Il giardino di Marta

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Sono cresciuta in un ambiente dove le cause e gli effetti dell’Olocausto sono stati analizzati nelle loro implicazioni umane, storiche, sociologiche, psicologiche ed addirittura economiche, nel mio amore per la lettura mi sono trovata frequentemente a leggere di autori, primo fra tutti Primo Levi, che hanno portato la loro testimonianza di fatti, luoghi e personale dolore.

Nella mia vita  posso ormai affermare di avere tanto studiato, tanto letto, tanto viaggiato e a cinquant’anni anni compiuti posso aggiungere tanto vissuto, ma nulla poteva prepararmi a quello che avrei incontrato un anno fa entrando nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau: non descriverò oggetti, luoghi, storie di vili e di eroi, del silenzio dei visitatori che vagano nei blocchi del campo ognuno in personale dialogo con i suoi pensieri, qualcuno in connessione con la sua anima, parliamo di un luogo dove la più granitica delle fedi vacilla e dove il tentativo di comprensione della psiche dei carnefici si arrende.

Vi porterò con me davanti all’ingresso di una stanza verso il perimetro nord del campo, una stanza grande non più del nostro soggiorno di casa, senza finestre, quattro muri come tanti muri, un pavimento come tanti pavimenti, in questo luogo avrei fatto una esperienza per la quale non so se esista nel mondo una definizione, ma sarebbe accaduto qualcosa che mi ha cambiata dentro; pochi passi per raggiungere dall’uscio il centro della stanza ed è stato li che ho sentito dapprima l’odore pungente e acido di sudore ed urina, appena il tempo di voltarmi verso il mio compagno per chiedergli se sentiva anch’egli quell’odore, ma lui no non sentiva niente di ciò che ho percepito con la parte più profonda di me. Una valanga di dolore mi ha attraversato dentro come se il mio corpo si smaterializzasse e fossi li presente solo con la mia anima, un’anima che ha occupato tutta quella stanza, attraversata da un treno di qualcosa che io chiamo dolore , ma che non era solo dolore era anche amore di una madre che stringe a se i propri bambini e che li rassicura negli istanti della morte, panico di chi non accetta una fine ineluttabile, il vibrare dell’anima di chi in quegli istanti ha ritrovato la fede in Dio, sgomento di chi forte di una fede incrollabile si è rivolto al Signore ed ha ottenuto solo silenzio.

Poi il corpo è tornato e l’anima nei suoi confini la mente che cercava di razionalizzare e di dare una definizione a ciò che avevo vissuto. Alcuni giorni dopo, di notte, ancora ho sentito l’anima uscire dai confini ed ancora quella montagna di emozioni davanti a me, infinita, ho compreso in quella notte con sgomento le ragioni di chi sopravvissuto all’Olocausto si è tolto la vita per l’impossibilità di rimanere al cospetto di così infinito dolore.

Adesso, se fossi stata americana (ho trascorso molto tempo in USA negli ultimi quindici anni) avrei affrontato quella notte con una buona dose di tranquillanti e magari anche un buon bicchiere, ma essendo io italiana nei momenti di difficoltà chiamo un amico! Destino ha voluto che l’unico mio amico sveglio alle 4 di notte fosse americano stesse guardando un film nella sua casa di Miami e fosse ebreo.

Questa la traduzione di alcune sue frasi di quella notte: “… io comprendo Adel quello che tu hai provato, il dolore ha due componenti una fisica ed una psichica, ma il tempo passa e lenisce il dolore sebbene il ricordo rimane e attraverso i vivi i morti puntano il loro dito accusatore verso gli assassini. Tu sei stata coraggiosa ad entrare in quella stanza, è stato un atto di rispetto verso i morti ed una presa di distanza nei confronti dei carnefici. La tua sensibilità ha percepito il loro dolore…”, poi per la prima volta da quando ci conosciamo mi ha raccontato della sua famiglia, della sua nonna materna belga di come è riuscita a salvare le sue due figlie facendole rifugiare in un convento di Bruxelles, di come avesse strappato dai loro cappotti le stelle, del giorno della liberazione e del loro viaggio verso Israele dove sua mamma ha conosciuto suo padre e dove lui e le sue due sorelle sono nate.

Da allora di notte quando ancora sento la vicinanza spirituale ed emotiva con coloro che hanno terminato in quella stanza la loro vita terrena non ho più paura, ma li accolgo con tenerezza.

Udi ed io non abbiamo più parlato della camera a gas del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau, ma verrà presto in Italia, passeggeremo in centro ,andremo sicuramente a vedere delle mostre di arte che amiamo entrambi e quando io tornerò a Miami abbiamo deciso di piantare dei bulbi di fiori del Belgio nel suo grande giardino vicino agli alberi di Papaia in onore di sua nonna , sarà il giardino di Marta.

Adelaide Cacace

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