Il gioco del silenzio. Episodio 7

Paola Anatrella Il gioco del silenzio.
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La prima domenica di settembre doveva essere il giorno della riunione familiare dopo le vacanze. Nonna era rientrata di sabato pomeriggio e sua madre aveva viaggiato con Flavia per tutta la notte perché non avevano voluto rinunciare alla bisboccia dell’addio all’estate e si erano messe in macchina verso le tre del mattino dopo aver fatto il pieno di caffè, con la radio a tutto volume e alternandosi alla guida da Forte dei Marmi a Napoli.
Come di consueto, Luca arrivò da Clara prima di Maristella, quello che fu molto insolito invece fu l’assenza del profumo di cibo e l’espressione furente sul volto della nonna. Luca conosceva quel ghigno ma l’aveva visto rivolto sempre e solo a sua madre.
«Entra e spiegami cosa sta succedendo, per favore.»
Il ragazzo obbedì, sorpreso ma non troppo.
«Allora, tre giorni fa ci sono stati i funerali di una certa Marinella Marinetti, mi hanno detto che tu eri là. Qualcuno ti ha riconosciuto come il nipote di Elio e qualche altro gli ha detto: – ma no, ti sbagli, è l’autista di Marinella! – insomma che significa? Che c’entri tu con quella donna?»
Luca si prese il tempo di deglutire prima di rispondere con l’effetto di mettere Clara in maggiore agitazione, scartò quasi subito l’ipotesi di mentire spudoratamente che era la prima soluzione venutagli in mente.
«Sì nonna, è vero. Sono stato ai funerali di Marinella e sono anche stato il suo autista.»
«Che c’entri con quella donna? Si può sapere? Come l’hai conosciuta e poi l’autista? Tu sei l’ingegnere Palmese! Cazzo!»
Sentire la parola cazzo dalla voce di sua nonna fu un’autentica primizia.
«Va bene, ti spiego tutto.»
Suo malgrado e temendo il peggio a ogni parola, le raccontò di come e perché aveva conosciuto Marinella.
«Mio Dio! Elio ha voluto passare sotto casa sua il giorno in cui è morto!»
«Sì, nonna, ma non erano amanti, non si incontravano da oltre sessant’anni! Nonno Elio non ti ha tradita con lei!»
«Ma cosa vuoi saperne tu di nonno Elio?»
Poi continuò parlando a se stessa, senza guardarlo negli occhi, aggirandosi furibonda per il salone.
«Non ci posso credere, l’ultimo giorno della sua vita, va da lei!»
«Nonna, non è andato da lei! Siamo stati cinque minuti fuori al suo portone, tutto qui. Poi è morto davanti ai tuoi occhi, tu gli tenevi la mano e lui te l’ha baciata. Non ti ricordi cosa ti ha detto? Grazie di tutto, amore mio.»
Clara si girò verso il nipote e sibilò.
«Ma cosa ne sai tu? Cosa ne sai di una donna che si è insinuata nella mia vita ogni singolo giorno e ogni singola notte che ho trascorso con mio marito? Sentivo sempre la sua presenza, se non fosse già morta, guarda, oggi andrei ad ammazzarla io stessa! Mi ha rovinato il matrimonio e la vita!»
«Ti sbagli di grosso, nonna, lei ti ha permesso di avere il matrimonio e la vita che hai avuto a fianco a un uomo straordinario!»
Clara diventò paonazza e gridò:
«Anche tu! Anche tu! Anche tu la ami! Vattene fuori da casa mia!»
«Nonna, ma che stai dicendo?»
«Vattene fuori, non voglio vederti adesso e di’ a tua madre di non venire.»
«Mia madre? Ma nonna!»
«Vattene ho detto e che quella donna sia maledetta!»
Luca comprese che era meglio fare come diceva Clara e uscì chiudendo la porta dietro di sé.
Sotto al palazzo trovò sua madre in splendida forma, rilassata, abbronzata e assonnata, con un fascio di fiori freschi tra le mani. Il sorriso di Maristella che le si era disegnato sulla faccia quando aveva scorto suo figlio da lontano si trasformò in una espressione di sorpresa.
«Luca, cosa è successo? Stai andando via?»
«Ciao mamma, scusa ma nonna non vuole vederci. Cioè tu non c’entri nulla, ma io e lei abbiamo litigato.»
«Cosa? Ma se è tornata ieri dalle vacanze?»
«Beh sì è vero, ma abbiamo appena litigato. Senti è una questione che riguarda lei, è meglio che te la spieghi lei, scusami, ci sentiamo dopo.»
Luca si allontanò con i suoi passi lunghi e raggiunse la moto con la quale sparì velocemente dall’orizzonte.

acquerello Paola Anatrella
Paola Anatrella, Maristella felice. Acquerello 31×22. Foto Silvio Pirillo

A Maristella sembrò di aver perso, tutto di un botto, i benefici della lunga vacanza. Dopo qualche istante di smarrimento, si diresse verso il portone materno e bussò al citofono, dovette bussare più di una volta.
«Insomma, Luca non ti ha detto nulla?» fu questa la risposta collerica.
«Nulla o quasi, perché avete litigato?»
«Fattelo dire da lui!»
«Eh no! Ora me lo dici tu!» disse la figlia alzando il tono della voce.
«Non urlare al citofono, abbassa la voce e vai a casa tua, oggi niente pranzo di famiglia, bella famiglia che ho!»
Un rumore di click fece capire che Clara aveva abbassato la cornetta.
Maristella gettò i fiori che aveva in mano per sua madre nel primo cestino e si diresse a casa a piedi, rinunciando al solito taxi. Decisamente non si urla al citofono, era una cosa contraria alla sua educazione.
A casa però, come prima cosa, telefonò a Luca che insistette nel dirle che era più giusto che la cosa le fosse spiegata da Clara, quindi telefonò alla madre.
«Ora che sono a casa e a telefono urlo finché voglio!» esordì.
«Spiegami cosa è successo e non dirmi che devo saperlo da Luca, perché è quello che mi ha già detto lui!»
«Beh ha fatto male, è lui che ha combinato tutto, fatti spiegare cosa ha fatto questa estate invece di andare in barca.»
«Non è andato in barca?»
«No! Ci ha mentito, ma fatti spiegare il perché.»
Maristella, preoccupata chiamò di nuovo suo figlio.
«Mamma, mi spiace che tu ci stia andando di mezzo, ma è una cosa che riguarda i nonni e credo sia giusto che te ne parli tua madre.»
Con una santa pazienza Maristella richiamò la madre.
«Senti, mettiamola così, ora come ora, non abbiamo voglia di parlarne, quando sarà il momento di chiarire te lo diremo.»
Sua madre attaccò il telefono senza dare altre spiegazioni.
Maristella, incerta sul da farsi con il telefono in mano, pensò di chiamare Flavia.
«Come sarebbe? Ti chiamano quando avranno deciso? Ma tu sei lo scopino del cesso in questa famiglia? E non dormire sempre con la zizza in bocca, Mariste’, chiama e manda affanculo tutti e due!»
Maristella, nonostante la notte quasi insonne, lo stress del viaggio e la depressione del post vacanza, ritenne che fosse il caso di saltare su tutte le furie.
Richiamò sua madre.
«Allora, te lo dico una volta per tutte. La madre di Luca sono io! Luca l’ho partorito io, non tu. Tu sei solo stata in grado di fare una femminuccia per Elio, il maschio gliel’ho fatto io! E, tra l’altro, il tuo più grave fallimento sono proprio io, mamma! È ora che accetti il mio ruolo! Non ammetto che mia madre litighi con mio figlio e nessuno voglia dirmi che cazzarola è successo!»
«Beh mi spiace, tu non c’entri nulla, ma non abbiamo voglia di parlarne adesso!>>
«Ah no? E allora statemi a sentire, lo dico a te e poi chiamo anche lui, da questo momento non ho più una madre e non ho più un figlio. La famiglia è sciolta, almeno fino a quando non decidete a dirmi che cazzo è successo fra voi. Buona domenica.»
Con questa frase riattaccò senza attendere risposta, quindi chiamò il figlio.
«No, mamma, non insistere, deve dirtelo la nonna!» fu il suo incauto saluto.
«Ascoltami bene, Luca, già l’ho detto a Clara, fino a quando non decidete di raccontarmi tutto, non ho né mamma e né figlio. La famiglia è sciolta.»
«Cosa diavolo vuol dire, la famiglia è sciolta?»
Questo fu lo strano esordio della telefonata di suo padre, qualche giorno dopo.
«Ciao, papà, vedo che hai parlato con mamma.»
«Mai sentito Maristella così arrabbiata, neanche io ci sono mai riuscito a farla arrabbiare così, ma cosa avete combinato tu e Clara?»
«È una lunga storia, papà. Riguarda i nonni, qualcosa capitato prima che lei nascesse e poi io mi sono messo in mezzo per capire e la nonna si è arrabbiata»
«Ho capito, roba di femmine.»
«Sì, ma prima del matrimonio.»
«Roba di femmine antiche!»
«Dai, papà! Non scherzare e a proposito, ma tu che ne sai della famiglia sciolta? Ti ha chiamato mamma?»
«No, l’ho chiamata io. Il prossimo week end è il tuo compleanno, se non te lo sei scordato e sono ventinove, magari l’anno prossimo vorrai festeggiare in grande. Insomma volevo che venissi da me a Roma per portarti in un bel posto a pranzo e stare un poco insieme, ma essendo il tuo compleanno, mi sembrava giusto accordarmi con lei, se avevate già pensato a qualcosa da fare insieme voi due.»
«Ah già il mio compleanno!»
«Lo avevi dimenticato? Non ci posso credere! Senti, Luca, io non lo so cosa è successo con mamma, ma una cosa devo dirtela. Tua madre è oro. Credimi, non è perfetta, come non lo sono io, ma lei è molto meglio di me. Sai che ti dico? Ti è andata di extralusso, davvero, ad avere una madre come lei. Dovresti correre a farci la pace il prima possibile.»
«Papà, hai ragione, ma lei non c’entra niente, sono i nonni!»
«Nonni, nonni, sempre loro! Sempre i tuoi nonni perfetti. E poi si scopre che nonno Elio ci aveva la commarella!»
«Ma no! Quando mai! Non erano amanti. Già te l’ho detto!»
«Ci sono tanti modi di amare. Mica bisogna scopare per forza! Che ho detto? Mamma mia! Sto diventando vecchio. Se non si scopa nemmeno che si fa con una donna?»
Luca rise.
«Sei pessimo, papà!»
«Senti, non mi importa dei tuoi nonni, già mi hanno rotto abbastanza per anni, sempre a giudicare e sempre perfetti e uniti, loro. Sempre a pensare ai cazzi nostri. Però tua madre no. Non devi litigare con lei. Fammi sapere, al più presto che avete ripreso a parlarvi. La famiglia è sciolta! Oh Dio, doveva essere veramente fuori di sé!»
Luca, dopo aver riattaccato, pensò al suo prossimo compleanno e un poco a tutti i compleanni della sua vita.
I primi con mamma e papà che ricordava solo attraverso una notevole quantità di fotografie, poi quelli con mamma e i nonni un giorno e con papà un altro giorno. Quando aveva iniziato a festeggiare soltanto con gli amici gli era parsa una liberazione da quegli inutili doppioni di torta e candeline.
Inevitabilmente quei ricordi gli fecero tornare in mente la sua infanzia.
La figura di nonno Elio era al centro di ogni ricordo: i cavalli veri del maneggio e quelli finti delle giostre; le luci del planetario e le stelle dell’osservatorio di Capodimonte; le favole prime di dormire e gli aneddoti sui personaggi storici mentre si studiava, tanti viaggi insieme, la pesca, il tennis, il cinema. Da piccolo lo portava a vedere i film di animazione, da grande si scambiavano i titoli dei libri. Il nonno lo aiutava nei compiti, quasi in tutti, tranne che in quelli di inglese e francese, per non fare torto, rispettivamente a sua madre e a sua nonna che di quelle materie erano prof. Anche quando era al lavoro, e perfino quando era in viaggio, il nonno si rendeva sempre raggiungibile al telefono e poteva spiegargli qualsiasi cosa non gli risultasse chiara, della scuola come della vita.
Non avevano mai parlato di donne, questo no. Elio in quel campo dava l’esempio e non c’era altro da dire.
Il nonno, in definitiva, era il suo compagno di giochi, il suo maestro e il suo mentore.
Un passo dietro a lui, un poco oscurate dalla sua ombra, venivano sua madre e sua nonna. Nonna Clara era rassicurante ma anche autoritaria. Quando c’era lei si stava seduti composti che “se no la schiena cresce male”, e poi “si mangia con la bocca chiusa”, “si aspettano due ore prima di fare il bagno dopo il pranzo”, “si fanno i compiti prima di giocare”, “ci si lava le mani prima di mangiare”. Esisteva sempre un unico modo giusto di fare le cose e lei li conosceva tutti.
La mamma, invece, non seguiva le regole, a volte gli diceva “dai, che nonna non c’è! Fa’ come ti pare.”
Una volta, se ne ricordava ancora, doveva avere otto anni, le chiese: «mamma, ora che la nonna è andata via, possiamo comandare noi?»
Sì, lui e la mamma erano un noi. C’era, dunque, un noi più forte di quello stabilito con suo padre e perfino con suo nonno.
Ricordò sua madre da ragazza e di quanto fosse orgoglioso di lei, gli venne voglia di vederla subito, stabilì che l’indomani sarebbe andato fuori scuola.
Maristella sembrava molto più giovane di quanto fosse in realtà, soprattutto quando usciva da scuola, insieme ai ragazzi. Quel giorno aveva la loro stessa aria svogliata e indolente di chi rimpiange l’estate finita. C’erano le lezioni di recupero prima di inizio scuola e il poco entusiasmo di tutti era chiaramente percepibile.
Pure la classe di recupero tenuta da Flavia aveva finito le lezioni e le due amiche si erano ritrovate all’uscita e ora scendevano insieme dalla scala dell’edificio scolastico.
Anche Maristella aveva quasi sempre i capelli raccolti che in effetti erano più lunghi di quanto apparisse vedendola.
Luca era oltre il cancello, in fondo alle scale, la salutò da lontano, lei cercò subito di fare il broncio, soprattutto per mostrare all’amica di non essere una mollacciona che dorme con la zizza m’bocca, ma non le venne bene e allora si mise a ridere. Flavia le lanciò un’occhiataccia di biasimo muto ma rassegnato a cui Maristella rispose con il lancio di un bacetto e con il gesto di “ci sentiamo dopo al telefono”, quindi accelerò il passo e raggiunse suo figlio.
«Ma di che si impiccia quella?» non poté fare a meno di commentare Luca avendo notato il silenzioso colloquio tra sua madre e la sua migliore amica la cui tendenza a intromettersi e a giudicare non gli era mai risultata molto gradita.
Maristella fece uno sbuffetto che richiamò suo figlio alla missione che doveva compiere: riappacificarsi.
«Mamma, domani è il mio compleanno, e questo è un mio regalo per te, in fondo alla mia nascita sei stata quella che se l’è vista peggio, o almeno io non ricordo nulla.»
Le diede un bel pacchetto di gioielleria e Maristella ci trovò un braccialetto con un cuoricino d’oro e sopra la scritta “mamma di extralusso”.
«Sei un ruffiano come tuo padre!»
«E tu una mamma di extralusso, davvero.»
«Ehi, questa è una sua espressione, secondo me lo frequenti troppo ultimamente. Domani vai da lui?»
«No, ci vado l’altro week end, questo stiamo insieme, se vuoi.»
«Aspetta un momento, non puoi cavartela così, devo prima sapere tutto.»
«Va bene, allora andiamo al bar.»
E così Luca le raccontò di una donna che pensava di essere una bambola rotta e che aveva avuto una vita da donna libera. Seppe tutto di Marinella, del bambino, del loro addio, dei suoi studi, dei suoi viaggi, del nonno che andava fuori al suo portone e alla sua porta e che perfino entrava nella sua casa.
«La capisco, so cosa si prova quando la favola si interrompe. Anche io mi sono sentita una bambola rotta, dopo il divorzio da tuo padre. Qualche volta mi sento ancora così.»
Commentò amaramente la madre alla fine del racconto. Luca si meravigliò del fatto che Maristella somigliasse a Marinella, c’era qualcosa nei loro sguardi di identico, anzi per la prima volta si accorse che perfino i loro nomi erano simili.
«Non sei una bambola rotta. Sei la mia mamma!» disse e l’abbracciò.
«Mi sarebbe piaciuto conoscerla.» Concluse la donna.
«Vi sareste piaciute molto. Lei sapeva molte cose di te, comunque, ma adesso come si fa con nonna?»
«Hai voglia di mettere in pericolo il giorno del tuo compleanno?»
«Mamma, quest’ultimo è stato l’anno più complicato della mia vita, oramai non temo più nulla.»
«Bene, allora domani tieniti libero a pranzo.»

Stefania Squillante

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