Il gesto di Caino, di Massimo Recalcati

Il gesto di Caino, di Massimo Recalcati

All'origine della storia umana, la pone un evento decisamente terribile: l'uccisione di Abeleil minore, da parte del fratello Caino, il primogenito.

Pertanto, l'evento iniziale della storia umana è quella di un fratricidio. La fraternità si rivela sin dagli inizi della storia fragile, incerta e nasce da una dolorosa scoperta: mio fratello si rivela a me come nemico. La Bibbia è intessuta di espressioni di amore per il prossimo. L'amore per gli altri è la parte fondamentale a cui approda il logos biblico. Ma non è stata la sua prima parola. Essa viene dopo il gesto di Caino. Nella narrazione biblica l'amore per il prossimo viene dopo l'esperienza originaria dell'odio. Da questa constatazione si sviluppa la riflessione di nel suo volume, Il gesto di Caino.
Il gesto di Caino – osserva Recalcati – è senza pietà: «uccide il fratello spargendo il suo sangue sulla terra. Non lascia speranza, non consente il dialogo, non ritarda la violenza efferata dell'odio».

Il gesto di Caino, di Massimo RecalcatiLa narrazione biblica non parte con una retorica altruistica, non trasmette una pastorale “umanistica” senza ombre, «non sostiene il mito dell'uomo nato “buono”, non misconosce che la tentazione dell'odio e della distruzione alberghi nell'uomo assai prima rispetto a quella dell'amore».
Recalcati ci ha abituato a riletture antropologiche e sapienziali dei testi biblici. Anche questa volta con una riflessione oggettivamente trasversale a credenti e non credenti, praticanti e non, cristiani e agnostici, perché il sentimento dell'odio e dell'amore abitano in ciascuno e in tutti. Il racconto biblico – osserva l'Autore – appare implacabile e disincantato: «la violenza del crimine viene al mondo solo attraverso l'uomo e segna indelebilmente il rapporto col fratello».
La Bibbia ribadisce questa verità antropologica: è solamente l'uomo a portare il crimine nella storia. Come disse Freud, che proveniva dall'ebraismo: all'origine della vita non c'è la capacità integrativa dell'amore, ma la violenza espulsiva dell'odio. L'innocenza della natura appare scossa da un vortice imprevisto; «non si tratta solo di un impulso irrazionale, né tantomeno di una regressione dell'umano alla dimensione primitiva dell'animale. In gioco è una rottura tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e l'altro uomo in quanto tale».

La sua non è violenza verso un Dio dispotico o nei confronti dell'invasore o del nemico giurato, ma verso il fratello. È il punto probabilmente più scabroso del racconto biblico: Caino (l'assassino) ha lo stesso sangue di Abele (l'assassinato). La sua trasgressione mostra quanto l'invidia sia profondamente imparentata con la pulsione di morte. Vien da chiedersi perché la passione invidiosa è così potente nell'essere umano? Perché essa può trascinare la vita verso la morte? Esiste un'alternativa?

Abele per Caino non è innanzitutto il fratello da amare, «ma l'evento traumatico della sua impossibilità di essere «tutto». La venuta al mondo di Abele lo detronizza dalla sua posizione di oggetto privilegiato nel desiderio di sua madre: a causa di Abele non è più l'unico figlio di Eva. Ed è proprio rispondendo a questa destituzione che Caino scatena contro il fratello il suo odio mortale».

Non può sopportare che la sua condizione di figlio unico sia compromessa dall'arrivo di un altro. Il miraggio che ispira dunque il suo gesto è profondamente narcisistico. Caino agisce per difendere il suo privilegio e «la sua immagine di figlio unico, non solo per i suoi genitori, ma figlio unico – primo figlio – dell'umanità intera».

Ai suoi occhi – come agli occhi del serpente nel giardino terrestre – Dio sta commettendo una grave ingiustizia nel preferire i doni di Abele ai suoi. La scelta di Dio gli appare un sopruso, un capriccio, un atto prevaricatore. Ma Caino, in realtà, non tollera l'esistenza dell'Altro – la sua alterità – che la scelta di Dio intende invece evocare e portare alla presenza. Il testo biblico ci indica qui una verità fondamentale: «non esiste fratellanza biologica, non esiste fratellanza naturale. Questo significa che non esiste fratellanza senza riconoscimento della nostra responsabilità etica verso il fratello».

Sappiamo che Dio respinse i doni di Caino e scelse, invece, quelli di Abele. Non sappiamo il perché di tale scelta, il suo giudizio resta enigmatico. Per Caino Dio sta commettendo una grave ingiustizia nel preferire i doni di Abele ai suoi. La scelta di Dio gli appare un sopruso, un capriccio, un atto prevaricatore. Ma Caino, in realtà, «non tollera l'esistenza dell'Altro – la sua alterità – che la scelta di Dio intende invece evocare e portare alla presenza».

Dopo aver ucciso il fratello, Caino si trova confrontato alla domanda perentoria del Signore: «Dov'è Abele, tuo fratello?» (Genesi 4,9). Il Signore sa che fine ha fatto Abele, ma di nuovo parla a Caino per mettere in gioco la sua responsabilità etica. Il fratricida risponde in maniera risentita, rifiutando ogni possibilità di dialogo e misconoscendo la propria colpa: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). La parola di Dio verso Caino non può che essere severa. «Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i tuoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». (Genesi 4,12). La maledizione di Dio sospinge Caino nella storia tagliando il legame incestuoso che lo vincolava incestuosamente alla madre e alla terra. Tuttavia, Dio non lo condanna come ci si aspetterebbe. Dio è Padre e non vuole la sua definitiva condanna. Non agisce come un giudice impassibile, «ma lo invita a rientrare in sé stesso, per fargli comprendere la “bestialità” del suo gesto».

Non solo, si preoccupa del figlio contro possibili violenze che potrebbe subire, così che dopo l'uccisione di Abele: «Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato». Del resto, Caino si ravvede e riconosce la sproporzione mostruosa tra la sua invidia e il suo gesto: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono». Caino – sottolinea Recalcati – incontra la verità orribile del suo atto, «come accade per l'Edipo di Sofocle, anche in questo caso la verità si rivela attraverso l'esperienza etica della colpa».

Infatti, dopo la negazione delle sue responsabilità, Caino nella sua seconda risposta alla parola di Dio, sceglie invece la via tortuosa dell'assunzione della propria responsabilità. Il riconoscimento della colpa lo rende un assassino agli occhi della gente, ma il Signore interviene sollevando Caino dalla sua colpa, impedendo che da essa scaturisca solamente un presagio di morte: «chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (Genesi 4,14). Dio, pertanto, gli impone un sigillo per proteggerlo, «perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse» (Genesi 4,15). Si tratta di una marca simbolica che umanizza Caino vietando che lo si possa uccidere. Una marca che – sottolinea Recalcati – «che lo disidentifica dall'assassino, riconoscendolo come un uomo che ha commesso un grave errore di cui ha riconosciuto il carattere imperdonabile».

Adesso nella fatica e nell'erranza Caino può incamminarsi nella storia senza timore di essere ucciso. È l'inizio di una lenta rinascita. Si tratta di un epilogo significativo della sua tormentata storia: «se l'uomo sa assumere le conseguenze dei propri atti, la sua vita sarà eticamente generativa. Non solo dal bene nasce il bene, ma anche dal male può nascere il bene».

Questo è il messaggio che Caino porta con sé. Dopo essere stato gettato da Dio nell'erranza, la sua vita non sarà più caratterizzata dalla furia narcisistica dell'odio invidioso, ma dall'essere generativo. Egli diviene padre e, al tempo stesso, “costruttore” della prima città della storia dell'umanità (Genesi 4,17). L'odio invidioso lascia il passo al lavoro simbolico della ricostruzione dell'Altro sia nella forma della nascita del figlio che in quella collettiva della costruzione della città. Non a caso il nome che viene dato a suo figlio e alla città è lo stesso, Enoc, che nella lingua ebraica significa «inaugurazione», «dedica». Recalcati spiega con efficacia che l'istanza rivendicativa è sostituita da quella costruttiva: «Fratellanza è l'indice del carattere vincolante e insuperabile della relazione con l'Altro, non tanto con il fratello di sangue, con il più prossimo, ma innanzitutto con lo sconosciuto, con il fratello che ancora non ha nome».

Questo epilogo mi induce a pensare che Dio sta contemporaneamente da entrambe le parti, attraverso un difficile equilibrio, per tanti versi paradossale e insostenibile, in quanto presuppone la libertà di un amore disinteressato, della capacità di perdono. Com'è possibile che Dio faccia giustizia del sangue di Abele, prendendosi cura del carnefice e della sua discendenza? Se Dio si fa custode dell'omicida, non è forse questo il culmine dell'ingiustizia? In realtà, il perdono nasce da questo sguardo di Dio che ascolta il grido di dolore della vittima e contemporaneamente desidera che il carnefice viva, per un nuovo inizio.

Antonio Salvati

Massimo Recalcati
Il gesto di Caino
Torino, Einaudi, 2020
pp. 89, € 14

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