Il Flamenco Festival 2024 allo Strehler

Manuel Liñan in Muerta de amor

A giugno arrivano le grandi piogge. Per fortuna arriva anche il , quest'anno intitolato Metamorfosis. In scena tre gioielli che partono dall'incontro con il collettivo come in Muerta de amor, continuano con una a due in Alter Ego, finiscono con un'interpretazione individuale in Ser, ni conmigo ni sin mi.

In apertura il capolavoro di Manuel Liñán Muerta de amor. Dell'artista, originario di Granada, abbiamo sempre apprezzato la capacità di rinnovare il flamenco, portando elementi di originalità e nello stesso tempo rimanendo ancorato a una dimensione classica di questa danza, che è patrimonio immateriale dell'umanità. Con Muerta de amor Manuel Liñán ripercorre i suoi amori, intrisi di conflitti, abbandoni, ricorda e rammenta gli amori corrisposti, gli amori traditi, quelli fraterni e quelli tossici. L'artista riesce a farsi capire al di là del canto, al di là della musica. Segno che la danza basta a se stessa, diventa linguaggio accessibile a tutti, linguaggio universale.

Quella proposta da Manuel Liñán è una danza tutta al maschile, caratterizzata da sincronismi perfetti, in cui musicisti, bailaores e canataores si muovono all'unisono. Gli artisti sono in abiti maschili, alcuni di loro mischiano i generi indossando gonna e pantalone insieme o abito lungo. Ma questo elemento di fusione non va a detrimento della bellezza proposta, la enfatizza. Non deve essere stato facile inizialmente per l'artista di Granada proporre la sua divisione divergente in una Spagna machista, e forse anche l'ambiente Flamenco qualche resistenza deve averla posta. Ma la capacità artistica di Manuel Liñán sovverte i canoni e si impone. Tant'è che nel tempo sono stati vari i riconoscimenti attribuitigli, come il Max Award for Best Male Dancer, il National Dance Award for Interpretation. Anche il cantaor Juan de la Maria con la sua voce robusta, non si sottrae al gioco scenico, indossa abiti che sono espressione della intersezione dei generi. Mentre la cantaora Mara Rey con il suo cante sembra accendere e accompagnare il desiderio, officiare una liturgia sacra.
Muerta de amorCon Manuel Liñán abbiamo avuto la possibilità di ascoltare e guardare il Flamenco. Ma come dice Mariarosaria Mottola, direttrice artistica, nonché ispiratrice e organizzatrice del Milano Festival Flamenco «Si è anche ascoltato un genere che normalmente in Italia non si ascolta, e che non è per niente conosciuto, la Copla. Un genere popolare spagnolo».
Muerta de amor è uno spettacolo in cui i diversi elementi del flamenco, las palmas, il cante, sono in perfetto equilibrio, accompagnati da una musica raffinata, da una chitarra che diventa protagonista. Non solo accompagna ma ispira la danza, è capace di dialogare con il finire del violino che arricchisce ulteriormente di poesia il baile. Ecco come si è espresso Manuel Liñán alla fine dello spettacolo, nel breve momento di confronto con il pubblico:
«È stata una produzione differente rispetto alle altre. Mi sono lasciato andare molto all'improvvisazione mentre nelle altre produzioni sono stato molto più metodico. Con Muerta de amor mi sono basato molto di più sul contatto con gli altri, sull'emozione. Il tema del festival era metamorfosi, trasformazione, in rapporto alla relazione e all'interscambio con l'altra persona. L'idea che ho usato era quella di relazioni e interrelazioni però partendo da un collettivo».
In scena l'amore e la sua necessità, questo sentimento in grado di straziarci, rappacificarci, incantarci, annullarci, esaltarci. In scena sono stati presentati diversi tipi di amore, ma anche, come ha sottolineato Liñán «anche i sentimenti che procurano le relazioni: il sentimento di colpa nei confronti della società per avere una relazione omosessuale. Non so se la risposta la domanda che cosa sia l'amore emerge da questo spettacolo. Però intanto la domanda me la sono posta ed è venuto fuori qualcosa di molto bello. Forse non c'è risposta, c'è una richiesta sintetizzata dalla finale dello spettacolo. “Chiunque sia purché ci sia qualcuno che mi ami”».

Alfonso Losa e Patricia Guerrero in alter Ego
Alfonso Losa e Patricia Guerrero in Alter Ego. Foto Pablo Lorente
fotógrafo Pablo Lorente

Al secondo appuntamento del Festival ho trovato lo spettacolo Alter Ego, baile e coreografia di Alfonso Losa e Patricia Guerrero. Ecco le parole con cui Mariarosaria Mottola ha presentato Alfonso Losa «Questo ballerino gira come pochi, è fantastico. Nasce come un bailaor profondamente flamenco, con una profonda influenza del farruco, stile molto selvaggio che in gergo è detto farruchero. Lo vidi danzare per la prima volta in un passo a due con José Maldonado al Teatro Studio di Milano e ho voluto che tornasse».
Patricia Guerrero ho avuto la fortuna di ammirarla allo Strehler nel 2019 nello spettacolo Distopia, audace e trascinante esplosione di gioia e vitalità flamenca. Ecco che cosa ne scrissi «Un'artista che sembra in grado di poter fare qualsiasi cosa sia nei suoi desideri con gli strumenti espressivi e gli oggetti di scena a sua disposizione. Sembra poter fare ciò che vuole quando disegna arabeschi e intrecci prodigiosi con lo strascico della sua traje de flamenca, oppure quando fa roteare i corpetti, o viene calamitata e respinta da una magica forza di attrazione e repulsione dai suoi ballerini. Gli stessi da cui sembra non potersi staccare, a cui vuole avvinghiarsi, ma da cui non può trarre salvezza». Non avevo visto male nel celebrarla con tanto entusiasmo, considerato che nel 2021 le è stato conferito il Premio nazionale di danza, il premio più ambito per un danzatore in Spagna.

La forza di attrazione e repulsione che ammirai in Distopia l'ho nuovamente vista in Alter Ego. Mi ha ricordato i versi della poetessa Franca Grisoni, nella raccolta Ura.

I due si incontrarono
di pochi metri il viaggio
ma è tanto lunga
la corsa del raggiungersi
e uno verso l'altro
da forze son lanciati
e il vuoto si schianta
piano piano tra le loro mani

Se Distopia era uno spettacolo più rutilante, Alter Ego è invece più intimista. Gioca su un registro diverso della passione, più cauto, meno squillante. Anche se entrambi si configurano come un lavoro di ricerca, di esplorazione della vita intima, dell'umano. In Alter Ego Alfonso Losa e Patricia Guerrero sono fermi in mezzo al palco, le sedie al centro creano uno spazio mistico, che non ha bisogno di musica, non ha bisogno di nient'altro se non dei loro corpi che si muovono lentamente, indisturbati, nel silenzio, in un non tempo, in un non luogo. È lì che il flamenco finisce per assomiglia a nient'altro che a se stesso. Bastano il fluttuare dei corpi, le movenze eleganti delle mani a dare significato alla loro danza sensuale, magnetica, piena di orgoglio. I due danzatori si scrutano, si cercano, si invitano, sembrano sfidarsi, arricchirsi reciprocamente. Si cercano nel ritmo forsennato dei piedi, dei corpi che non danno e non si danno respiro. Si cercano nell'ombra proiettata sullo sfondo del palco, quasi a ricordare il mito della caverna di Platone: uscire dall'ombra per incontrare la realtà di se stessi, delle cose. Patricia e Alfonso trovano questa verità nell'altro, nell'alter ego. Nel seguire la coreografia e i passi di danza mi accorgo che, a qualunque latitudine ci si trovi, c'è sempre il tentativo di raggiungere il divino, il sacro, ognuno con il proprio linguaggio, ognuno con la propria arte.
Alter Ego, come ha spiegato Alfonso Losa, «È uno spettacolo che nasce dal fatto di poter godere del piacere dell'altro, dell'improvvisazione, e di cercare nell'altro quello che uno non ha il coraggio di fare, e trovare l'alter ego nella coppia. Prima c'è l'alter ego cosciente, quello che uno ha, e questo lo si vede nella prima parte dello spettacolo con gli asoli. Poi c'è l'alter ego dell'avvicinamento, legato all'improvvisazione. Infine l'ultimo alter ego è quello che si sviluppa con l'improvvisazione, la forma che incontriamo attraverso il processo creativo».

In questa danza Patricia Guerrero rappresenta l'eterno femminino, lui l'eterno maschile. Ma ad un tratto i ruoli sembrano sostituirsi, c'è un sovvertire le appartenenze, per arrivare infine a un sincretismo. La danza e la musica si intrecciano fino a fondersi in un tutt'uno, in cui risuona straordinario il cante di Sandra Carrasco. La cantaora modella la propria voce da soprano facendole assumere ora toni scuri ora toni argentei. È insuperabile. A proposito della cantaora la stessa Patricia Guerrero, viso delicato investito di una bellezza pura, ha riconosciuto che «La voce di Sandra viene dal cielo e contemporaneamente dalla terra. C'è questa contrapposizione. Guerrero ha poi continuato spiegando che «La costruzione della musica è stato un lavoro d'insieme, avvenuta in varie tappe. Prima c'è stato un lavoro che si è sviluppato attraverso le residenze artistiche, in cui abbiamo lavorato io e Alfonso, poi si sono trovati Alfonso e Francisco Vinuesa. Quindi, ci siamo riuniti e abbiamo sviluppato il tutto, dando alla chitarra e al canto e lo stesso protagonismo dei nostri alter ego. Quindi ci sono quattro alter ego che si uniscono nella creazione».

Mercedes de Córdoba in Ser, ni conmigo ni sin mí
Mercedes de Córdoba in Ser, ni conmigo ni sin mí

A chiusura del festival, salutato da Mariarosaria Mottola, con una frase che sembra un inno alla gioia «Tuttavia ci sono ancora spiagge dove poter gridare alla vita», ecco Ser, ni conmigo ni sin mí di Mercedes de Córdoba. La parola d'ordine che risuona nella sua danza e nella sua vita è «L'essere come accettazione di se stessi». Questa è la meta, proposta in uno spettacolo strettamente autobiografico. Mercedes de Córdoba usa il corpo per raccontare la sua vita, fatta di successi, idiosincrasie. Così narra le aspettative del mondo e sul mondo, le emozioni che accompagnano ogni momento. La bailaora ha ringraziato il pubblico per l'energia con cui è stata accolta, che ha restituito con il baile, durato più a lungo del previsto poiché trascinata dall'improvvisazione. L'artista si è racconta con sincerità e precisione «Ho sempre avuto una caratteristica, che per me è stata vitale nel bene o nel male. Sin da piccola qualsiasi mia sensazione, di tristezza o di allegria, è stata amplificata dal baile che me la faceva vivere totalmente. Non potrei vivere né esistere senza ballare». La sua è una danza fiera, selvaggia, primitiva, che non dà e non si dà tregua. Gli apparenti motivi di pausa sono solo pretesti per prendere la rincorsa, lanciarsi a capofitto nel fluire di un movimento che diventa estasi. Ancora prima che il viaggio di una donna è il viaggio di un'anima, che cerca il suo spazio nel mondo, al di là delle convenzioni, dei diktat sociali. Mercedes de Córdoba, da sola, con il ventaglio, con la sua traje de flamenca bianca, con lo scialle argenteo dalle ampie fasce nere e dalle lunghe frange disegna l'aria. Usa lo scialle vorticosamente, come vela, ala, nuvola, come poesia per esprimere la propria anima. I rari momenti di quiete sono di una delicatezza rara, come quando tra le braccia del chitarrista Juan Campallo dove lei sembra trovare un riappacificarsi con il mondo, che non è resa ma incontro con l'atro. Lì parla il suo viso, che si distende in un sorriso sognante, parlano le sue mani che insieme accarezzano e sono accarezzate, sfiorano la chitarra, parlano a Campallo, ricambiata. È un momento di lieve, profonda sensualità.

Percorso sui generis quello di Mercedes de Córdoba che nella sua carriera ha fatto incetta di premi a partire Premio nazionale di flamenco, ottenuto nell'ormai lontano 2013. Ma fedele a se stessa, a quell'irrequietezza che la spinge a danzare per esprimere sentimenti, non perché costretta dalla carriera, è stata capace di tornare quando necessario alla dimensione più intima dei tablao, perché quello era ciò di cui aveva più bisogno. Rivendicando a gran voce quello che potrebbe essere, come del resto ha affermato, il suo motto. «Essere capace di vivere nell'essere che abiti e regalarti il tempo per scoprirlo».
Gianfranco Falcone

Strehler – Milano
Milano Flamenco Festival 2024
17^ edizione

17 giugno 2024
Muerta de amor
danza Manuel Liñán, José Maldonado, Juan Tomas de la Molia, Miguel Heredia, José Ángel Capel, David Acero, Angel Reyes
coreografía Manuel Liñan
coreografo ospite José Maldonado
cante Juan de la Maria
artista invitata al cante Mara Rey
chitarra Francisco Vinuesa
violino e strumenti Víctor Guadiana
percussioni Javier Teruel
música Francisco Vinuesa
regia Manuel Liñán
aiuto regia Ernesto Artillo
scenografia e costumi Ernesto Artillo
disegno suono Ángel Olalla

19 giugno 2024
Alter Ego
baile Patricia Guerrero, Alfonso Losa
collaborazione speciale al cante Sandra Carrasco
cante Ismael de la Rosa “El Bola”
chitarra Francisco Vinuesa
coreografia Alfonso Losa & Patricia Guerrero
collaborazione speciale Ana Morales
musica Francisco Vinuesa
disegno luci Olga García
disegno suono Pedro León

21 giugno 2024
Ser, ni conmigo ni sin mí
baile Mercedes de Córdoba
chitarra Juan Campallo
cante Enrique El Extremeño, Pepe de Pura, Jesús Corbacho
percussioni Paco Vega
palmas El Oruco
direzione Artistica Ángel Rojas
direzione Musicale Juan Campallo
disegno luci Ángel Rojas

Milano Flamenco Festival 2024 | 17^ edizione
Milano Flamenco Festival è un evento di Punto Flamenco AC con la direzione artistica di Mariarosaria Mottola, il sostegno di Ministerio de Cultura y Deporte de España – Instituto Nacional de las Artes Escénicas y la Música (INAEM) e la collaborazione di Ente Spagnolo del Turismo, Oficina Cultural Embajada de España
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