Il gioco del biliardo tra luoghi comuni e realtà, ne parliamo con Paolo Reinotti

biliardo
history 7 minuti di lettura

Fra le 45 Federazioni aderenti al CONI ce ne sono alcune che pur registrando un’affiliazione relativamente recente, sono portatrici di una pratica e cultura sportiva di lunga tradizione addirittura di secoli. Una fra queste è la Federazione Italiana Biliardo Sportivo (FIBiS) che raccoglie circa 27.000 tesserati. Di questa realtà sportiva, della sua evoluzione, ne abbiamo parlato con un Paolo Reinotti, professionista di questo sport che vive e lavora a Milano.

Inizierei con una considerazione personale che mi porta ad affermare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il gioco del biliardo, proprio per il suo alto grado di competitività, sia una disciplina sportiva a tutti gli effetti. Purtroppo per raggiungere questa dimensione ha dovuto sconfiggere luoghi comuni – forse ancora non del tutto debellati – che nelle migliori delle considerazioni lo relegavano al rango di banale passatempo. Come è avvenuta questa trasformazione e quali sono stati gli elementi che lo hanno fatto emergere fino ad acquisire la giusta dignità di pratica sportiva? Posso risponderle sulla base della mia esperienza personale. Sono arrivato a Milano nel 1991, quindi poco dopo un evento che potrei dire epocale e cioè la sostituzione del biliardo a 6 buche allora in voga – sostituzione che era iniziata fra il ‘86 e l’87 – con i cosiddetti biliardi “internazionali” senza le buche. Questo ha comportato la scomparsa pressoché totale dei biliardi che si trovavano nei bar e nelle sale biliardo, operando di fatto una trasformazione del gioco che veniva ad acquisire un appeal diverso, tanto che alla fine degli anni ’90 questa disciplina si era trasformata in un vero e proprio sport che poteva contare non meno di 50.000 tesserati. Comunque, non va dimenticato che proprio in quegli anni ebbero inizio le prime frizioni con la Federazione che, a detta di molti, non tutelava nella maniera giusta quel numero enorme di tesserati.

Torniamo indietro nel tempo, in un’epoca che potremmo convenzionalmente far partire dalla fine del secondo conflitto mondiale fino a raggiungere i primissimi anni ’80 – un periodo quindi di forti pulsioni politiche e sociali – nei quali, in meno di 40 anni, il gioco del biliardo ha rischiato di non sopravvivere o di rimanere confinato in un angolo buio. È innegabile che in quei periodi la sala biliardi fosse vista più come un punto di ritrovo di persone poco raccomandabili che come un luogo, si potrebbe dire in prospettiva, ad alta valenza sociale, con una capacità di aggregazione pari a quella esercitata dai bar o dagli oratori ecclesiastici. Qual era la situazione a Milano in quegli anni?
Si, è vero. Le frequentazioni di determinati personaggi delle sale biliardo o dei bar hanno rappresentato in quegli anni ‘70/’80 la parte, diciamo, opaca di questo sport ed è per questo motivo, ad esempio, che molti genitori non volevano che i propri figli si soffermassero nelle sale magari per vedere qualche partita poiché le legende metropolitane, magari amplificandone un po’ troppo la portata, avevano etichettato quei luoghi come punto di ritrovo di persone, diciamo, non “giuste”. Comunque sia, Milano in quegli anni si confermava essere una piazza sportiva piena di campioni. Due sale dominavano la scena; la “Mazzarella” in via Melzo – gestita dal grande campione Onofrio Mazzarella, detto l’”implacabile” – e la “Paradiso”. Nell’ultimo periodo di questo boom a Milano del gioco del biliardo, anche io in società aprii nel 1996 una sala biliardo in città, a via Mezzofanti 8, e proprio qui ebbi l’onore e il piacere di conoscere probabilmente il più grande dei Maestri di questo gioco, Ruggero Crotti – in arte “Winkler” – affinando con lui non solo la tecnica ma apprendendo anche come il biliardo potesse aiutarci ad interpretare meglio la vita di tutti i giorni, impostando il nostro carattere e abituandoci a fare delle scelte.

Un ultimo accenno al tempo passato. Il rovescio della medaglia di quell’epoca che ha visto il gioco del biliardo come appannaggio esclusivo, molte volte, di un proletariato ai limiti della legalità comportamentale, è che lo sdoganamento arriva in parte attraverso le pellicole cinematografiche ma più che altro attraverso la televisione. Parliamo dei primi anni ’90; lei che ricordi ha?
Bei ricordi, perché tra il 1992 e il 1994 ci fu l’apertura di molte sale biliardo a Milano accompagnata da una crescita forse inaspettata delle iscrizioni alla Federazione. Devo dire che buona parte di questo successo va ascritto al nuovo canale tv, TELE +, che nei suoi palinsesti dedicava molto spazio allo sport compreso il biliardo, che addirittura veniva trasmesso in prima serata. Quell’accresciuta notorietà e popolarità del gioco, di cui si parlava prima, sono convinto lo si deve principalmente proprio al mezzo televisivo che ha permesso agli appassionati di godere delle giocate di campioni del calibro di Cifalà, Mannone, Zito, Nocerino, Bellocchio, Belluta e di molti altri.

Sono d’accordo, ma converrà con me che nella fantasia popolare il gioco del biliardo rimaneva comunque indissolubilmente legato all’immagine di una sala poco illuminata, ad un giocatore con la sigaretta perennemente piantata in bocca e un mezzo bicchiere di whiskey sempre a portata di mano. Insomma senza questi elementi sembrava non ci si potesse cimentare in una partita.
Credo che il fenomeno sia leggermente più complesso. Intanto va detto che poco prima della fine degli anni ’90 la grande passione per il gioco del biliardo era andata pian piano scemando. Poi è vero, come lei ricorda, che comunemente accettata era l’immagine del giocatore con la sigaretta in bocca. Questa raffigurazione del giocatore scompare di colpo con l’introduzione nel 2003 della legge che proibisce di fumare in tutti i locali chiusi operando una severa scrematura fra i frequentatori delle sale. Ma già nel 2002, con l’introduzione dell’euro, si erano avvertiti i primi contraccolpi. Oggi, in tutte le sale biliardo, quei personaggi non sono neanche ricordati; al massimo appartengono ad una storia passata, avvolta dal fumo delle loro sigarette!

 Concludendo questa nostra intervista, pongo a lei che è un professionista del settore una domanda d’obbligo e cioè quali suggerimenti si sente di dare a chi volesse avvicinarsi per la prima volta a questa pratica sportiva.
Non è facile rispondere. Intanto mi permetta di ribadire che il biliardo è una disciplina severa che comunque da tanto a livello umano. Ma ha un costo, che non sempre è alla portata di tutti. La pandemia e le varie crisi hanno indubbiamente affievolito la passione. Le sale biliardo continuano ad esserci ma diminuiscono le persone che vogliono prendere contatto con questo sport. Anche i giocatori professionisti provano a tenere duro e non mollare, ma è difficile. Ricordo, ad esempio, che nelle competizioni non vi è un adeguato premio in denaro; se lo confrontiamo con le 500.000 sterline corrisposte al campione di Snooker contro gli appena 5.000 euro riconosciuti al campione della specialità 5 birilli, si capisce come l’interesse per il gioco possa perdere la sua importanza. Che dire, purtroppo oggi l’onore e la gloria per le vittorie conquistate non bastano più e sostenere una intera stagione sportiva a livello medio-alto richiede un impegno economico decisamente importante.

Stefano Ferrarese

 

 

 

 

 

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article