Il faggio del Pontone: 600 anni di una monumentale testimonianza

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Bisogna salire fino  a 1600 m. slm per incontrarlo e forse questo, se ve ne è uno,  è il miglior periodo per farlo.

Quanto meno è quello più interessante cromaticamente se piacciono i gialli, i rossi ed i residui di verde nelle varie tonalità che le faggete monumentali del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (PNALM ) offrono alla vista come se volessero pavoneggiarsene.

Acero a Passo Godi Foto Luciano e Guido Paradisi

Si tratta di un faggio secolare con forma a simil candelabro, più imponente del suo collega abbattuto da un fulmine nel Bosco di Sant’Antonio il 27 Dicembre  del 1999. Questo evento meteorologico avverso colpì gli abitanti di Pescocostanzo ma anche tutti coloro che avevano eletto quell’albero come uno dei simboli del capitale naturale dell’Abruzzo. La radura, dove rigoglioso accoglieva i visitatori, era luogo di aggregazione della gioventù locale e faceva da sfondo ad ogni foto delle comitive che sceglievano quella escursione. Come tutti gli alberi monumentali che sono stati celebrati  nella produzione letteraria, pittorica, lirica, era rappresentante del connubio migliore uomo- territorio in quel santuario naturale che  sono il primo esempio culturale contestualizzato nel tempo.
È stato testimone, ha regalato meditazione, bellezza, ha posto interrogativi, ha suggerito soluzioni, ha indotto una sensibilità negli umani che, quando è stata recepita, è stata testimonianza di un innalzamento culturale generalizzato. Negli anni ’50 si potevano intravedere forme di attenzione ambientale di cui la diffusa partecipazione alla Festa degli Alberi era una manifestazione evidente e che in qualche modo ha seminato cultura ambientalista che ancora resiste nella mente di tanti. Per fortuna.
Nel giorno stabilito le scolaresche venivano condotte nei luoghi designati alla piantagione dei nuovi alberelli. Negli anni successivi venivano ricondotti negli stessi luoghi a controllarne la crescita e a impiantarne di nuovi. Questa coscienza indotta ha permesso che si possa apprezzare oggi, di veri e propri monumenti della natura con età stimata anche di un millennio come nelle foreste del PNALM diventate patrimonio dell’Unesco.

Tocca adesso al faggio secolare di Passo Godi, noto come del Pontone, prendere il testimone da esibire quale simbolo delle foreste monumentali abruzzesi. Al pari di lupi, orsi e camosci, essere testimone, nel suo caso per almeno qualche secolo, di memorie e storie, esperienze naturalistiche e leggende. Essere esempio di come, in natura, la vita possa sopravvivere e trarre spunto da eventi atmosferici negativi. Possa superare gli inverni più gelidi con coltre di neve che copre tutto per settimane, le memorie della nevicata del ’56 ma anche delle successive sono ancora vive, resistere a tempeste gelide e venti che tentano di sradicare ogni cosa. Solo al fuoco e al disboscamento potrebbe soccombere  e lo farebbe ogniqualvolta l’azione degli umani non fosse stata sufficiente a preservarlo oppure, perché essa stessa malata, fosse causa dell’innesco fatale o della disposizione alla quale la natura non può resistere.

il bar a passo Godi coperto da un manto altissimo di neve
Il rifugio di Candido a passo Godi dopo una abbondante nevicata. Foto di Candido Nannarone

Il faggio del Pontone ha goduto, per almeno seicento anni delle migliori condizioni per essere diventato un patriarca, un nonno plurisecolare che vigila e controlla che la splendida foresta di cui fa parte continui a proliferare, a regalare ossigeno agli esseri viventi, ad offrire ricovero ad insetti, larve, uccelli, finanche sostegno a parassiti e funghi e cibo a mammiferi.
Si immagini quanti ungulati si siano strofinati alla sua corteccia, quanti mammiferi si siano cibati dei suoi frutti di faggiola (o faggina), dispersa per fecondare di nuovo il suolo a metà primavera con l’aiuto di roditori e uccelli. Alternando stagioni di pasciona e di carestia alle quali gli animali hanno dovuto adattarsi e trovare contromisure.

Il grande faggio del Pontone. Foto Luciano e Guido Paradisi

Un monumento, come quello del Pontone, che ha ricordi di guerre e migrazioni umane e di animali, di transumanze di migliaia di ovini, ha udito i versi dei pastori per esortare al cammino gli armenti, gli ululati di lupi e del vento invernale, il canto fresco delle brezze estive tra i propri rami che risulta gradevole dopo la calura, i bramiti dei cervi in amore ed assistito ai loro combattimenti per i loro harem, per la conquista ossessiva delle loro femmine e del perpetuarsi della specie. Ha, nel tempo, preso atto del cambiare degli usi e costumi degli umani, dei loro mezzi di locomozione, prima esclusivamente  a dorso di animali, poi in carrozze, bici ed infine assistere alla evoluzione del rombo dei motori a scoppio che adesso si trasforma sempre più nel soffio delle autovetture elettriche. Abbiamo visto sfrecciare nella strada più vicina al faggio secolare finanche una nuovissima Tesla che sibilava procedendo velocemente grazie alla sua propulsione esclusivamente elettrica.

Nei giorni scorsi siamo saliti a Passo Godi con gli amici abituali Luciano, Gabriele e Guido, con la nostra conoscenza Michele Giovanni appena rientrato dal suo cammino in Terra Santa ed un nuovo componente del gruppo amante delle foto,  Nicola Marrama, con l’intento di godere delle evoluzioni cromatiche dell’autunno. Si inizia ad apprezzare il cambiamento mano a mano che si aumenta di quota.

I muli nella foresta

La danza dei colori non è ancora al massimo splendore ma, il cielo parzialmente coperto arricchisce la mutevolezza ogni qualvolta una sciabolata dei raggi del sole raggiunge ora quel bosco ora l’altro. Le faggete sono trasformate in una tavolozza naturale di colori che cambia attimo per attimo.

Lasciata l’auto ci incamminiamo nel bosco verso la nostra meta, fiancheggiando una mandria di muli con i finimenti necessari al trasporto del legname. Uno di essi, probabilmente il più esuberante, è impastoiato per impedirne la fuga. Siamo quasi in vista dell’albero quando un aspide, non proprio confidente, mostra un grande attivismo malgrado le temperature a queste altitudini dovrebbero mitigarne l’indole. Era anche lui come noi alla ricerca del raggio di sole, per scaldarsi il rettile, per il miglior scatto il gruppo. Appare l’albero che cerchiamo.È davvero imponente: circonferenza misurata 10,10 metri. Se quello del Bosco di Sant’Antonio, stimato dai cerchi del suo tronco dopo l’abbattimento era accreditato di 300 anni circa per 5 metri di diametro all’incirca, il nostro ne avrà tra 600 e 700 almeno.

Un aspide in procinto di attaccare tra le foglie del bosco
Aspide a Passo Godi. Foto Luciano e Guido Paradisi

Ha una corteccia che narra molto. Conferisce la stessa sacralità di antiche pietre con le quali è stato costruito un antico maniero. È simbolo, come lo sono le pietre, della storia, degli avvenimenti che si sono succeduti, dell’età che traspare dalle impressioni che ognuno può avere al suo cospetto. Ed ognuno può rispondere a modo suo all’esortazione dell’autore del verso scolpito nella pietra che qualcuno ha voluto posizionare ai suoi piedi:  “Io non capisco come si possa passare davanti ad un albero e non essere felici di vederlo “. Può proseguire senza assecondare l’esortazione, oppure prendersi il tempo che la sua sensibilità gli conferisce. Magari trovare una posizione di comoda contemplazione per riflettere su tutto quanto detto in precedenza, oppure scrutare analiticamente quanto la secolare storia dell’albero induca al pensiero. Guardare i solchi profondi della sua corteccia immaginando le rughe,  come spesso viene fatto nei cartoni, in animazioni molto reali, proposti ai bimbi. Immaginare i muschi che dal basso ne attaccano la superficie come una foresta nella foresta per tutti i piccoli organismi che vi trovano ospitalità.

Il muschio sul faggio del Pontone

Rimanere incuriositi dalla parte superiore della corteccia asportata dall’azione delle forti unghie di un orso oppure dai potenti palchi di cervi che tentano di liberarli  del velluto a primavera o immaginare di essere cosparsa con il prodotto delle ghiandole odorifere in modo da delimitare il loro territorio e le gerarchie tra gli individui. Proprio come fanno anche i lupi del branco che presidia quella zona urinando alla base del grosso albero. Man mano che lo sguardo sale vero il fusto, che in realtà, nell’esemplare che stiamo guardando comprende più fusti attorno al principale che partono dalla stessa base, si notano più formazioni di licheni che, tornando alla metafora del nonno rugoso, sembrano proprio quelle formazioni verrucose che conferiscono austerità e severità al volto dei nostri anziani. Forme che si avviluppano verso l’alto e offrono stazioni dove i picchi sono alla perenne ricerca di insetti e larve lasciando i segni del loro passaggio sulla corteccia ed a volte disegnando curiosi percorsi sul legno del fusto. La parte bassa del fusto è anche utile a liberare dai parassiti quegli animali che si sono coperti di fango che, una volta secco, strofinandosi verso la corteccia/grattugia, li libera del fastidio.

La targa posta sotto il faggio del Pontone

 

Che testimone del tempo fantastico il nostro albero monumentale! Dopo aver assistito ai cambiamenti nella vita delle comunità e di quel territorio, ha dovuto fare esperienza, accaduta in nostra presenza anche con la tecnologia più evoluta, magari un leggero sibilo che si confonde come un nuovo tipo di venticello tra i rami. Si trattava in realtà di un avveniristico drone utilizzato per le riprese da una commissione dell’Unesco, guidata da una funzionaria islandese. Catturava immagini su alcune greggi che iniziavano la loro transumanza verso la dogana di Foggia scortate dai bianchi guardiani abruzzesi. Un giorno, molto presto, anche la transumanza apparterrà ai beni immateriali dell’umanità sanciti dall’Unesco.

Emidio Maria Di Loreto

La foto di copertina, Il faggio del Pontone è di Luciano e Guido Paradisi, https://www.tripsinitaly.it/

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