Il Giappone e le Donne: contrasti tra evoluzione e discriminazione

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“Noi non diventiamo geishe per perseguire il nostro destino… noi diventiamo geishe perché non abbiamo scelta” affermava Mameha nel romanzo di Arthur Golden “Memorie di una geisha”, narrazione della storia di un gruppo di geishe ambientata nel periodo della Seconda guerra mondiale in un Giappone che sembra ormai passato. Ma se il paese si è evoluto diventando uno degli stati più avanzati tecnologicamente, non altrettanto hanno fatto le sue cittadine.

Se nell’antichità le donne avevano un ruolo centrale nella vita sociale e politica del paese che le ha viste per 7 volte regnare come imperatrici (secondo la tradizione, l’intera dinastia regnante discenderebbe da Amaterasu, dea del sole), con l’arrivo del Confucianesimo vengono relegate a subordinate dell’uomo in quanto esseri inferiori. Secondo il pensiero confuciano infatti, nell’arco della vita la donna deve obbedire a tre uomini: da giovane al padre, da sposata al marito, da anziana al figlio poiché i soli a poter ricoprire il ruolo di capifamiglia. Oggi quel pensiero è ancora presente e il compito della donna resta quello di provvedere alla casa, badare alla famiglia, fare ed educare i figli, essere rispettosa verso il marito e prendersi cura di lui che lavora fuori casa tutto il giorno.

Nell’immaginario occidentale il Giappone viene identificato con la città di Tokio ma, soprattutto nelle altre città e nelle campagne, oltre la facciata di modernità ed emancipazione, le donne giapponesi sono ancora lontane dal raggiungimento della parità con gli uomini in un paese che, secondo il World Economic Forum’s Global Gender Gap Report 2020, occupa la 121esima posizione su 153 per la parità di genere.  A 25 anni sono simpaticamente definite “torte di Natale”, perché già il 26 “non sono più buone“. Hanno quindi l’obbligo di sposarsi presto, a volte ancora attraverso un matrimonio combinato, e rinunciare a velleità di carriera e indipendenza.

giappone donneDel resto, il lavoro femminile è visto come semplice supporto al lavoro maschile. La maggior parte delle donne che lavora non lo fa in maniera continuativa e difficilmente ricopre ruoli dirigenziali. In un contesto aziendale generalmente la donna è colei che “porta il the”, inquadrata in un percorso lavorativo, denominato ippanshoku, che non richiede competenze e che non prevede avanzamenti sia in termini di carriera che retributivi. Tutto ciò in vista del matrimonio e della futura maternità che porterà il 47% di loro ad abbandonare definitivamente il mondo del lavoro per supportare esclusivamente il marito, sgravandolo completamente dagli impegni della casa e dei figli, perché impegnato nel sōgōshoku, percorso che richiede invece massima dedizione, formazione continua e sviluppo di competenze, che gli consentirà di raggiungere in breve tempo posizioni manageriali.

E ciò nonostante nel 2018 sia stato approvato un disegno di legge che vieta ogni tipo di discriminazione sul luogo di lavoro, stabilisce “parità di retribuzione a parità di lavoro” per eliminare di fatto il divario salariale tra coloro che hanno contratti regolari da quelli con contratti di lavoro atipici, e dà vita al fenomeno Womenomics. La crescita economica di un paese è determinata principalmente da due fattori, la forza lavoro e il miglioramento della produttività. Poiché negli ultimi decenni la produttività giapponese ha rallentato rispetto a quella dei competitor globali e il paese invecchia nonostante l’accorato appello a fare figli che nel 2015 il designato successore alla guida del Giappone, Yoshihide Suga, ha rivolto alle donne giapponesi guadagnandosi “il premio” per il commento più sessista dell’anno, l’uscente Primo Ministro Shinzo Abe aveva visto proprio nelle donne una preziosa risorsa. La womenomics era uno dei punti focali del suo programma economico e mirava ad incrementare il tasso di partecipazione del lavoro delle donne, aumentandone la rappresentanza sia a livello manageriale che politico, migliorando i termini dei congedi di maternità nonché favorire il ritorno delle donne con figli nel mercato del lavoro. Non si trattava certo di desiderio di eguaglianza e crescita socioculturale, quanto di un mero calcolo economico. Le donne sono pagate in media il 25% in meno degli uomini, elemento utile a deprimere la crescita salariale, e “portare il tasso di occupazione femminile allo stesso livello maschile avrebbe generato una crescita del 10%” del PIL.

Di fatto però l’unico incremento di poco più di 9 punti percentuali è solo quello del tasso di occupazione femminile (secondo i dati Ocse dal 63,2% del 2010 al 72,6% del 2019,) ma non si è ancora assistito a nessun significativo miglioramento sui pregiudizi di genere e sulla posizione delle donne nella società e nel mercato del lavoro giapponesi.

Il punto cruciale resta proprio quello del post maternità. Se una donna vuole rientrare nel mondo del lavoro l’attende un impiego meno dignitoso e meno retribuito del precedente. Gli asili in cui lasciare i propri figli hanno rette molto elevate e, poiché in numero limitato, vi sono liste di attesa infinite per accedervi. La scelta è semplice. O fai la mamma o resti single.

Ma non si può pretendere che le cose cambino con semplici leggi se non si cambiano le mentalità.

Al di là delle istanze portate avanti negli anni Settanta dal movimento femminista, sono proprio le donne ad aver fatto poco per perorare il loro diritto all’autodeterminazione. Sono le donne, le madri, a curare quasi esclusivamente l’educazione dei figli, e sono loro a crescere uomini abituati ad essere serviti e riveriti e ad aspettarsi dalla futura moglie o compagna lo stesso trattamento di divisione di compiti e ruoli. Fin da piccoli è dunque chiara la distinzione educativa tra onnarashi, la bambina che deve comportarsi da “femmina” e seguire severamente le regole di quello che si ritiene sia il suo ruolo sociale, e otokorashi, il bambino che deve apprendere le regole del “maschio” e proiettarsi in un futuro lavorativo e produttivo. Questo porta a creare sempre di più un divario tra i due sessi e ad una crescente incapacità negli uomini di relazionarsi con una donna emancipata che cerca la propria realizzazione anche al di fuori dalle mura domestiche. Ed in quest’era moderna, in un paese poi così tecnologicamente “avanzato”, è facile rifugiarsi in una vita alternativa always-on dove i rapporti sono più facili, i confronti ed i contraddittori sono solo virtuali, anche se paradossalmente identificati come “social”.

Affermava Chiyo, la geisha di cui il romanzo riporta le ipotetiche memorie, “Noi geishe non siamo cortigiane, e non siamo mogli. Vendiamo la nostra abilità, non il nostro corpo. Creiamo un altro mondo, segreto… un luogo solo di bellezza. La parola geisha significa artista, ed essere geisha vuol dire essere valutata come un’opera d’arte in movimento”.

Quell’opera d’arte in movimento, quella bellezza di porcellana da rinchiudere in casa, ha ancora tanti passi da compiere nel suo percorso di autodeterminazione e, per farlo, deve modificare prima di tutto la percezione che ha di sé stessa. Siamo noi, in quanto individui (uomo o donna che sia) a dover scegliere il ruolo che vogliamo ricoprire senza assegnazioni imposte…dalla tradizione, dalla morale o dalla società.
Federica Crociani

 

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