Il diritto allo studio violato dalla discriminazione

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La scuola che discrimina, che esclude, che seleziona in base al censo, alle integrità psico-fisiche, alle appartenenze etniche prima d’essere un ossimoro rappresenta un vulnus di civiltà. Tali istituzioni pubbliche delegate all’istruzione, all’educazione ed alla formazione, soprattutto dei giovani, agendo in modo segregante e ghettizzante diventano il loro contrario, fucina di mentalità elitaria pronta ad accogliere, più o meno consapevolmente, nuove condizioni d’apartheid violando il diritto costituzionale all’istruzione per tutti.

È un bene che la cronaca sollevi la questione in un passaggio storico-sociale caratterizzato da feroci rigurgiti xenofobi, razzisti e fascisti che lacerano non solo la società italiana ed europea.

Non è accettabile che alcune Dirigenze scolastiche – nazionali e/o locali – possano, con noncuranza ed in ossequio ad impianti di rilevazione ministeriali (Rapporto d’autovalutazione d’Istituto) eventualmente forieri d’ambiguità semantiche, produrre documenti che sanciscono una differenziazione identitaria d’Istituto nell’accogliere, come il rispetto della Costituzione della repubblica italiana e delle leggi subordinate obbligano a fare, o rifiutare – esercitando un violento ed anacronistico “libero arbitrio” – figli di famiglie non abbienti, studenti diversamente abili, giovani immigrati da altri continenti.

È tempo di fare chiarezza circa l’autonomia scolastica, protetta dall’art. 117 della Costituzione, che consente alle scuole d’organizzare le classi secondo più moderni criteri, di arricchire l’insegnamento con il contributo di esperti esterni, di facilitare il raccordo tra scuole per meglio usufruire delle opportunità didattiche, ma certamente mai impedendo l’iscrizione ad alcuni o inducendo altri a desistere con operazioni irresponsabili ed escludenti oltreché illegali.

L’auspicio è che il Ministero competente e gli Uffici scolastici regionali si impegnino immediatamente a verificare quanto le scuole (nella fattispecie, i Licei classici, scientifici, linguistici, artistici e delle Scienze umane) fanno per garantire l’uguaglianza. In una società democratica la scuola è una precondizione della democrazia stessa in quanto volta a superare le disuguaglianze sociali ed economiche ed a creare condizioni di pari opportunità (art. 3, 2 comma Costituzione).

Fattualmente sta emergendo un paradosso: da un lato si è in presenza di uno slancio innovativo, di un’agile e puntuale interpretazione pedagogico-didattica delle problematiche sociali, con la considerazione, nelle prassi scolastiche, della nuova concezione di “bisogno educativo speciale“, la cui realizzazione spetta a tutti e a ciascun soggetto educativo nel corso della propria esistenza e nei vari luoghi deputati alla crescita economica, sociale e culturale. Si tratta di un bisogno inteso sia come “diritto all’educazione” sia come “dovere dell’educazione“. La concezione parte da un’idea nuova di salute e di benessere, tradotta nel 2001 nella ormai nota ICF. Tale classificazione considera e accredita, scientificamente e socialmente, un nuovo concetto di salute e di benessere che potremmo definire olistico, globale, integrato, contestualizzato, sistemico. Ad esempio, il disabile, in quest’ottica, va considerato in ogni caso in maniera correlata agli altri soggetti che incontra nella vita quotidiana e nelle istituzioni educative, come persona unica legata a fattori personali e ambientali. Di qui la necessità di ricercare un nuovo fondamento teorico e pratico per la ricerca della pedagogia speciale e della didattica con l’obiettivo di contribuire alla creazione di una società della relazione e dell’inclusione. Dall’altro lato, in modo sbalorditivo, non tutte le Istituzioni scolastiche autonome – presenti in tutte le regioni – permettono di accedere al servizio scolastico come la normativa e l’etica pubblica “prescrivono”. Tali decisioni – meritevoli di sanzioni – sono gravi lesioni alla dignità delle persone e del rispetto di diritti costituzionalmente sanciti.

Gli art. 33 e 34 della Costituzione, infatti, delineano i principi di un sistema scolastico statale che, in coerenza con i valori fondanti di una democrazia, senza dubbio deve trasmettere i saperi, ma soprattutto deve formare i cittadini di una società democratica e cioè una scuola per un pieno diritto di cittadinanza. Con la tutela costituzionale, per la prima volta, l’istruzione, da mera questione amministrativa, ha assunto un’ampia rilevanza sociale, emancipatrice e di contrasto oggettivo alle ineguaglianze.

La missione dell’insegnamento è quella di trasmettere non del puro sapere, ma generare e condividere una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere; essa è nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero. Lo scrittore Heinrich von Kleist (1777-1811) così si esprimeva, a ragione, in proposito: «Il sapere di per sé non ci rende migliori né più felici», ma è altrettanto vero che l’educazione può aiutare a diventare migliori e, se non più felici, insegna ad accettare la parte prosaica e a vivere la parte poetica delle nostre vite. La prima finalità dell’insegnamento è stata formulata da E. Michel de Montaigne: «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena». Una testa «ben fatta» significa un’attitudine generale a collegare i saperi e dare loro un senso (rif. a Edgar Morin, “La testa ben fatta”, R. Cortina Ed., 2000). Questi principi pedagogici devono ispirare – anche nella contemporaneità – l’organizzazione del servizio scolastico pubblico come parte sostanziale e qualificante del Welfare State. La koinè culturale così congegnata agevola la comprensione del perché la scuola è un diritto degli studenti e delle figure genitoriali e insieme un dovere dello Stato; facilita la conoscenza dell’ordinamento democratico della scuola italiana e dei vari cicli di studio di cui si compone per promuovere lo sviluppo culturale e di personalità di tutti; è, infine, occasione di cognizione di cosa significano «istruzione» e «formazione» e in che modo sono organizzate sul territorio. Questa koiné è sancita con chiarezza dagli articoli della Costituzione della Repubblica italiana: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio …” (articolo 30); “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita … (articolo 34); “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso …” (articolo 34).

In questi giorni abbiamo appreso che nel Paese ci sono scuole che si negano ad alcuni studenti. Ciò in violazione della Costituzione ed anche della più recente normativa secondo la quale la Repubblica deve assicurare a tutti il diritto all’istruzione e alla formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il 18° anno di età. L’attuazione di tale diritto si realizza nel sistema di istruzione e in quello di istruzione e formazione professionale (rif. a Legge n. 53/2003, art. 2, punto 1, lettera c). Inoltre, ricordiamo che lo Stato non può limitarsi a dettare “le norme generali”, ma deve direttamente provvedere a realizzare direttamente con proprie scuole l’istruzione in tutto il territorio nazionale, in modo da garantire a tutti un livello di istruzione il più possibile qualitativamente e culturalmente omogeneo nel territorio nazionale.

L’integrazione di tutti gli alunni rappresenta un compito essenziale del nostro sistema scolastico, in quanto concretizzazione reale di un chiaro valore sociale condiviso e applicazione di una precisa norma costituzionale in ordine al fondamentale principio di uguaglianza (art. 3). Non è peraltro un compito esclusivo della scuola, poiché al diritto allo studio (art. 34) che questa deve assicurare per tutti, si affiancano – nella tematica dell’integrazione – l’integrazione di tutti i servizi preposti a ciò (L. 104/92), con una complessità e una articolazione che esigono un’attenta considerazione da parte di tutti i soggetti coinvolti. La conoscenza di tutte le tematiche connesse all’integrazione dei servizi e lo sviluppo di procedure facilitanti rappresentano una modalità imprescindibile di lavoro.

Lo sforzo e l’impegno che vengono di conseguenza richiesti a Dirigenti scolastici e a Docenti nelle scuole per consentire l’effettiva integrazione degli alunni con handicap, provenienti da altri Paesi del mondo o con difficoltà economiche sono in continua crescita e la risposta, non solo tecnico-professionale, da parte di coloro che rivestono ruoli e svolgono funzioni organizzativo-formative, deve essere all’altezza. Mentre da una parte aumenta il coinvolgimento in prima linea del Dirigente scolastico nell’ambito dell’organizzazione specifica all’interno dell’istituto, dall’altra deve sempre più raffinarsi la competenza circa una didattica inclusiva in tutti i Docenti, poiché proprio tale didattica rappresenta il fattore decisivo per l’autentica integrazione di tutti gli alunni e, conseguentemente, per il loro sereno sviluppo come persone e cittadini.

Che i “responsabili” facciano ciò che va fatto.
Giovanni Dursi

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