Il coronavirus supera la fantascienza di Asimov in “Il sole nudo”

Milano pandemia
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Le domande sono superiori alle risposte.
Dovremmo imparare ad ascoltare le domande in questa epoca in cui tutti parlano, tengono il proprio comizietto, urlano.
Di domande ne ho tante, di risposte poche.
In questa epoca che stiamo vivendo c’è però un’evidenza, il coronavirus. Ma accanto a questa evidenza ce n’è un’altra che si staglia nettamente sullo sfondo. Questa pandemia sta portando ancora più nitidamente alla luce i conflitti, gli irrisolti, del nostro sistema socio-economico, etico, relazionale.

Io sono tetraplegico e vivo in carrozzina. Quindi, a seconda dei punti di vista ho poco corpo, oppure come dice una mia amica ne ho troppo, perché più di altri sono soggetto ai diktat del corpo.
In ogni caso, sia che si propenda per una posizione o per l’altra, il corpo per me è essenziale.
Sul corpo mi faccio domande, mi interrogo.
Interrogandomi osservo che stiamo vivendo, entrando, perpetuando un’epoca di disincarnazione, in cui il corpo gioca una strana partita.

La parola d’ordine è diventata distanziamento. Neghiamo la vicinanza dei corpi. L’altro, con il suo corpo, diventa immediatamente il possibile nemico, infetto, contagioso, da allontanare oppure da eliminare.
Quando rifletto sullo strano destino a cui, in questi mesi di pandemia, è stato costretto il corpo mi viene in mente il bellissimo romanzo di fantascienza di Isac Asimov, Il sole nudo.

il sole nudoIn questo romanzo Asimov ipotizza un pianeta occupato da pochissimi abitanti. Ognuno dei quali risiede in proprietà di incredibili estensioni, cosa che gli consente di vivere isolato dagli altri, di evitare le relazioni sociali. L’unica forma di relazione consentita è data dalla possibilità di visionarsi.
Già la parola visionare mi riporta non più alla fantascienza ma a quanto accade oggi.
Oggi possiamo visionarci con WhatsApp, con Zoom, e con tutte le altre piattaforme a disposizione. Ma guai ad avvicinarsi all’altro. Guai ad avvicinarsi all’altro anche in famiglia.
L’altro è diventato il nemico. Abbiamo costruito il nemico perfetto. Possiamo anche evitare di sceglierlo. È l’altro in quanto altro che è nemico. L’altro cessa di essere prossimo, si trasforma in nemico.
Nel romanzo di Asimov ci sono altri particolari suggestivi. Ai bambini si insegna a evitare giochi di contatto, quelli in comune con altri coetanei. Per essere dei buoni solariani bisogna evitare gli altri. A questo proposito riporto un aneddoto di seconda mano. Non so quanto sia vero. Mi auguro che non lo sia. Una mia ex collega mi ha raccontato di un alunno delle elementari che è stato messo in castigo perché durante l’intervallo ha toccato un compagno. Ora aldilà della verità o falsità di un episodio del genere, mi allarma anche il semplice fatto che una tale storia sia stata inventata. Non siamo più nel campo della restrizione delle curiosità sessuali. Curiosità peraltro legittime, e che è normalmente si presentino in età infantile. Si arriva addirittura alla punizione di un gesto specie specifico, il contatto. Mi sembra che ci stiamo avvicinando a grandi passi ai paesaggi distopici delineati da Asimov che narra anche di come nella società marziana di Solaria si sperimenti l’ectogenesi, in modo da affidare alle macchine i processi procreativi, “evitando così la suprema ignominia del contatto fisico e del sesso”.
Su questo pianeta avviene un omicidio. Viene chiamato un detective terrestre che inizierà a indagare. Gli indizi puntano verso una donna solariana.
Non farò dello spoiler e non vi dirò come finiranno le indagini. Quello che mi interessa evidenziare è che soltanto pochi anni fa gli eventi descritti in questo libro potevano essere definiti fantascientifici. Oggi lo sono ancora?
Ma le mie domande non hanno origine soltanto dalla letteratura fantascientifica.

NeurofenomenologiaRagionando sull’empatia il neurofisiologo Vittorio Gallese scrive quanto segue:
«Come sottolineato da Husserl è il carattere d’alterità dell’altro che fornisce oggettività alla realtà. La qualità della nostra esperienza vitale (Erlebnis) del “mondo esterno” e il suo contenuto sono condizionati dalla presenza di altri soggetti che risultano intelligibili, pur mantenendo la propria alterità» [1].
Se ben capisco quello che Gallese intende la nostra esperienza dipende dal fatto che ci siano altri soggetti e che essi siano comprensibili. La domanda allora diventa questa. Come faccio io a capire gli altri, se sono isolato nel mio loculo attrezzato con ogni ben di dio consumistico? Come faccio io a intendere l’altro se non interagisco? Come faccio a intenderlo se quando interagisco posso basarmi soltanto sulla prossemica, ma non su sguardi, sorrisi, e mimica del volto, le quali costituiscono una grande parte del nostro linguaggio umano? Questo volto oggi appare nascosto, stravolto dalle mascherine?
Ecco come vedete ho altre domanda ma non ho un’altra risposta.
Gallese arriva a concludere che senza l’esperienza del corpo mio e altrui, corpo non soltanto inteso come oggetto ma anche come qualcosa di vitale, non può esserci empatia, non può esserci razionalità, non può esserci… Non possiamo esser-ci?
«Husserl mette in evidenza il ruolo svolto dal corpo in azione nei processi percettivi. Volendo usare una terminologia contemporanea, potremmo dire che secondo Husserl non può esservi percezione senza una consapevolezza del proprio corpo agente. […] Se accettiamo queste premesse, il percorso da compiere per passare dal fare al pensare si riduce considerevolmente. Secondo Husserl, ciò che rende intelligibile il comportamento degli altri è il fatto che il loro corpo non è meramente esperito come un oggetto materiale (Körper), ma come qualcosa di vitale (Leib), qualcosa di analogo all’esperienza che abbiamo del nostro corpo in azione. […] L’empatia s’intreccia profondamente con la nostra esperienza del corpo proprio, ed è appunto quest’esperienza che ci permette di riconoscere gli altri non come corpi fisici dotati di una mente, ma come persone come noi. Le persone sono classicamente definite come esseri razionali. Questa assunzione di razionalità sembra affondare le proprie radici nell’esperienza del corpo» [2].

Sono sicuramente riflessioni importanti quelle proposte da Gallese.
Sinceramente non so come districarmi se non andandomi a bere un buon bicchiere di vino con un’amica, o un amico, ripristinando la vicinanza dei corpi.

Foucault Le mie domande non si esauriscono qui. Continuano, chiaramente influenzate dalla lettura di Michel Foucault, “Sicurezza, territorio, popolazione”.
Sono molteplici gli spunti che si possono arguire da questa lettura a partire dall’esclusione dei lebbrosi durante il Medioevo «Anche se esistevano altri mezzi, questo tipo di esclusione si reggeva essenzialmente su un apparato giuridico di leggi e regolamenti, oltre che su un apparato rituale e religioso, il cui scopo era quello di creare una divisione binaria tra chi era lebbroso e chi non lo era» [3] .
Queste parole non vi ricordano forse qualcosa?
Non vi ricordano la distinzione che facciamo oggi tra chi è positivo al coronavirus e chi non lo è?
L’apparato giuridico, religioso, etico di cui parla Foucault non è forse il lo stesso apparato giuridico, religioso, etico, che si cerca di sostenere oggi, senza la possibilità o perlomeno la tentazione di metterlo in discussione?
Sembra che allora come oggi in gioco ci sia esclusivamente la possibilità di perpetuare un sistema, piuttosto che metterlo in discussione, modificarlo.
Foucault fa poi altri esempi. Scrive della peste, del modo in cui è stata affrontata nel Medioevo.
Scrive del vaiolo e delle pratiche di inoculazione messe in atto a partire dal XVIII secolo.
A proposito del vaiolo Foucault sottolinea una questione importante.
«Il problema insomma non è l’esclusione come nel caso della lebbra, né la quarantena come nel caso della peste, ma riguarda le epidemie e le campagne mediche grazie alle quali si cerca di arrestare i fenomeni sia endemici sia epidemici. A tale riguardo, basta considerare tutte le leggi e gli obblighi disciplinari su cui si basano i moderni meccanismi di sicurezza per capire che non c’è una successione legge-disciplina-sicurezza, ma che la sicurezza è una certa maniera di aggiungere, e far funzionare, oltre i propri meccanismi, anche le antiche armature della legge e della disciplina. Nel diritto come nella medicina… Si tratta della nascita di tecnologie di sicurezza sia all’interno dei tipici meccanismi di controllo sociale, come nel caso della penalità, sia all’interno dei meccanismi volti a modificare qualcosa nel destino biologico della specie. Possiamo allora sostenere – e questo è il punto decisivo e della mia analisi – che nella nostra società, l’economia generale del potere si sta trasformando all’insegna della sicurezza?» [4].
Seguendo l’analisi di Foucault sembrerebbe proprio che ogni epoca stabilisca ben precisi apparati di sicurezza e sorveglianza. I quali non sono altro che funzionali al controllo, al perpetuarsi del sistema economico e dell’apparato etico che l’accompagna. Apparato etico della classe dominante?

Parlare di classi è inappropriato. Qui bisognerebbe iniziare una lunga digressione per riflettere su che cosa si intenda per classi, se queste esistano ancora. Sicuramente la difesa dell’esistente implica il perpetuarsi di strutture di pensiero che impediscono di andare verso orizzonti e significati diversi.
Se le nostre riflessioni sono appropriate si impone un’ulteriore domanda.
L’apparato di controllo messo in atto dal susseguirsi dei DPCM, peraltro spesso confusi, che tipo di struttura e sistema economico vogliono mantenere in piedi?
Mi sembra che la domanda sia scontata. Questi DPCM non sembrano mettere in discussione i fondamentali del sistema iper liberistico in cui viviamo.
Non si tratta di mettere in discussione se esista o non esiste il coronavirus, se si debba o non si debba correre ai ripari. Quello che su cui vorremmo riflettere è sulla necessità di segnali che indichino una direzione diversa da quella esistente, che indichino una visione altra rispetto a quella dominante.
Ad esempio, dare una reale priorità a scuola, sanità, cultura avrebbe significato esprimere una volontà di cambiamento.
Ecco. Quello che manca è una volontà di cambiamento. Ancora una volta c’è da chiedersi se oggi, mutata mutandis, aldilà della pandemia non ci sia in gioco altro che l’eterno conflitto tra chi ha e chi non ha.
È in momenti come questi che si strutturano e si cristallizzano forme di potere, di controllo. Le quali poi continueranno a perpetuarsi una volta finita la crisi, a volte per inerzia altre per premeditata intenzione.
Se non si costruiscono insieme ai sistemi di controllo adeguati contrappesi, si restringeranno sempre di più gli spazi democratici. Non è in discussione l’esistenza o non esistenza del coronavirus. È in discussione il modo in cui esso viene affrontato dalle Istituzioni, le quali riducono sempre di più spazi democratici e relazioni, con l’assoluto consenso derivante dalla paura.
Saprà la nostra cultura politica e civile darsi una diversa prospettiva?
Saprà la politica svincolarsi dal giogo dei sistemi economico finanziari e guardare al bene della poleis?
Gianfranco Falcone

[1] V. Gallese, Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività. In M. Cappuccio (a cura di) Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, Bruno Mondadori, Milano. 2006. p. 318.
[2] V. Gallese, ibidem, p. 319
[3] M Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France 1977-1978. Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2017, p. 20.
[4] M Foucault, ibidem, pp. 20-21.

 

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