Il declino del rock. Intervista a Marco Quaroni

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Una sincera intervista quella con Marco Quaroni che ragiona sul rock e dintorni, sui concerti eco-compatibili, Springsteen e i suoi non eredi.

Marco Quaroni

Marco Quaroni, 43 anni, giornalista professionista di Villa di Tirano (Sondrio). Corrispondente e poi redattore de Il Giorno di Milano dal 1997 al 2005, redattore del Giornale di Sondrio dal 2007 ad oggi, responsabile fra l’altro delle pagine di Cultura. Collaboratore di testate nazionali di musica rock e cultura quali Mucchio Selvaggio e Buscadero. Direttore delle riviste Classix e Classix Metal.

È una domanda che mi è capitato di rivolgere ad altri giornalisti musicali: gli algoritmi sono sempre più sofisticati fino ad influenzare le scelte per non dire della forza predittiva. E quello di Spotify è uno di questi. Come si immagina il futuro della sua professione di critico affermato nella musica digitalizzata e in un mondo debordante di playlist che, quasi sempre a mio parere, sono espressione della volontà di pochi dominanti del settore?
Non lo immagino, purtroppo. Sono un giornalista vecchio stampo e un fruitore di musica vecchio stampo. Esce un disco e io vado al negozio a comprarlo, in Cd o vinile. Poi lo apro, con rituali quasi religiosi, lo annuso, leggo le note, e infine lo ascolto. Non conosco e non voglio conoscere altri metodi di fruizione musicale. Mi spaventano e uccideranno la musica di qualità a beneficio di prodotti usa e getta.

I Coldplay si sono presi uno o due anni “per capire come fare concerti non solo ecosostenibili, ma che abbiano addirittura un impatto positivo sull’ambiente”. Lorenzo Cherubini e il suo tour con i Jova Beach Party, grandi concerti sulle spiagge italiane insieme al WWF ha dovuto rintuzzare diverse polemiche sul suo operato. Negli anni futuri assisteremo a concerti meno spettacolari, a tour di presentazione dei dischi ridotti per una maggiore sensibilità verso il riscaldamento globale o dobbiamo pensare che lo streaming come modello industriale di ascolto è parte di queste decisioni?
Mi pare tutto ridicolo. Non ho mai seguito artisti che proponessero effetti speciali mostruosi dal vivo, tali da influire negativamente sull’ambiente, ma solo gente che saliva sul palco e sudava per tre ore. Così dovrebbe continuare a essere. La faccenda ambientale nell’ambito musicale mi pare solo una moda del momento. Gli artisti facciano il loro mestiere, quelli che si impelagano troppo in queste cose non hanno molto altro da raccontare e cercano solo visibilità. Spetta invece agli organizzatori creare i presupposti per rispettare maggiormente l’ambiente, per non inquinare o riempire di rifiuti un’area, e al momento in Italia l’unico che mi sembra veramente impegnato in tal senso è certamente Claudio Trotta della Barley Arts.

Siamo alla fine del primo ventennio del secondo millennio. Se dovesse tracciare una linea di continuità nei contenuti, nei modelli di produzione e consumo nella musica rock cosa segnalerebbe? E al contrario quali sono gli elementi che hanno segnato una rottura con il passato?
Il rock non è più una musica attuale. Finché vivranno i mostri sacri come gli Stones riempiranno ancora gli stadi con i fan della loro età che ormai portano figli e nipoti a vedere gli ultimi dinosauri. Mostri sacri appunto che non verranno sostituiti proprio perché i giovani non comprano dischi e tantomeno si interessano al rock. Quindi non ne vengono fuori di nuovi, almeno non al loro livello. Vedo ancora più vivace il metal. I metallari hanno grande cultura e hanno cresciuto generazioni appassionate. Il rock meno. Per rock e cantautorato siamo agli sgoccioli.
Il più giovane che ancora segue importanti orme del passato è Eddie Vedder. In Inghilterra stanno crescendo bene gli Hardwicke Circus. Ma ormai vanno i prodotti televisivi che durano un’estate. È un peccato mortale. Poi certo, finché saranno in attività Van Morrison, Little Steven, Steve Earle o i Los Lobos, potremo ancora divertirci.

Lei è un appassionato e grande cultore di Bruce Springsteen: il Boss entrerebbe con uno dei suoi dischi nei maggiori cinque dischi rock che meglio hanno rappresentato questo ventennio?
Dopo i capolavori del passato, nell’ultimo ventennio il Boss ha sicuramente ancora marcato bene il territorio del rock – soprattutto dal vivo, essendo in quel campo inarrivabile – anche se non più con lavori paragonabili a quelli iniziali. Negli ultimi 20 anni si è espresso meglio con altri stili, più cantautorali, basti pensare all’ultimo lavoro, Western Stars o a Wrecking Ball, che non era proprio rock. D’altronde dai 50 ai 70 anni era normale fosse così. Riguardo il rock ha comunque ancora detto la sua con The Rising del 2002 e Magic del 2007. Due grandi album rock.

Qualche riflessione sul nostro Paese. Chi potrebbe ben rappresentare il rock tra gli artisti italiani e fuori dal panorama del rock, nella musica popular cosa l’ha più appassionato?
Dal punto di vista del rock vedo poca gioventù in giro in Italia, e quella poca non esce dalle cantine. Non hanno sbocchi. Rabbrividisco quando nei nostri paesi una cover band di Vasco Rossi o chiunque altro grande nome riempie un palazzetto mentre un giovane cantautore di talento non viene nemmeno chiamato a suonare perché non avrebbe nessun seguito. È un omicidio legalizzato per la musica d’autore. Le serate tributo ci stanno e le cover band in certi casi hanno senso, ma se si deve scegliere è sempre meglio far conoscere artisti di qualità che propongono la loro voce. Una volta succedeva, o i Rino Gaetano non sarebbero mai usciti fuori. E oggi infatti non uscirebbero. Certamente i Gang continuano a tenere altissima la bandiera del rock impegnato, come i Luf seguitano a proporre un eccellente folk di matrice Irish. Vinicio Capossela è una delle ultime grandi realtà del nostro cantautorato. Gli altri grandi sono morti o andati in pensione, purtroppo. Il milanese Folco Orselli è un autore sopraffino, ma non riesce a entrare nel giro che conta per i motivi sopra elencati. Stesso discorso per il camuno Alessandro Ducoli. I Miami and The Groovers di Rimini fanno un grande rock americano, mentre Daniele Tenca ha preso la strada del blues. Il bluesman sardo Francesco Piu è eccezionale, ma anche lui destinato al culto di pochi. Fanno tutti la loro resistenza musicale sudando su tutti i palchi disponibili, e meritano un grande sostegno. Se devo parlare di pop, citerei Max Gazzè

Un’ultima domanda, cosa ne pensa degli oramai affermatissimi talent show musicali da X Factor a Italian’s Got Talent?
Penso che se non ci fossero sarebbe un bene per il futuro della musica di qualità e per quello dei nostri bambini. Una bella voce non fa un grande artista.

Ciro Ardiglione

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