Il futuro “storico” di Cuba

cuba l'Avana
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Se esiste un fattore di coerenza che ha contraddistinto e ha consentito a Cuba di mantenersi nella sua integrità storica e sociale, oltre ogni malevola interpretazione esogena, questo è stato senza dubbio alcuno il suo irrinunciabile insieme di principi rivoluzionari.

L’isola di Cuba ha significato e significa ancora la determinazione popolare dell’opposizione e della resistenza a molte delle logiche imposte dalle politiche un tempo territorialmente imperialiste, e che oggi serbano, di quello stesso imperialismo, il carattere di dominio attraverso il mercato e il multi-nazionalismo economico e finanziario. Cuba, pur con le sue consumate contraddizioni, è senza dubbio Paese simbolo, traghettatore quasi unico delle più alte e solidaristiche ideologie novecentesche verso la sponda del nuovo millennio che, iniziato da poco più di un ventennio, si caratterizza invece attraverso il rafforzamento e l’ampliamento dei divari sociali, economici e politici.

Ancora oggi Cuba subisce un embargo economico internazionale spaventoso, inopportuno, sicuramente antistorico e ingiustificato; eppure, grazie agli sforzi della popolazione e alla guida delle autorità, riesce a mantenersi così tanto distante dagli altri paesi tropicali e, più in generale, del Sud del Mondo, sempre più relegati a un ruolo tragico di marginali comparse nello scacchiere creato e mosso dai “ricchi” della Terra. È sufficiente fare riferimento alla recente produzione del vaccino anti-Covid Soberana, sviluppato dalla ricerca scientifica cubana e presto messo a disposizione di chiunque ne vorrà fare richiesta.

Custode di questo miracolo di resistenza socialista, ma anche di dignità, da più di sessant’anni la famiglia Castro ha costituito l’emblema della permanenza, ovviamente suscitando critiche e reazioni ovunque nel Mondo. Soprattutto da parte di tutto il sistema di potere “occidentale” che forse si è abituato da tempo a risolvere le questioni e le istanze sociali, attraverso una sorta di illegalità poliziesca violentemente dispensata solo per mantenere uno status quo molto relativo, ma sicuramente “di comodo”, anche propagandistico. Il nome di Fidel Castro perciò significa, emblematicamente o no, Cuba; ne è stato formalmente guida fino alla sua morte, nel novembre del 2016. Si è trattato di un livello di identificazione altissimo tra un leader e il suo Popolo, probabilmente unico nella storia delle nazioni. Ha garantito per quasi sessant’anni l’unità, o almeno una perseveranza, sociale e politica di tutta l’isola; un punto di riferimento indispensabile, nel bene e nel male, per ammiratori, ma anche per avversari e per i tanti nemici. Soprattutto è stato il difensore, non solo dei principi ideologici, ma anche da tutte le terribili conseguenze dell’embargo economico, scaturito dalla propensione imperialista e oscurantista degli Stati Uniti e dai loro alleati, Italia compresa. Ciononostante, un cambiamento, altresì iconografico, si era reso necessario anche per la splendida isola caraibica.

Durante l’ultimo Congresso del Partito Comunista Cubano (PCC), e alla soglia del raggiungimento dei novant’anni Raul, fratello minore del Comandante, ha annunciato che non rivestirà più la carica di “primo segretario”. È dunque giusto che sia così, e sicuramente si tratta di una decisione comunque tardiva oltre che logica, anche se, a onor del vero, la presenza di Raul da anni era pressoché solo “simbolica”. Come tutti i miti, a come fu per Fidel, coloro che riescono a sopravvivere ai processi rivoluzionari commettono il peccato di prolungare l’ombra della propria grandezza, andando ad oscurare a volte l’emergere storico di nuove situazioni e, soprattutto, generazioni.

Così oggi è necessario far evadere il “nome”, il simbolo, facendosi promotori e incoraggiando il cambiamento, già iniziato qualche anno fa con la Presidenza affidata a Miguel Díaz-Canel. Oggi, soprattutto con l’avvento di Internet, che ha contribuito così fortemente alla circolazione di nuovi stimoli e idee, la società cubana forse è un po’ più “liquida” ma, contestualmente, è anche più “moderna”; e si renderà forse orizzonte per un nuovo socialismo. Questo nonostante il perdurare della crisi economica acuita, nell’ultimo anno, da quella, sanitaria e pandemica globale. Si deve vedere dunque solo del coraggio nelle scelte adottate dal Governo e dal Partito che, seppur con ritardo, comprendono l’irreversibilità e l’inesorabilità di alcuni processi, mantenendo però saldi e inscindibili i principi e i valori della Rivoluzione e del Castrismo.

Finisce dunque l’era della generazione dei “Barbudos”, i meravigliosi ragazzi che combatterono sulla Sierra Maestra per annientare il regime corrotto e appoggiato spudoratamente dai governi statunitensi. Termina attraverso l’introduzione di significative riforme, come ad esempio quella della temporalità dei mandati politici quinquennali, stabiliti in un massimo di due; ma anche quello del limite di età per le posizioni più eminenti all’interno del Partito stesso, fissata ora a sessanta anni. Dal punto di vista economico e sociale, già da qualche anno invece lo Stato, attraverso un’opera di forte sburocratizzazione, ha cominciato a permettere ai cittadini l’avvio di piccole imprese.
Insomma, pur tra le traversie della storia, Cuba cerca sempre una sua Rivoluzione. Resta senz’altro un processo di resistenza e di respingimento contro gli artigli dell’economia globale, che vorrebbero ancora trasformarla in un enorme villaggio turistico, circondato da miseria e da manodopera a basso costo per qualche bramosa multinazionale. Tuttavia, oggi l’isola prova non solo a guardare al futuro con più ottimismo ma, addirittura, può fungere da esempio e modello necessario per una nuova civiltà più sostenibile, ecologica ed equa. Anche perché, in fondo, lo è sempre stata.
Cristiano Roccheggiani

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