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Solo i bambini sapranno dello spettacolo. Al festival La prima stella della sera, organizzato da ATIR, gli adulti arriveranno a teatro senza sapere a quale spettacolo si assisterà.

Si tratta di una proposta forte. Con cui si vuole dare rilievo al desiderio di stare insieme, di creare comunità, piuttosto che alle singole personalità che saranno presenti per tutta la durata della kermesse. Una necessità questa sentita anche dai grandi nomi dello spettacolo che interverranno.
Questo ci hanno spiegato alla conferenza stampa di presentazione festival estivo di Atir che si terrà a Milano dal 7 luglio al 28 luglio alle 19.30, al Parco Chiesa Rossa presso il Cortile della Chiesa S. Maria alla Fonte.

Come dicevamo l’unico spettacolo che ci è dato di conoscere in anticipo è quello dedicato ai bambini, che andrà in scena il 26 luglio alle ore 17.45 È necessario conoscerne la data perché i genitori possano organizzarsi. Gli altri saranno al buio.

I partecipanti? Qualche nome?
Si tratta di un ventaglio di prestigio. Mila Boeri, Lella Costa, Stefano Orlandi, Rita Pelusio, Arianna Scommegna, il Teatro Stabile di Torino, e molti altri ancora.
È nuova sfida di ATIR quindi, che pur senza una sede fissa ormai da tre anni, non vuole rinunciare a far sentire la propria presenza in quella periferia dove per anni ha rubato le piazze alla microcriminalità e al degrado.
Del festival e di altro abbiamo parlato con Arianna Scommegna. La quale ci ha accompagnato alla scoperta del teatro e dell’impegno civile di ATIR con la sua inesauribile passione.

Arianna Scommegna in La Molli foto Serena Serrani_

Scusa i toni magari un po’ provocatori. Voi di ATIR siete una compagnia senza sede e senza Teatro. A breve inizierete una nuova sfida in cui vi troverete quasi senza pubblico per le condizioni sanitarie. Che cosa potreste togliere ancora, a che cosa non rinuncerete mai?
Come gruppo fondiamo la nostra crescita sul dialogo e sull’ascolto. Abbiamo cercato di ascoltare quello che è successo, che impedisce di fare spettacoli con molti attori e con un pubblico numeroso. Quindi, abbiamo cercato di trovare il modo di fare teatro rispettando le regole, le esigenze dei lavoratori, e le necessità dovute a una tragedia collettiva, a una pandemia.
Cercando nello stesso tempo di non smettere mai di fare il nostro dovere.
Perché noi siamo prima di tutto degli operatori culturali. Noi fondiamo la nostra identità sull’essere operatori culturali, prima di essere attori, registi, scenografi e organizzatori.
Noi pensiamo veramente che il teatro sia un bene per la comunità. Quindi, tentiamo di trovare tutti i modi possibili per poterlo fare.
Per noi è molto importante cercare di esserci per la comunità. Noi siamo consapevoli, e non sono parole, che la cultura fa bene. L’abbiamo visto con i nostri occhi. La presenza del teatro aveva cambiato il quartiere. Quindi in questi tre anni pur non avendo una sede non abbiamo mai abbandonato quel luogo. Abbiamo sempre cercato di creare dei momenti di incontro. Come è nella natura del teatro, che è luogo di incontro, uno dei pochi rimasti. Luoghi laici come il teatro non ce ne sono quasi più. Luoghi liberi dove ci si possa incontrare, dove ci si possa dare un appuntamento, dove ci si possa scambiare cultura, ne sono rimasti veramente ben pochi. Quindi, a che cosa non rinunceremo mai? Non rinunceremo mai a questa missione, che è una missione culturale. Cercando tutte le strategie possibili di dialogo con le istituzioni, con le realtà cittadine, con i nostri colleghi.

Rita Pelusio in EVA diario di una costola

Tutti voi, o molti di voi di ATIR avete delle carriere avviate. Potreste bellamente fregarvene di questo discorso. Perché non è così? Che cosa vi spinge invece a impegnarvi nel sociale? A essere politici in questo senso?
Perché la cosa in cui crediamo di più è proprio il senso comunitario del teatro. Io posso fare gli spettacoli e venire scritturata da altri teatri. Ma essere un’operatrice culturale vuol dire essere cittadina in un altro modo. Non realizzare soltanto il mio sogno, ma realizzare un sogno collettivo. Questo concetto. Questo pensiero mi dà respiro. Mi fa impegnare in maniera più gioiosa, più allegra, come direbbe la Morante. Mi fa guardare lontano. Penso che se tu sei semini qualcosa poi magari potrà esserci un figlio che l’accoglierà, anche se non è tuo figlio di sangue. Il pensiero di poter lasciare un seme, che magari può venir preso da qualcun altro, dà un orizzonte. Ti dà speranza verso il futuro. Non ti sembra di fare solo il tuo di interesse. È poco il tuo interesse. Parlo per me, per la mia esperienza. Solo il tuo interesse non è abbastanza.

Aiutami a fare un po’ di conti perché ci sono cose che ancora non mi convincono. Soldi. I soldi sono spesso un discrimine tra riuscire a portare avanti la propria politica o doverci rinunciare. Voi avete 22 serate, 66 posti a serata, e 10 euro a biglietto. Con il rischio pioggia probabilmente qualche serata salterà. Quindi, dei tagli devono esserci stati. Ne vale la pena?
Abbiamo avuto un finanziamento, non immenso, dalla Cariplo e un finanziamento dal municipio cinque a cui apparteniamo. Questi finanziamenti permettono di sostenere almeno in parte le spese. È un rischio quello che ci siamo assunti e sinceramente abbiamo voluto farlo. Siamo abbastanza amanti del rischio. Essere visionari contempla anche una parte di rischio. Se no, soprattutto in questi tempi, non si fa più niente. Se tu dovessi adesso basarti solo su un’economia non di rischio, non faresti nulla, ma proprio nulla. Quindi, siccome noi non ci sentiamo di abbandonare completamente tutto quello che abbiamo fatto fino ad adesso, stiamo anche chiedendo alle persone di rischiare venendo al buio. Penso che la comunità che ci ama e ci ha sempre seguiti, ci appoggerà. E condividerà l’idea che questo non è l’ennesimo festival di teatro, e che la cosa più importante è quella di ritrovarsi al Parco Chiesa Rossa, nei luoghi della periferia, che potrebbero essere luoghi abbandonati. Crediamo che sia una cosa di grande valore, un nostro dovere, una nostra missione.

Voi vi riconoscete nelle posizioni di Attrici e attori uniti? Sembrano molti attivi ultimamente nel portare avanti i diritti della gente di spettacolo.
Sì. Considera che tra i vari artisti che saranno presenti al festival c’è Rita Pelusio, che collabora con noi da diverso tempo ed è una grande compagna di viaggio. Lei è una delle fondatrici di Attrici e attori uniti. Sono 2000 persone. L’intervento che hanno fatto Marco Cacciola e Carlotta Viscovo ieri, in audizione alla settima commissione del Senato, per presentare le istanze di Attrici e attori uniti sono da sottoscrivere da parte di tutti. Quindi certo che noi ci riconosciamo. Quello che condividiamo è la tutela dei diritti. Noi l’abbiamo sempre sostenuta sia con noi stessi sia con i nostri collaboratori.

Hai introdotto più volte nella nostra conversazione la parola diritti. Durante la conferenza stampa ho sentito parlare di scuola, di conflitto legato all’amore, di violenza sulle donne, della vita sentimentale degli italiani, e così via. Potrei definire il vostro un teatro politico, un teatro che parla dei temi caldi del nostro vivere nel presente, e con questo tenta di parlare alla polis?
Direi che è totalmente corretto. Il teatro è politico nel senso che è un evento collettivo dove la cittadinanza si ritrova a riflettere insieme sulla sua identità, sul suo futuro, sui suoi bisogni, sulle sue necessità. Quindi, il ruolo del teatro è anche quello di dare degli stimoli alla vita dell’uomo. Più politico di così?

Il tono della voce è allegro mentre lo dice.

Sì noi crediamo in un teatro politico. Non nel senso di propaganda politica, ma di indagine profonda sull’uomo, che quindi diventa poi vita attiva dentro la polis.

Non riteniamo di dover aggiungere nulla alle parole di Arianna Scommegna.
Sì il teatro è un atto politico.
Gianfranco Falcone

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