Il gioco del silenzio. Episodio 6

Paola Anatrella Il gioco del silenzio.
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Per quanto la prospettiva di trascorrere l’agosto infiammato al capezzale di una ultra ottantenne moribonda fosse decisamente poco allettante non pensò di sottrarsi neanche per un momento ma ritenne preferibile non parlare con nessuno della sua scelta. Gli amici seppero che aveva iniziato una relazione bollente a cui non voleva rinunciare. Quella era l’unica spiegazione che avrebbero approvato, le relazioni sentimentali non erano contemplate nella lista delle cose per le quali si può fare una rinuncia. Almeno questo pensava Luca, che era abituato a scegliere la versione dei fatti più accettabile per l’interlocutore di turno e per questo era un giovane molto benvoluto. Avendo poi pagato la sua parte come se nulla fosse, nessuno dei cinque amici trovò da obiettare. Mamma e nonna non dovevano sapere nulla del cambiamento di programma.
Due bugie diverse, due copioni da propinare alle inevitabili telefonate di tutti che si incastravano alla perfezione. Restando in contatto con gli amici, sapeva sempre dove era la barca e, dicendo «Dai! Bellissimo! Mandami subito una foto della caletta!», aveva a disposizione anche “materiale di prova”, continuamente aggiornato, da inviare alle antenate, in modo che loro trascorressero le difficili vacanze dopo il lutto nel modo più sereno possibile.
E invece, ogni pomeriggio era da Marinella e non si incontrava neppure con Tommaso, ancora in ferie.

Paola Anatrella
Paola Anatrella, Baciamano. Acquarello su carta, 22×32. Foto Silvio Pirillo

Si era capito che il pomeriggio era l’arco della giornata più adatto alle visite, dopo le operazioni terapeutiche e di pulizia che si svolgevano alla mattina. La morfina, a dosi crescenti, faceva il suo dovere, per quanto provocasse allucinazioni sempre più incontrollate. Marinella perdeva forza e vigore ogni giorno, passò dal terrazzo al salone e dal salone al letto in due settimane. Il letto fu l’inesorabile capolinea.
Nei primi giorni era riservata e sempre un poco sulle sue, poi perse ogni controllo o forse, ogni ritegno. Lasciava che Luca le tenesse la mano e diede segno di gradire quando lui la portò alle labbra per baciarla. Da quel giorno si salutavano sempre con un bacio sulla fronte del giovane alla vecchia signora.
Luca prese ad accarezzarle i capelli e a spazzolarli. Ai fratelli, alle cognate e ai pochissimi intimi sopravvissuti e ancora in città, non troppo acciaccati, né terrorizzati dall’idea della prossima fine per fare visita a una moribonda, si presentò come l’autista.
«È buffa la vita, nelle tragedie vi è inesorabilmente un’ironia sottile>> sentenziò Marinella in uno dei sempre più rari momenti di lucidità.
«Che vuoi dire, non capisco?»
«Forse esagero, non c’è niente di così tragico in una donna di ottantaquattro anni che muore, comunque, tu hai scelto proprio il ruolo giusto. Sei l’autista che mi accompagna nell’ultimo viaggio, il transito finale, ma questa volta non verrai a prendermi, io resto alla meta.»
Disse e sorrise, serena, anche Luca sorrise, perché era bello vedere qualcuno che muore senza rimpianti.
C’erano giorni in cui Marinella pensava che lui fosse Elio e lo accoglieva con un «Ciao Elio», ma quello non gli faceva nessun effetto, anche nonna Clara sbagliava sempre e lo chiamava Elio di continuo fin da quando era nato. Quelli che frequentavano la casa di Marinella, invece, si guardavano negli occhi, sapendo bene a quale Elio si riferisse la donna.
«Era un suo vecchio fidanzato, ora confonde, sarà la morfina»
Si affrettavano a spiegare, come a giustificarla. Luca faceva spallucce.
Se l’è chiamata lui. Aveva sentito più volte sussurrare questa frase e, per quanto sibillina e pronunciata a fior di labbra, sapeva bene cosa significasse, la solita faccenda dei fotoni e della Morte che, benevola, separa per poco tempo quelli che si amano troppo.
Intanto, la tenerezza crescente del rapporto di Luca e Marinella diventò così tangibile da essere vista e rispettata anche da chi non ne conosceva le ragioni. I due fratelli di Marinella, di poco più giovani, si fermavano sotto l’arco della porta quando incontravano Luca e si trattenevano poco nella stanza, lo stesso facevano le cognate, come per lasciare loro nella affettuosa intimità che avevano creato.
Un giorno, la cognata più giovane e cordiale, gli disse:
«Luca, dato che sta venendo tutti i pomeriggi, abbiamo deciso di darle lo stipendio che le pagava Marinella per questo mese e fino a quando… insomma fino a quando verrà. Ci dica quanto era pattuito.»
«Signora, è molto generoso, ma non me la sento di prendere soldi per questa cosa, davvero, non si preoccupi.»
La donna sembrò titubante e quando Luca si affrettò a ripetere la sua volontà di non ricevere compensi per una cosa che sentiva assolutamente di volere e dover fare, questa fu esplicita.
«Sa, trovandola sempre qui, avevamo pensato di affidarla a lei, per mancare almeno qualche giorno. Mio marito è cardiopatico e il caldo di agosto non lo aiuta. Vorremmo andare un poco a Sorrento, come tutti gli anni, nella villa di famiglia. Se lei restasse qui, ci sentiremmo più sicuri. Siamo vicini e veniamo subito se le cose si aggravano.»
Tutto si sarebbe aspettato Luca nella vita, tranne che fare il badante. Dovette trattenersi per non ridere in faccia a quella bizzarra offerta di lavoro e ricordò le parole di Marinella sull’ironia nelle tragedie.
«Andate pure, non preoccupatevi, ci penso io, è per la salute di suo marito, no?»
«Certo! Saremmo in pena tutti i giorni, povera Marinella, è stata una donna sfortunata.»
«Non mi pare, cara signora, è stata una donna libera.»
«Beh quello sì, certamente, molto libera.» Disse indugiando sulla parola molto come a farne una colpa. Luca capì quanto la invidiasse.
Alla fine fu costretto ad accettare una gratifica di millecinquecento euro per il mese di agosto e rise ancora, in cuor suo, pensando a come fosse vero che i ricchi hanno tanta facilità a fare soldi, soldo va da soldo, avrebbe detto il saggio Tommaso.
Nella calura del ferragosto, Luca e Marinella furono veramente soli, a parte l’infermiera e Magda che osservavano stupite il rapporto tra i due, un giorno Magda affrontò il discorso.
«Tu non sei veramente un autista vero?»
«Cara Magda, tu diresti di te stessa che sei veramente una cameriera?»
La donna lo guardò sconcertata e ciò diede il tempo a Luca di allontanarsi, non era un discorso che aveva voglia di iniziare.
Poiché lo studio di cui Luca era socio restò chiuso in quelle settimane, praticamente, il ragazzo si trasferì a casa di Marinella. Quel periodo della sua vita fu quasi schizofrenico per il tono da assumere nelle diverse telefonate: allegro con mamma e nonna, entusiasta con gli amici e costernato, quindi autentico, con i parenti di Marinella, in più doveva sempre stare da solo quando rispondeva per non creare stupore in chi lo ascoltasse e per questo decise di non entrare troppo in confidenza con le persone che accudivano Marinella.
Negli ultimissimi giorni, la donna dormiva per la massima parte del tempo e da sveglia si lamentava sommessamente. L’oncologo e l’infermiera lo avvisarono che non sarebbe arrivata alla fine della settimana e i fratelli decisero di rientrare a Napoli di gran carriera, il sacerdote salì più volte, oramai era questione di giorni, forse ore.
Agosto era quasi terminato e quel pomeriggio Luca seppe che era la fine di tutto già entrando nella camera di Marinella.
La trovò bellissima. La miglioria della morte, diceva sempre suo nonno, negli ultimi anni quando le dipartite dei suoi amici e dei suoi parenti si erano fatte più frequenti.
I capelli erano, come di consueto, sparsi sul cuscino, lunghi e lucenti come quelli delle illustrazioni nei libri di favole con la bella addormentata. I lineamenti del volto si erano distesi e il corpo smagrito non mostrava segni di rigidità, come se il dolore fosse finito tutto a un tratto.
Quando si avvicinò al letto, Marinella aprì gli occhi, erano vispi e luminosi.
«Luca, sono felice di vederti, mancavi da tanto.»
«Sono stato qui con te ogni giorno.»
Marinella fece un’espressione contrita, come a scusarsi.
«Hai ragione, sono io a essere mancata. Ma ora sto bene, sai. Grazie per quello che hai fatto per me.»
«Marinella, io ti voglio bene.»
«Ma io questo lo so.»
«Volevo dirtelo da tanto tempo.»
«E intanto me lo hai mostrato.» disse con tono allegro.
«Promettimi una cosa, Luca, cercherai di essere felice, là dove la felicità si trova per te, non dove gli altri ti indicano che sia.»
«Te lo prometto.»
«Bene!» disse compiaciuta, poi non guardò più verso il ragazzo ma in un punto imprecisato nei pressi della porta.
«Elio! Sei venuto!» esclamò al colmo della gioia.
«Ma chi hai portato con te?»
Poi non disse più nulla di chiaramente comprensibile, solamente un lungo sospiro di meraviglia.
«Aaaah!»
E mosse la testa un paio di volte su e giù come a dire ho capito chi sei.
Luca pensò ad un bambino mai nato, lo pensò perché Marinella sembrava una ragazza di vent’anni in quel momento ed era veramente felice.

Ci volle ancora un giorno intero prima che il medico legale fosse chiamato a firmare il certificato di morte e un altro giorno per organizzare i funerali.
La chiesa in fondo a via Martucci si mostrò piccola per contenere tutti. I parenti, i nipoti, gli amici dei nipoti, quasi tutti gli intimi di Marinella, le donne delle pulizie che si erano alternate negli ultimi tempi, Tommaso e sua moglie, rientrati per l’occasione, e il suo autista che sembrò il più disperato di tutti.

Stefania Squillante

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