Il gioco del silenzio. Episodio 5

Paola Anatrella Il gioco del silenzio.
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Come preconizzato da Flavia, il tempo trascorse velocemente fino alla fine dell’anno scolastico. Le due amiche e colleghe smisero di fare lezione già dall’inizio di giugno e a metà del mese smisero proprio di andare a scuola, avendo opportunamente evitato di prendere classi dell’ultimo anno e trovandosi perciò libere dall’incombenza degli esami di maturità. Era solitamente quella la fase dei week end fuori Napoli, quell’anno non ce ne furono tanti perché Maristella non voleva lasciare troppo sola sua madre, soltanto dopo che Clara accettò l’ennesimo invito a Ischia delle sue ex compagne di squadra con cui non aveva mai perso i contatti, la baldoria ricominciò anche per la coppia di amiche più giovani.
Luca era tornato alla sua vita e aveva ripreso a indossare camicie con le sue iniziali, guidare la sua moto, lavorare allo studio.
Aveva anche rivisto Matilde. Si erano dati appuntamenti in un bar. La ragazza, leggermente abbronzata e vestita con la solita cura, gli era sembrata più bella di quanto ricordasse.
«Mi spiace molto per tuo nonno, Luca, volevo chiamarti quando me lo hanno detto ma non sapevo cosa dirti, scusami.»
«Non ti preoccupare, Matilde, ti ho chiamato per capire perché mi hai lasciato.»
Matilde restò per un attimo perplessa, poi iniziò a ridere nervosamente.
«Stai scherzando, vero?»
Luca dissentì con la testa.
«Me lo chiedi adesso, dopo mesi! Ti rendi conto? Allora avevo ragione io!»
«Ma di cosa?» fece Luca con un candore assoluto e devastante.
Matilde si infiammò.
«Basta Luca, sei il solito bastardo, non ti importa nulla di me, non ti è mai importato nulla, non mi ascolti, non ti interessa quello che ho da dirti e soprattutto non mi ami, altrimenti non avresti aspettato tanto tempo per chiedermi perché ti ho lasciato. Davvero non lo sai?»
Per quanto roso dai sensi di colpa Luca era assolutamente sincero sul fatto di ignorare il motivo dell’abbandono di Matilde, provò a mettere insieme qualche ipotesi.
«Ti ho fatto qualche torto? Ti hanno raccontato qualcosa? Se ti hanno detto qualcosa di storie con altre sappi che non sono vere, oppure…»
Matilde lo interruppe.
«Il guaio è che sei onesto, ora lo so che davvero non hai capito niente. Beh, stammi a sentire e cerca di comprende come funziona: non basta essere gentili e ricordare gli anniversari per far sentire amata una donna. Ti ho lasciato perché tu ti dessi una mossa, speravo, sì, lo confesso, speravo che mi trattenessi, che ti ribellassi, che mi dicessi che mi ami e invece, arrivederci e grazie.»
«Matilde, volevo solo che tu ti sentissi libera di scegliere.»
«Non è vero, non ti importava nulla di me, questa è la verità, una donna lo sente. E ora scusami, ma vado via, spero che ora tu sappia il perché.»
Matilde uscì furente dal locale e Luca continuò a sentire al sensazione di essersi perso qualcosa.
Nei giorni seguenti però fu felice di quel chiarimento, di avere trovato la voglia e il coraggio di chiederlo e in fondo si accorse che la sua ex ragazza aveva ragione. Avrebbe dovuto soffrire molto di più se l’avesse amata.
Riprese quindi a uscire con gli amici e a farsi qualche storia, ma adesso sapeva che si trattava di storie senza importanza.

Paola Anatrella Marinella e il fiume
Paola Anatrella, Marinella e il fiume. Acquarello su carta 22×33 .Foto Silvio Pirillo

Arrivò agosto e con esso il caldo asfissiante della città, nonna Clara era transumata nella casa di Capri e mamma era finalmente partita con Flavia per la Toscana, Luca aspettava di terminare qualche lavoretto allo studio e già pregustava la crociera in barca a vela con skipper, prenotata per le settimane a cavallo di ferragosto.
In una serata torrida, nella città semideserta ed esausta, gli giunse una telefonata inattesa. «Mi fa piacere che tu sia ancora in città, ti aspetto domani, Luca», ne fu la conclusione. L’indomani si ritrovò a via Martucci.
Tommaso era in ferie e al suo posto trovò un ragazzo bruno con il pizzetto che lo lasciò passare svogliatamente e riprese a giocare col cellulare. Alla porta aprì una donna che non aveva mai incontrato, capì che fosse lì per lavorare dal fatto che indossava una sorta di divisa.
«La signora Marinetti è in terrazza» annunciò e lo precedette, attraverso il corridoio, giunta sull’uscio del balcone, li lasciò soli.
Marinella era sdraiata su una sedia di vimini e beveva un succo. Quando la guardò, Luca ebbe la sensazione di essere al cospetto di un cadavere. Non era particolarmente dimagrita ma il suo volto aveva assunto le sembianze di un teschio con le occhiaie profonde e le ossa degli zigomi e della mascella ben definite nella loro forma.
«Come stai, Marinella?» farfugliò, dandole del tu con immediata naturalezza.
«Se ti fossi presentato così, la prima volta, non mi avresti mai ingannato» disse, sorridendo debolmente, dopo averlo visto vestito con la bella camicia di lino, le immancabili iniziali stampigliate sopra, il pantalone impeccabilmente stirato e i morbidi mocassini di cuoio. Nessuna griffe, per carità, tutto comprato in laboratori «Siete stati bravi tu e Tommaso.» continuò e rise, poi si fece seria.
«Sto morendo. Come tutti, mi dirai, ho anche una bella età, la differenza è che adesso so quando. Un mese, massimo due, ma io spero di meno.»
«Che stai dicendo?»
«Cancro al pancreas, silente, veloce e letale, ma non parliamo di questo, siediti, vuoi un succo anche tu?»
Luca non rispose.
«Direi che ne hai bisogno» fece un cenno alla Magda, apparsa sulla soglia del terrazzo senza fare rumore.
«Voglio sapere di Elio, cosa ti ha detto di me?»
Luca si rammaricò di sapere veramente poco.
«Non avevo mai sentito parlare prima di te, Marinella, ma quando lui ha voluto vedere casa tua prima di morire ho capito che ci doveva essere un motivo importante, ti ho mentito per questo. Sai, nonno Elio è il mio eroe da tutta una vita, non potevo sopportare che avesse conservato per tanto tempo un segreto per me, soprattutto non volevo pensare male di lui, adesso che non ho più modo di chiedergli spiegazioni.»
«Non so se posso dartele io, ma ci proverò. La storia mia e di Elio è molto antica, risale a oltre sessanta anni fa e ormai non la conosce o non la ricorda quasi più nessuno. Io ed Elio eravamo promessi, di più, eravamo predestinati. I nostri genitori si conoscevano, perfino i nostri nonni si conoscevano. Ma non sarebbe stato un matrimonio combinato, ci amavamo davvero. Avevamo già deciso quasi tutto, data del matrimonio, posto, bomboniere, insomma non mancava nulla. Così abbiamo ceduto all’amore, o alla carne come si diceva allora, prima di andare all’altare, solo che purtroppo sono rimasta incinta. Sai cosa vuol dire essere una ragazza incinta negli anni ’50 in una famiglia cattolica?»
Marinella tacque interrotta dall’arrivo di Magda che portava un vassoio con il succo, due ciotoline di frutta tagliata a pezzi e qualche pasticcino, la signora sorrise per congedare l’intrusa e bevve un sorso dal lungo bicchiere che aveva fra le mani.
«Mio padre era il più cattolico di tutti. Un uomo cattolico di quegli anni è la cosa più intransigente che tu possa immaginare al mondo. Ti risparmio la tragedia di silenzio e vergogna che si abbatté sul mio capo. Nessuno mi sgridò o mi punì fisicamente, sia chiaro, non eravamo quel genere di famiglia, ma io ero l’appestata. La mia famiglia mi lasciò reclusa in camera mia, senza neppure dirmelo e senza bisogno di chiudere la porta a chiave. In realtà potevo muovermi per tutta la casa ma soltanto in camera mia mi sentivo leggermente meglio. I miei fratelli mi evitarono, incrociandomi nel corridoio mi scansavano, facendo un passo all’indietro o fingendo di dovere andare in un’altra stanza. I miei ovviamente non mi rivolgevano la parola e perfino alle domestiche fu dato ordine di non entrare nella mia stanza per fare le pulizie ordinarie se non durante i pasti, quando mi concedevano di sedere a tavola con loro ma anche là quella tragica pantomima continuava.
Dopo una settimana, senza aver potuto parlare con Elio, né con nessun altro, mio padre mi mandò a chiamare nel suo studio: la condanna stava per essere pronunciata, c’era anche mia madre, in silenzio come sempre quando parlava lui. Questo il verdetto: sarei dovuta andare in Svizzera a partorire e dopo dovevo rimanerci ancora per qualche mese. Avrebbero detto a tutti che ero in Francia per una borsa di studio, all’epoca ero già laureata in matematica e continuavo a studiare fisica – ma solo per diletto -, si affrettavano sempre ad aggiungere i miei. Insomma, il bambino o la bambina che fosse stato doveva nascere là e là doveva restare. Io sarei tornata da sola a Napoli, avrei sposato tuo nonno con l’abito bianco e il perdono del Signore, poi avremmo, auspicabilmente presto, avuto un secondo genito. Solo allora, bada bene, solo allora, avrei potuto riprendermi il figlio dello scandalo che intanto sarebbe stato in un collegio. Il primo genito sarebbe stato regolarmente dichiarato come figlio nostro, mio e di tuo nonno, non sarebbe giusto negargli questo per il peccato dei suoi genitori disse mio padre. Una volta portato a Napoli, si sarebbe detto che era figlio di una cugina morta, mia o di Elio, a seconda di quale fosse stata la somiglianza più spiccata e che noi lo avevamo adottato per carità cristiana. Già proprio così disse, per carità cristiana. E così tutto sarebbe andato a posto. Nessuno aveva minimamente considerato che un piccolo dovesse crescere come orfano per uno o due anni e che una giovane madre doveva rinunciare al suo bambino così a lungo.»
Marinella bevve ancora e tirò il fiato, come un ciclista prima della salita, l’espressione, se possibile, divenne più cupa.
«Le cose non andarono bene. A un certo punto, iniziai a perdere sangue, non molto, all’inizio si fermò con il riposo. Papà chiamò l’autista, aveva deciso di farmi portare subito in Svizzera, nella clinica che aveva già contattato. Di notte, le cose peggiorarono in fretta, il sangue usciva a fiotti e grumi. Mio padre era come impazzito, continuava a parlare con Ginevra. Fu allora che mia madre intervenne, la prima e credo l’unica volta in cui non rispettò l’obbedienza al consorte che aveva giurato il giorno del matrimonio. Bada Vittorio, se tua figlia muore, nessuna penitenza ti salverà dall’inferno. Chiama il medico, adesso. Gli disse, credo che la minaccia dell’inferno fosse l’unica possibilità che avesse di salvarmi la vita. Infatti mio padre si convinse. Fui portata in clinica e operata all’alba. Avevo perso il bambino e la possibilità di averne un altro per sempre. Mi tolsero l’utero per fermare l’emorragia. La bella bambola si era rotta. La bambina prodigio, sempre prima della classe, premiata per ogni sciocchezza, ottima ricamatrice, perfetta nella dizione, grande talento per le lingue e ovviamente per la matematica. Quella che avrebbe sposato l’uomo giusto per sugellare finalmente il legame storico tra le due facoltose famiglie.»
Marinella guardò Luca dritta negli occhi, come non aveva fatto fino a quel punto del racconto.
«Di quei giorni non ricordo molto, per fortuna. Ne trascorsero diversi prima di incontrare Elio, suppongo volessero ancora punirci, la sua famiglia e la mia, come se non fossimo stati puniti abbastanza. Infine lo rividi e mi apparve subito cambiato. Tuo nonno è sempre stato un uomo votato al successo, ha sempre voluto il meglio e certamente voleva un figlio, meglio se maschio, sì proprio un bel figlio maschio come te! Suppongo sia stato il più felice quando sei nato e non mi meraviglia che tu fossi la persona più importante per lui.»
Luca aveva già più volte usato il fazzoletto per asciugarsi il naso dove erano finite le lacrime a cui non aveva dato la possibilità di raggiungere gli occhi e che gli calavano delle narici.
«Per questo lo hai lasciato?» disse cercando di tenere ferma la voce.
«Sì, non volevo essere quella che aveva distrutto il suo sogno. Non ero più la predestinata, non ero più la principessa ma lui era ancora il principe azzurro, lo sarebbe stato per sempre, per chiunque. Dovevo lasciarlo andare. Io ero morta per lui. Glielo dissi. Nessuno si oppose, perfino mio padre approvò. Essere sterile è un motivo di annullamento del matrimonio ed io ormai ero una bambola rotta anche per lui.»
Lo fissò ancora e gli sorrise.
«Sì, caro, la mia favola era finita ma da quel momento iniziò la mia vita. Non è stata una tragedia, le tragedie sono altre. Ho avuto gioie e dolori e sprazzi di felicità. Andai davvero a studiare a Parigi per superare lo scandalo del matrimonio annullato. Presi un paio di lauree, ogni specializzazione possibile, ho insegnato alla Sorbona e anche qui a Napoli, una vita fa. Prima che tu nascessi, temo. Ho pensato di amare ancora qualcuno, potevo farlo liberamente, giacché non potevo più restare incinta. Questo mi ha dato una grande libertà, soprattutto mentale, e gli uomini la percepivano e la adoravano, molti dicevano di amarmi. L’amore è una esperienza semplice e meravigliosa quando non si temono le conseguenze, ma invece conseguenze ce ne sono sempre.»
«Dimmi di Elio, ti ha davvero lasciato andare così, senza opporsi?»
«Vuoi sapere una cosa? Non ci siamo mai lasciati, quella storia dei fotoni funziona anche per gli esseri umani e tu sai bene di cosa parlo.»
Luca annuì.
«Per il resto volevo che fosse felice, tutto qua e che avesse dei figli. Ho vissuto spesso lontana da Napoli perché quando ero qui la sua presenza mi rimbombava nella testa e nella pancia. Sapevo sempre quando era vicino, altrimenti come avremmo potuto evitarci in una città così piccola in fondo e abitando così vicino? Quando è morto non l’ho avvertito, questo no, sinceramente, ma sentivo che non era più a Napoli, aspettavo di sapere qualcosa. La verità arriva sempre presto o tardi.»
«Sì, ma lui non ha insistito? Non si è ribellato?»
«Certo, ha fatto di tutto, ma io sono sparita e alla fine ha capito.»
Luca non si trovò d’accordo con quella conclusione e la sua espressione lo lasciò intendere.
«Non è così? Cosa stai pensando Luca? In nome del cielo, sono quasi al capolinea, se c’è qualcosa che ignoro, ti prego di raccontarmela.»
«Marinella, Elio non c’è più e tu sei malata, oggi hai voluto raccontarmi una storia di sessanta e oltre anni fa, ora ti racconto io una storia più recente, però ti prego però non prendertela con Tommaso.»
Marinella sorrise.
«Tommaso è una peste! Si è anche vantato di cosa mi combinava, fuori alla mia porta?»
«Ma allora tu lo sapevi che Elio veniva qua?»
«Ho sempre avuto attenzione per i dettagli, una foto spostata di qualche millimetro crea un alone nella polvere che si accumula sul mobile. Era sempre la stessa foto, quella in cui sono giovane, scattata all’epoca del nostro fidanzamento, proprio da lui, l’unica che si trova esposta in questa casa, come vedi. E poi, ti ho detto, io avvertivo al presenza di Elio. Comunque, non voglio vantarmi troppo, forse non avrei capito nulla se una mattina non lo avessi visto dallo spioncino. Capitò che dovevo partire di domenica pomeriggio per la casa di Sorrento, quell’anno ero in ritardo, c’erano state proteste all’università e poi una sessione di esami di recupero. Salutai Tommaso il sabato sera, ma la macchina che avrebbe dovuto portarmi là ebbe un guasto e restai in città, non pensai di avvertire Tommaso immediatamente. Verso le undici del mattino sentii rumori fuori alla mia porta e una emozione intensa. Mi affacciai dallo spioncino. Elio era là, seduto in mezzo alle maioliche. Ebbi un colpo, non lo vedevo da almeno quarant’anni, ma non era cambiato affatto. Aveva solo perso il dorato tra i capelli, erano tutti meravigliosamente bianchi. Temetti che volesse entrare perché avevo già dei sospetti, e ovviamente feci due più due. Chiamai Tommaso col citofono per dirgli che ero rimasta a Napoli. Poi spiai. Tommaso salì subito e lo avvisò. Elio fuggì come un ladro. Fu tutto molto veloce. Per tanti anni ho pensato che invece avrei potuto uscire e avremmo potuto parlare, ma non era giusto nei confronti di Clara e poi, dopo tanti anni, avevo perso tutte le parole. Cosa potevamo dirci? Non sempre ci sono le parole per dire le cose.»
«Nonna sapeva di voi?»
«Tua nonna è più giovane, Elio aveva dieci anni più di lei e io otto. Clara era la sorellina di un ragazzo del nostro gruppo, tuo zio Giulio, so che è morto qualche anno fa. Ci siamo incontrati spesso in questi anni, anche lui insegnava all’università. Da ragazzi si usciva tutti insieme ma Clara era una bambina a quei tempi. Noi, invece, tuo nonno e io, eravamo la super- coppia, molto uniti e molto felici. Nessuno comprese bene cosa ci fosse successo. In questo mio padre fu molto efficace. Credo abbia regalato un appartamento all’autista per non parlare della gravidanza e dell’aborto, anche il chirurgo fu messo a tacere. Pagò caro il loro silenzio, ma furono leali.»
Quando tuo nonno iniziò a frequentare Clara, qualcuno, penso tuo zio, le avrà detto di noi, fatto sta che tua nonna la sapeva lunga anche da ragazza. Lo capii subito che era una donna di successo, proprio come Elio. Mi fece chiamare dal fratello e chiese di vedermi. In pratica, venne da me e mi domandò se avevo intenzione di tornare con Elio. Pensa, erano già passati più di quattro anni, avevo fatto in tempo a prendere la seconda laurea, ma a quei tempi i fidanzamenti avevano un altro peso. Ovviamente le dissi che non aveva niente da temere. Che bella ragazza era Clara, davvero, bellissima, una delle più belle che abbia mai visto. Ne fui contenta per Elio, credetti che avrebbero avuto tutti i figli che desideravano e invece so che è nata soltanto tua madre. Però, almeno, ha avuto te. Tu sei il figlio perfetto, lo so.»
«Io invece no. Il figlio perfetto era quello che dovevi avere con lui.»
«Chi può dirlo cosa sarebbe stato? Dici il figlio perfetto? Maristella so che è una bella donna. Spero non abbia sofferto molto il fatto di non essere nata maschio. Poi non hanno avuto altri figli, sai il perché?»
«Mia madre dice che il nonno non ne voleva altri ma che la nonna sì. Pare abbia avuto qualche piccolo problema alla sua nascita ma lei ci avrebbe riprovato era stato lui ad opporsi. Ora capisco il motivo.»
Marinella provò a sorridere ma l’espressione si trasformò in una smorfia di dolore.
«La morfina sta terminando l’effetto.>>
Luca sbiancò.
«Chiamo qualcuno?»
«La signora che ti ha aperto è un’infermiera, ma adesso è troppo presto per un’altra iniezione, mi sa che dovrò mettermi un po’ sul divano, mi accompagni? Poi lasciami sola, per favore, non mi piace mostrarmi mentre mi lamento. Peccato dover lasciare questo meraviglioso terrazzo.»
«È davvero meraviglioso, manca soltanto la vista del mare che poi sta proprio a due passi.»
Luca aveva fatto quella riflessione la mattina del suo incarico di giardiniere, confrontandolo a tutti i balconi delle case di famiglia immancabilmente affacciati sul golfo, però si sembrò fuori luogo esprimerla in quel momento, al braccio di Marinella sofferente. La donna guardò fisso davanti a sé e rispose. Come per ogni altro aspetto della sua vita, ci aveva pensato e aveva formulato una spiegazione al riguardo.
«Non manca nulla a questo terrazzo, il mare si avverte con ogni altro senso, non occorre vederlo il mare, il mare è l’essenza del desiderio.»
Dopo che Marinella raggiunse il divano arrivarono i saluti.
«Posso tornare a trovarti? Ti chiamo prima per sapere come stai. Sono sicuro che mio nonno non ti avrebbe lasciato da sola.»
«Non lo ha mai fatto. Va bene, chiamami quando puoi venire e io ti dirò se posso riceverti.»
Uscendo incontrò gli occhi lucidi di Magda.
«Morirà prima di settembre ha detto il medico – gli comunicò, tirando su col naso – povera signora, sembra distaccata e fredda eppure è così gentile.»
«Sì, Magda, gentile è la parola più adatta a lei.»

Stefania Squillante

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