delegati eletti a suffragio universale, direttamente responsabili del loro operato al popolo, retribuiti con salari corrispondenti a un normale salario operaio; eliminazione della separazione dei poteri. La comune doveva essere un organismo di lavoro, esecutivo e legislativo. Non si pretende questo; non si era né si è in attesa della palingenesi, ma che una discontinuità si palesi. Al contrario, la proprietà non è formalmente abolita e non è trasformata in proprietà di tutti. Le proprietà non sono nazionalizzate, né attribuite alla comunità. Nella visione di un cambiamento reale inteso non può che essere centrale la definitiva soppressione della proprietà privata, quella situazione in cui l’uomo ha superato completamente l’orizzonte sociale ed antropologico della proprietà e cessa di intrattenere con il mondo rapporti di puro consumo. All’uomo della civiltà proprietaria, ossessionato dall’avere Marx contrappone un uomo nuovo realmente libero dai desideri del possesso. Nella Critica al programma di Gotha le due fasi sono intese da Marx come susseguenti. In una prima fase, quella corrispondente alla necessaria dittatura proletaria, imperfetta, emerge l’impostazione della vecchia società. Il principio di uguaglianza che regge questo stadio comunista si rivela ancora borghese, poiché non tiene conto delle differenze individuali, dei meriti e della capacità di ciascuno, limitandosi ad annullare astrattamente le differenze. Di queste, capacità, potenzialità, attitudini, invece tiene conto invece il comunismo nella sua fase più matura, una fase di vera uguaglianza “in cui ognuno ha secondo le sue capacità e ognuno secondo i suoi bisogni”. Dopo che la società ha assunto il lavoro non come mezzo di vita, ma come sintomo di vita creativa ecco profilarsi la vera società comunista: senza divisione del lavoro, senza classi, senza proprietà privata, senza miseria, e senza Stato.

Questo è il “punto” di divaricazione della “politica”. Il sapere come propria realtà, costruita e sofferta nel lavoro e nello sfruttamento, essere l’organizzazione della produzione e riproduzione della vita determinano, il sentire come impostura da distruggere, distruggendo tutte le forme attraverso le quali lo Stato si fa realtà di dominio, non può che far evolvere l’evidente estraneità ed ostilità popolare nei riguardi della “politica” – che assume oggi le sembianze dell’antipolitica, con tutte le ambiguità che sono state considerate – verso un rapporto con il “potere” che solo il disprezzo e l’ansia di «soppressione» sanno caratterizzare. Vedere lo Stato occupato dal diverso ceto politico come continua a funzionare è sapere quello che esso è: le prassi sociali nutrono la teoria per imporle la propria dissoluzione; unire la comprensione dei fatti politici al desiderio di disgiungere una nuova pratica di riappropriazione popolare del potere politico emancipandosi dalla miseria del dominio statuale; questo è l’auspicio di cambiamento.
Giovanni Dursi

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