Il gioco del silenzio. Episodio 3

Paola Anatrella Il gioco del silenzio.
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Eccomi qua, tra il capitano e la pazzarella – pensò Luca, seduto a tavola per il pranzo domenicale tra le due donne.
Proprio quelli erano i momenti in cui l’assenza di Elio si faceva sentire con maggiore crudeltà. Nell’elegante salone illuminato da un sole schietto e dal meraviglioso riverbero azzurrognolo del mare del golfo, con la tovaglia di lino bianca e i bicchieri a calice, Luca avvertiva laceranti punte di nostalgia e inquietudine che risalivano a ondate dalla pancia.
Maristella era arrivata da poco, in ritardo come sempre. A memoria d’uomo non era mai arrivata a pranzo dai suoi in orario e senza aver fatto prima l’aperitivo con l’amico/amica. La differenza di genere tra i suoi accompagnatori era solitamente deducibile dalla presenza o meno del rossetto sulle labbra. Quando arrivava da un incontro galante, era solitamente più disordinata nell’aspetto e più svagata o, al contrario, cupa e silenziosa.
Quando aveva il rossetto era un chiaro segnale, si era intrattenuta con qualcuna delle sue amiche. Il suo aspetto era curato, composto e l’umore più facilmente prevedibile, mai nero, al massimo annoiato.

casa interno Paola Anatrella
Paola Anatrella, Interno casa di Clara. Acquerello su carata 24×32 cm. Foto Silvio Pirillo

Clara l’accoglieva sull’uscio, senza sorridere e lasciandosi baciare mentre le teneva il broncio, forse per il ritardo, forse per la piega che aveva dato alla sua vita fin da sempre. Elio, invece, accoglieva sua figlia sotto l’arco della cucina e sempre sorridendo, era felice di vederla, certamente più indulgente con lei da quando gli aveva donato il desiderato discendente maschio.
«Luca, passa l’antipasto a tua madre.» disse Clara porgendo un piatto con prosciutto crudo, mozzarella e carciofini sottaceto.
Maristella in quel momento guardava il cellulare e vi leggeva l’ultimo messaggio di WhatsApp che, tra l’altro, non sembrava interessarla più di tanto.
«Ah sì, scusa!» disse prendendo il piatto dalle mani di suo figlio.
Seguirono le due portate canoniche, il ragù e il roastbeef con le patatine, e poi un pezzo della torta caprese che piaceva tanto agli uomini di famiglia, adesso solo a Luca.
Il pasto fu breve e piuttosto silenzioso, il recente lutto apparve a tutti un ottimo motivo per stare zitti.
Clara si era allontanata per fare il caffè e Maristella, semidistesa sulla tovaglia, sbocconcellava consistenti pezzi della torta di cui aveva rifiutato, quasi indignata, una fetta quando sua madre gliela aveva passata.
«Luca, domani piove!» esordì greve, senza apparente senso, poi continuò «se prendi la macchina, potresti darmi uno strappo, devo essere presto al centro per quell’esame del sangue che devo fare.»
Maristella si controllava i valori ematici ogni anno e svolgeva molti altri screening di prevenzione, non che fosse necessario dato che era in ottima salute, che suo padre aveva raggiunto agevolmente gli ottantasei anni e sua madre era sempre stata sana come un pesce. Fare prevenzione le faceva sentire di avere maggiore controllo degli eventi della sua vita.
«Mamma, domani non vado a studio, sto lavorando da casa.>>
Maristella si mise dritta sulla sedia, appoggiò gli avambracci sul tavolo con aria preoccupata, era sempre uguale, mai iniziare una discussione senza avere le spalle ben dritte.
«E da quando?»
«Da poco, sarà una settimana, non ti preoccupare, posso lavorare anche da casa, anzi è meglio.»
Guardando la donna, Luca capì che non fosse per nulla convinta.
«Davvero, non ti preoccupare, è solo che ho bisogno di stare un poco da solo. Vedrai che torno in studio prima dell’estate, non ho sospeso il lavoro, se è questo che ti preoccupa.»
«Ma figurati! Puoi anche sospenderlo il lavoro, purché tu stia bene, però…>>
I passi della nonna risuonavano nel corridoio, Luca fece cenno di tacere, meglio non dire nulla.
Dopo il caffè e qualche altra chiacchiera senza importanza, si sciolsero le righe. Clara sarebbe andata a stendersi, Maristella a organizzarsi la serata e Luca chissà dove, nella immaginazione di mamma e nonna: lui era giovane e quindi imprevedibile per loro.
All’uscita dal portone Maristella disse qualcosa che aveva il sapore di una vera conversazione.
«Non è solo suo il dolore, sai?>>
«Di cosa parli?»
«Di nonna, possiamo parlare davanti a lei, non va bene preservarla da tutto. Se stai tanto male da non volere andare a studio non c’è niente di male che lei lo sappia. Anzi, come ti senti?»
«Mamma, te l’ho detto, non ti preoccupare!» sbottò Luca e si allontanò dopo averle dato un bacio frettoloso. Non era mai riuscito a confidarsi davvero con sua madre, non voleva darle pensiero, impiccio, la sentiva sempre ingombra dei pensieri e degli impicci personali.
Maristella rimasta sola per strada avvertì uno strano sgomento che contrastava con il cielo sfacciatamente azzurro del pomeriggio di marzo. Sotto al portone della sua casa di ragazza, a cui tante volte l’avevano riaccompagnata o erano venuti a prenderla, quando la vita per lei era facile o almeno tale le sembrava, ricordò alcuni momenti del passato.
Il bel condominio con le terrazze spaziose rivolte verso il mare piaceva a tutti i suoi amici, spesso andavano a trovarla per studiare o ascoltare musica. Era facile la vita quando l’unico problema era il prossimo appello degli esami. Si era sentita una ragazza fortunata o perlomeno sembrava che tutto procedesse come la carrozzella della giostra, con sbalzi e scossoni controllati e senza pericolo.
Amori e amorazzi si erano succeduti senza accavallarsi fino al fidanzamento e poi al matrimonio che era stato breve. Il figlio, l’unico residuo di quella fase, era cresciuto e non sembrava più avere bisogno di lei.
Già, si sentì sola, più sola di sua madre che almeno aveva una certa età, una rispettabile vedovanza e tanti ricordi a farle compagnia. Una fitta più acuta le bloccò il respiro e per un attimo le sembrò che il terreno franasse sotto i suoi piedi o che le gambe stessero rifiutando di riportarla a casa, o che le scarpe si fossero saldate al suolo, era una vertigine di angoscia.
Poi, il trillo di un messaggio vocale in arrivo la distolse da quei pensieri.
«Insomma, mi rispondi o no? Cazzo! Sempre con la testa fra le nuvole! Hai finito di abbuffarti a casa di tua madre che poi dici che è la menopausa a farti ingrassare! Andiamo al cinema stasera o ti sei troppo scofanata?»
Si accorse in quel momento che c’erano registrate alcune chiamate senza risposta.
Il cinema di domenica sera? Pensò con scarso entusiasmo – speriamo almeno sia un film divertente – continuò a pensare mentre cliccava la s di “sì”.
L’umore di Maristella si mantenne asintoticamente prossimo al nero pesto per tutto il pomeriggio, né la successiva e più lunga chat con l’amica Flavia fu in grado di migliorarlo. Scrisse post simpatici, conditi da mille faccine buffe mentre il suo viso si manteneva inalterato dal rigore dei muscoli.
Non era quella la vita che aveva desiderato. Flavia sembrava essere la persona a lei più prossima. Di tanto in tanto aveva avuto qualche storia. Un bell’uomo con una professione adeguata al suo status l’aveva accompagnata per un paio di anni ma non aveva mai voluto conoscere la sua famiglia e, solo di sfuggita e perché inevitabile, aveva conosciuto suo figlio che allora era adolescente.
«Chi ha voglia di pranzi e cena con i suoceri? Grazie ma ho già dato.»
All’inizio le cose andavano bene anche così, all’inizio le cose vanno bene in qualsiasi modo. Con il tempo questa segregazione iniziava a stancarla. Nelle situazioni sociali passava sempre per quella “single”, era oggetto di attenzioni maschili non richieste e doveva uscire con due paia di scarpe, dato che quelle da indossare erano inadatte alla guida.
Nelle situazioni “di coppia” avvertiva una clandestinità fittizia che, oltretutto, non aggiungeva agli amplessi il brivido del peccato. L’incontro tra Michele e suo figlio Luca era stato breve e necessario.
Madre e figlio stavano rientrando da una vacanza a Vienna, fatta nel periodo di Natale per dare un tocco esotico a una festività che aveva perso smalto da quando Luca non scriveva più le letterine e chiedeva direttamente a mamma e papà di condividere fra loro il costo di qualche regalo supertecnologico, scelto e a volte perfino comprato dallo stesso destinatario del dono.
Per un ingorgo delle linee aeree sovraffollate, erano stati costretti a tornare con un volo diverso da quello programmato che atterrava tardi in serata, altro ritardo si era accumulato per la partenza e si erano ritrovati sullo spiazzale davanti a Capodichino dopo la mezzanotte, in uno scenario reso apocalittico dall’assenza di esseri viventi e soprattutto di taxi.
Impensabile chiamare Elio, ancora irritato per la defezione del cenone di vigilia. Chiamò Michele.
Per andare, Michele ci andò, per carità, ma vedere suo figlio e il suo compagno insieme rivelò a Maristella tutta l’inconsistenza della loro storia di coppia.
Si avvicinò verso di loro, stravolti dal ritardo dell’aereo e dalle luci al neon del terminal, baciò sulla guancia la sua donna, salutò appena Luca, prese la valigia più pesante e si incamminò mantenendosi a dieci passi da loro.
Il dialogo vago sugli aspetti turistici della capitale straniera condì un tragitto rapido e notturno, sotto casa un saluto altrettanto breve.
Non era quello che voleva.
Luca non domandò nulla, quella sera, baciò sua madre sulla stessa guancia su cui aveva visto poggiarsi le labbra di un estraneo e andò in camera sua. Due mesi dopo, Maristella non festeggiò il San Valentino.
Poi qualche altra storia, niente di importante: sì, anche con un uomo sposato o due e la ferì che lo stato civile dei suoi amanti non facesse nessuna differenza. Nessuno che volesse impegnarsi davvero, o forse quella che non si voleva impegnare davvero era lei.
E adesso, la presenza stabile nella sua vita era Flavia, la sua amica del cuore. La conosceva da prima del matrimonio, erano state colleghe di università, avevano sposato uomini facoltosi del loro stesso ambiente, avevano deciso di fare le prof, principalmente per assumere una collocazione sociale. Insegnavano nello stesso istituto professionale e cercavano di svolgere il loro lavoro con diligenza ma non avevano alcuna passione.
Flavia non era pessima, solo sboccata, ipocondriaca, piena di manie, soprattutto quella per i chiwawa – ne aveva due – nutriva taluni pregiudizi e si mostrava in tanti momenti necessaria e in altri insostituibile.
No, quella non era la vita che voleva, non lo era decisamente. Soprattutto non vedeva davanti a sé la possibilità di qualche cambiamento, come se tutto dovesse restare immobile. La morte di suo padre poi, nonostante l’età, proprio non se l’aspettava.
«Forse è per questo che mi sento così giù.» si disse e bevve la sua bevanda al ginseng mentre, aperta la cabina armadio, si apprestò a scegliere cosa indossare per la serata.

Non si era ancor abituato a quell’abbigliamento dimesso da bravo ragazzo di un quartiere popolare. Aveva comprato sei pantaloni e sei magliette a polo di qualità medio-bassa, 3 camicie senza iniziali, due paia di giacche prive di marca. Il suo corpo slanciato, con le gambe leggermente più magre e lunghe di quanto avrebbero dovuto essere per disegnare una siluette armonica, gli consentiva di conservare una ragguardevole avvenenza anche con quegli abiti dozzinali, tuttavia non si sentiva ancora a proprio agio.
Le domeniche sera andava a cinema o a teatro, ovvero andava fuori dal cinema o dal teatro: questo l’impegno di lavoro di Luca, da un paio di mesi autista di Marinella.
Il suo nuovo “lavoro” era pagato con una certa generosità considerato anche l’esiguità dell’impegno. Marinella usciva tutti i giorni a fare commissioni di ogni genere e molto shopping ma stava fuori casa per un paio di ore al massimo. Nel fine settimana lo lasciava libero per la maggior parte del tempo ad eccezione del sabato mattina e della domenica sera. Se ci fossero state richieste ulteriori, erano già capitate alcune cene infrasettimanali, il compenso sarebbe stato extra. Gli sembrava quasi di approfittarsi di quella povera vecchietta che cercava solo di riempirsi le giornate con faccende francamente non indispensabili.
Molte le visite alle amiche e agli amici, qualcuno di loro mentre si trovava ricoverato in qualche casa di cura; talune visite mediche personali, sortite per acquisti svariati, qualche puntatina in banca. Marinella non era una chiacchierona ma la loro comunicazione stava migliorando. Quando lo vedeva non mancava di fargli un sorriso che diventava sempre più schietto e cordiale.
Le serate a teatro o al cinema erano per Luca quelle più difficili. Temeva di incontrare conoscenze sue o di famiglia. Per mamma e nonna la versione ufficiale era che lui si stava riprendendo dal profondo dolore e lavorava da casa, il che era in parte vero poiché non aveva lasciato completamente l’attività dello studio.
La menzogna era più nella omissione che nella affermazione di cose false, per quanto a lui sembrava di mentire e basta.
Marinella amava vestirsi bene, soprattutto di sera. Era sempre elegante e mai sopra le righe, spesso i suoi capelli erano raccolti in chignon o in trecce, come quella sera.
Il suo abito, di una particolare tonalità di blu cangiante che dava al viola, era di ottima qualità e fattura. Marinella vestiva sempre colorato e i colori non erano mai banali, era alla continua ricerca della tonalità più inconsueta e, anche per questo, spiccava tra la folla anonima in qualsiasi circostanza.
Aveva un buon profumo e un’aria serena, l’aspetto sano e rilassato di chi ha ricevuto ogni cura medica al primo acciacco. Luca aveva individuato tra le sue frequentazioni un paio di fidate amiche, uno o forse due amici, forse antichi spasimanti, e alcune cugine, poi c’erano le cognate: due. Marinella si irrigidiva quando parlava a telefono con loro, era successo in macchina che le telefonassero per informarsi della sua salute o per commentare il tempo, quelle telefonate erano chiuse sempre dalla frase:
«Sì, vediamoci presto e salutami mio fratello.»
Con i fratelli non aveva parlato mai, almeno in sua presenza e Luca non l’aveva mai accompagnata a casa loro, da come ormai aveva capito.
Scesa dall’auto, Marinella salutò un gruppetto di amici e si allontanò baldanzosa, dopo aver sussurrato: «Tra tre ore e mezza al solito posto.» che era piazza del Plebiscito, vicino allo stazionamento dei tassì. Marinella completava solitamente le serate al tavolo di qualche locale, al chiuso o all’aperto, a seconda del meteo, a discutere di tutto o, più probabilmente, ad ascoltare i discorsi degli altri, dato che era una donna silenziosa e spesso assorta.
In quelle tre ore e mezza, Luca tirò le fila della sua vita attuale e passata. Aveva perso la persona più importante della sua famiglia e questi gli aveva consegnato un segreto. Si era scoperto adirato contro suo nonno che, nell’ultimo atto, aveva tradito il proprio personaggio, distruggendo tutta la costruzione coerente che si era fatto di lui. Non un uomo appagato e felice della sua vita familiare e professionale ma un povero sfigato che non riesce a scordare la sua prima fidanzata che lo ha mollato da ragazzo.
Il pensiero deragliò quindi su Matilde. Lo aveva lasciato dopo l’estate e lui, sinceramente, non sapeva il perché.
Eh no, Tommaso, a volte uno il perché non lo sa, può capitare, disse nella sua testa come se avesse davanti il portiere di via Martucci, suo presunto zio, o, almeno, io non l’ho capito e sono sincero, continuò a pensare.
Erano lunghe tre ore e mezza davanti al mare di via Partenope. Si sedette sulla balaustra, erano quelli i momenti in cui avrebbe voluto avere il vizio del fumo come suo padre che sembrava tanto rilassato con una sigaretta tra le dita. E invece di vizi, almeno di quelli convenzionalmente giudicati tali, non ne aveva.
Pensò quindi al padre e alle sue unghie gialle per la nicotina, al suo studio a Roma, puzzolente di fumo e di aria chiusa, tappezzato di libri di diritto e di fogli e riviste sparsi ovunque. Eppure quello gli sembrava l’unico angolo di una vera casa tra tutte quelle in cui aveva soggiornato insieme al suo “vecchio”.
Le altre stanze delle sue residenze, che si erano susseguite numerose negli anni, prima napoletane e adesso nella capitale, erano tutte uguali. Sobrie, pulite, con vecchi quadri che lo seguivano come un cane zoppo quale unico elemento di continuità. Suo padre era diventato un uomo triste che cercava di mantenersi attraente e ciò lo rendeva ancora più triste.
Sua madre invece era più bella adesso che a trent’anni, almeno per quanto poteva vedere dalle foto che lo ritraevano bambino. Dopo i cinquanta si era come illuminata. Le rughe le avevano finalmente conferito quella consistenza che era mancata al suo aspetto sbarazzino da eterna adolescente. Aveva la costituzione longilinea di Elio e nulla o quasi dell’atletica madre. Era minuta e aggraziata come una gazzella, portava i capelli lunghi come quando faceva danza al San Carlo e, con l’aiuto di un sapiente parrucchiere, dava l’impressione di aver conservato il rosso tiziano della sua infanzia.
Il rosso dei capelli era della nonna paterna, Elio invece era stato biondo da piccolo, poi di un castano chiaro in età adulta, ma a Luca era sempre apparso con i capelli bianchi. Un bell’uomo che ancora faceva girare la testa alle signore. Luca ne era sempre stato orgoglioso e si era molto divertito in quella età di mezzo in cui capiva più cose di quanto gli adulti supponessero. Le mamme dei suoi amichetti si lanciavano occhiate compiaciute e gli rivolgevano frasi del tipo:
«Viene a prenderti tuo nonno, spero!» con risatine vaghe. Ci fu un tempo in cui gli divenne improvvisamente chiaro che suo nonno fosse un maschio desiderabile. Non gli era invece mai accaduto con suo padre, benché si fosse sempre sforzato molto di più per piacere alle donne.
Suo padre era un chiachiello come diceva sua madre quando litigavano e, dopo la separazione era diventato “il solito chiachiello”. In realtà, Luca non aveva mai capito bene cosa fosse un chiachiello, se un uomo che cerca di sedurre qualsiasi donna gli capiti a tiro, oppure una persona ambigua senza grande valore, forse entrambe le cose. Associava la parola a suo padre anche se quel termine non lo divertiva affatto per le troppe volte in cui da piccolo aveva visto le discussioni tra i genitori concludersi con sua madre chiusa in bagno e suo padre fuori di casa, non si sa bene dove.
La casa dei nonni invece gli era sempre parsa un’oasi felice, di coccole, profumi di cibi buoni e pace.
Se lo era chiesto ogni giorno da quella mattina in macchina dopo la sosta in via Martucci. Suo nonno lo aveva condotto là solo perché sentiva di morire e voleva salutare la donna che aveva amato da ragazzo oppure perché voleva comunicargli qualcosa, insegnargli una ennesima lezione di vita e, in questo caso, quale era questa lezione? O, ancora, voleva affidargli un compito?
Non riusciva a immaginarlo come un uomo che tradisce la moglie e tuttavia non poteva negare la natura di tradimento coniugale che avevano quelle sortite nella casa di Marinella. Cosa sapeva o cosa percepiva Clara di quella vita segreta? Forse, somigliava a nonna più di quanto si fosse accorto, forse neanche lei era capace di percepire il malessere del proprio compagno, come lui non aveva saputo fare con Matilde.
E poi Luca pensò a Marinella. La sua indagine non procedeva in nessun modo. Neanche il tentativo di entrare in amicizia con Magda aveva dato dei buoni risultati. La donna di servizio era stata assunta solo da otto mesi, inoltre per quanto onestissima e molto pulita e ordinata – come avevano sottolineato sia Tommaso che sua moglie, non era incline ai pettegolezzi né dotata di grande acume.
Sto solo perdendo il mio tempo e anche tutti i soldi che farei allo studio, concluse. I soldi dello stipendio, invece, Luca li utilizzava in parte come mancia per Tommaso e, in parte, li dava in beneficenza, poiché non ne aveva bisogno, sentiva come di sottrarre il lavoro a qualche persona priva dei suoi mezzi. In questo modo gli sembrava di rimettere la situazione in pari e di non approfittarsi di una vecchia signora.
Aprile era quasi finito e a giugno probabilmente Marinella sarebbe partita come sempre.
Ok, male che vada avrò perso soltanto tre o quattro mesi, stabilì a compendio del lungo dialogo con se stesso, quindi decise di andare a farsi una birra con un amico che abitava in zona e che, come sempre, avendo già bevuto a casa, non avrebbe neanche fatto caso al suo abbigliamento insolito.

«La signora, oggi, vuole che sali.»
Lo accolse così Tommaso con la faccia preoccupata.
«Vado.»

Stefania Squillante

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