Il gioco del silenzio. Episodio 4

Paola Anatrella Il gioco del silenzio.
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«La signora, oggi, vuole che sali.»
Lo accolse così Tommaso con la faccia preoccupata.
«Vado.»
Rispose dopo essersi scambiato con il portiere una espressione di stupore. Non gli piaceva quella storia e non gli piacque vedere Marinella quella mattina.
La sua treccia era sciolta e scomposta, i capelli liberi si rivelarono più lunghi di quanto si potesse intuire, folti e lucidi. Tutto il resto era un disastro. Marinella indossava una vestaglia di seta damascata e le pantofole: un abbigliamento evidentemente inadatto alla uscita programmata ma anche a mostrarsi a un estraneo, considerato il suo rigore nell’eleganza.
«Caro ragazzo, non mi sento di uscire, questa è la lista di alcune cose che mi occorrono, per favore, puoi pensarci tu?»
Il suo imbarazzo era evidente ma c’era anche qualche altra emozione sul suo volto che sovrastava con prepotenza. Luca diede una rapida occhiata alla lista che conteneva alcuni farmaci da banco e qualche genere alimentare.
«Signora, non si sente bene? Vuole che chiami la sua dottoressa?»
«Non potrebbe farmi nulla, ho ricevuto una brutta notizia. Vai, non ti preoccupare per me.»
Luca scambiò qualche breve battuta con Tommaso a cui comunicò la sua preoccupazione e svolse il suo compito in un battibaleno, presto fu di nuovo da Marinella che sembrava stare addirittura peggio.
«Appoggia tutto in cucina e vai, grazie.»
«Se non le dispiace, preferisco rimanere, magari l’aiuto a preparare qualcosa per il pranzo dato che Magda non c’è.»
Marinella stava per rifiutare però la sorpresa di quel gesto premuroso le fece perdere l‘autocontrollo e scoppiò a piangere. Luca si avvicinò e le prese la mano, poi l’accompagnò sul divano.

Paola Anatrella
Paola Anatrella, Marinella piange.  Acquarello su carta. Foto Silvio Pirillo

La donna cercò di riprendersi il prima possibile, si capiva che non era abituata a mostrare le sue emozioni.
«Mi devi scusare, Luca» ripeteva.
«Non si preoccupi, davvero, mi fa piacere se posso aiutarla.»
«Sei un bravo ragazzo» disse e lo fissò incuriosita.
«È successo quattro mesi fa ma l’ho saputo adesso. È morto un mio … amico di gioventù che non vedevo da tempo.»
Luca avvampò visibilmente.
«Che c’è?» chiese lei, attenta come tutte le persone silenziose.
«Nulla, è che anche io ho perso da poco una persona cara e la capisco.»
«Sì, è terribile. La morte è l’unica certezza della vita eppure ci sorprende sempre.»
«Cosa posso fare per lei? »
Marinella gli domandò un bicchiere d’acqua e mentre lui andava a prenderlo si ricompose alla meglio, asciugandosi gli occhi e il naso e mettendo un poco di ordine tra i capelli.
«Luca, io non vedevo quest’uomo da sessant’anni ma, non so come spiegarti, le nostre vite erano legate, come la storia di quei fotoni che comunicano da lontano, non so se ne hai mai sentito.»
Luca conosceva bene la fisica delle particelle ma finse di non capire.
«Non importa, comunque in questi sessant’anni, io ho sempre sentito la sua energia, come se sapessi che era vicino. Da un po’ avvertivo come una interferenza, un’assenza, ecco… Avrei dovuto saperlo. Speravo fosse una semplice impressione e invece ieri sera un vecchio amico comune chiama per fare le solite due chiacchiere e mi dice che Elio è morto.»
Era la prima volta che Marinella verbalizzava l’accaduto e questo gli conferì una consistenza reale, adesso era pienamente rivelato. A quel punto iniziò un pianto dirotto e senza ritegno. Si coprì il viso con un fazzoletto di carta preso dal pacchetto che aveva vicino a lei e nell’azione si distrasse perdendosi lo sconvolgimento di Luca che le lasciò la mano e prese un fazzoletto anche lui.
Quando smise di piangere non si meravigliò degli occhi lucidi del ragazzo.
«Devi aiutarmi, Luca» chiese con lo stesso tono, simmetricamente a metà strada tra la supplica e l’ordine perentorio, con cui suo nonno aveva voluto passare per via Martucci prima dell’ultimo ricovero.
«Mi dica, Marinella.»
«Portami da lui, sulla sua tomba, voglio dire. Devo vederla per crederci davvero!»
«Certo, quando vuole, anche subito.»
«Non è così facile…- sospirò e continuò – non posso incontrare la sua famiglia, soprattutto sua moglie. Non me la sento e non voglio creare equivoci, povera donna.»
«Dica cosa pensa di fare.» tagliò corto Luca, temendo di tradirsi.
«Accompagnami al cimitero, controlla che non ci sia nessuno, poi vengo io»
«Certo, faremo così.»
«Conosco la cappella dove ci sono i suoi genitori e gli altri parenti, dovrebbero averlo seppellito là.»
«Andrò ad informarmi. Al cimitero di Poggioreale?»
«Sì. Grazie, mi sei di grande aiuto.»
Luca sorrise.
«Posso prepararle qualcosa, so cucinare un piatto di pasta. Non me la sento di lasciarla da sola adesso.»
Marinella forzò la sua natura e con un atto di umiltà si rese conto di dover accettare l’aiuto di qualcuno.
«A patto che ti fermi a mangiare con me.»
Mangiare fu una parola grossa, assaggiò poche forchettate delle pennette al sugo preparate velocemente da Luca e qualche fetta del prosciutto crudo e fior di latte che aveva mandato a comprare.
Erano allo stesso tavolo, uno di fronte all’altra e condividevano lo stesso dolore, oltre al cibo, Marinella però non sapeva fino a che punto il dolore fosse il medesimo. Si sentì accudita dopo così tanto tempo da meravigliarsi di ricordare cosa si prova. Aveva una donna di servizio, un fisioterapista, un’estetista, e perfino una parrucchiera che veniva a casa quando i capelli erano da spuntare, pensava di avere anche un autista, tutto svolgevano funzioni per lei, quello che le serviva, ma sentirsi accuditi è un’altra cosa.
Luca si fece dare il nome e il cognome di suo nonno, prese l’incarico fittizio di informarsi di dove fosse sepolto e in quali giorni fosse possibile visitare la cappella, già sapeva che sua nonna e sua madre evitavano come la peste il cimitero, ritenendo che i morti si ricordano nei luoghi in cui sono stati vivi, con abbondanti foto e qualche candela nel periodo di novembre.
Di domenica di buon’ora passò a prendere Marinella e la portò nel massimo cimitero cittadino.
La donna era vestita di blu notte, colore più scuro di cui possedesse un capo dato che il nero non compariva nel suo armadio, inoltre indossava ampi occhiali da sole per nascondere le occhiaie profonde e l’arrossamento causato dalle lacrime.
Luca la precedette nella cappella che era vuota. Finse di chiedere all’addetto cimiteriale dove fosse esattamente la lapide di Elio Giacinti e quando questi, per errore, indicò un corridoio sbagliato lui affermò con sicurezza:
«Ha capito bene il nome? Elio Giacinti.»
Poiché era stato ripetuto più volte, l’addetto sembrò risentito, insistette nel condurli davanti ad una lapide sbagliata e poi, solo di fronte all’evidenza dell’errore, dichiarò mortificato:
«Ah no, aveva ragione, Elio Giacinti è dall’altro lato»
Marinella che seguiva dietro di qualche passo, addolorata e circospetta, si rese conto che qualcosa non quadrava.
Luca era troppo sicuro, avanzava senza titubanze come se conoscesse il luogo.
Di fronte alla lapide “giusta” Luca si fermò un attimo prima che venisse indicata. Non vi erano fiori, né Marinella aveva pensato di portarne, per non destare sospetti.
«La lascio sola.» disse Luca allontanandosi.
Non si trattenne molto davanti alla tomba e il tragitto di rientro in auto verso casa fu breve e silenzioso. Sotto al portone, quando Luca pensava di essere congedato, Marinella gli intimò:
«Devo parlarti, sali un attimo.»
Appeni giunti a casa gli disse puntando gli occhi dentro ai suoi:
«Ora, posso sapere chi sei?»

«Maremma maiala!» urlò Flavia contro l’autista che aveva appena sorpassato in tangenziale, in una espressione fisica e verbale di trionfo.
Le aveva provate tutte, lampeggiare, usare il clacson, inveire casomai potesse sentirlo. Il signore si era ostinato a viaggiare nella corsia centrale e, cosa molto grave, ad osservare pedissequamente i limiti di velocità imposti.
«Cos’è questa nuova imprecazione?» domandò Maristella che, come al solito, stava rimpiangendo di non aver insistito per prendere la sua auto. Flavia amava guidare e credeva di essere anche molto brava, in realtà era francamente pericolosa e Maristella troppo pigra per usare la propria vettura e perfino per raccomandarle prudenza.
«Mi alleno in vista delle nostre vacanze in Toscana!»
«Ma se ci vogliono ancora due mesi, quasi tre.»
«Come sei precisa! Passeranno subito!»
Maristella decise di accendersi una sigaretta, ma fu raggiunta da un «cazzo fai?» dritto sul muso.
«Ah sì, scusa!» disse, affrettandosi a pigiare la sigaretta nel posacenere e ad aprire il finestrino per fare uscire l’unica boccata che era riuscita a tirare.
«Poi te lo pulisco io, quando arriviamo a scuola, non ti preoccupare.» si affrettò ad aggiungere, prevedendo ulteriori rimproveri.
L‘auto nuova di Flavia era un’altra catastrofe, da quando l’aveva comprata non si poteva più fumare né mangiarci dentro, non si poteva parcheggiare in strada e nemmeno sbattere la portiera troppo bruscamente.
La cosa mandava Maristella su tutte le furie ma non abbastanza per farle decidere di prendere la propria auto o di andarci da sola alla succursale del loro istituto scolastico, periferica e non facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.
Flavia ebbe un ripensamento.
«Vabbè, scusa, per questa volta, fattela una sigaretta. La macchina ha già quattro mesi.»
«Non ci credo che me lo stai dicendo, davvero posso o è solo uno scherzo per farmi buttare via un’altra sigaretta?»
«Non è uno scherzo, fai pure.» Tacque, dando però l’impressione di voler aggiungere dell’altro.
«Ok, a cosa stai pensando, perché tanta gentilezza?»
«Eh già perché io sono sempre la solita stronza!»
«No, perché tu sei la solita dispettosa piccola tiranna, e quando puoi comandare non ti tiri mai indietro, in classe e nella vita privata. Adesso poi stiamo nella tua macchina nuova, figuriamoci!»
«Eh invece questa volta ho avuto un pensiero gentile per te, ma lo ritiro subito, non ti allarmare. Si vede che preferisci essere trattata a pesci fetienti!»
«Affatto, solo che non me lo aspettavo. Allora da dove viene questa gentilezza?»
Flavia lanciò un sonoro «Vaffanculo!» ad un camion che l’aveva costretta a rallentare e Maristella commento:
«Bentornata in Campania, eh!»
La guidatrice impaziente si fece una risata e disse:
«No, è per quello che hai detto prima, che ti manca tuo padre, magari vuoi scaricarti i nervi con la sigaretta.»
«Ah! Grazie e scusami, ma meglio non fumare, siamo troppo vicino alla scuola, non mi va di entrare con la puzza del fumo addosso, lo sai, la preside ti guarda storto e ai ragazzi la meniamo nel dire che non si deve fumare. Meglio se mi tolgo il vizio, guarda. Anzi togliamocelo insieme, ci mettiamo la graffetta all’orecchio, dicono che funziona.»
«Ma non ci penso proprio, senti! E poi non me la conti giusta, è che tua madre ti sgrida quando vede che fumi, vero?»
«Beh sì, lo sai, adesso la lagna è aumentata che ha perso il marito. Anche Luca poi non vuole.»
«Non vuole? Tuo figlio? Stai scherzando? Hai cinquantasei anni e pensi a tuo figlio? Ma dai! Non capisco che ruolo hai nella famiglia, sembri la figlia di tutti, anche di Luca!»
«Hai ragione, senti, per farti contenta ecco!»
Maristella si accese la agognata sigaretta e ne trasse una potente boccata di fumo.
«Ma tu guarda se sta minchiona deve incominciare la ribellione adolescenziale proprio nella mia auto nuova!»
«Troppo tardi! Ma comunque quanto rompi! Non ti va bene mai niente?»
«Ci compensiamo, a te va bene sempre tutto.»
Qualche improperio dopo si ritrovarono nel parcheggio dell’edificio scolastico.

Il trillo del cellulare lo distolse dal pensiero rimasto fisso su quanto era accaduto il giorno prima a via Martucci.
Luca, dapprincipio, ci aveva provato a ripetere la storiella del nipote del portiere ma senza convinzione.
«Non mentire. C’erano già alcune cose che non mi convincevano, a cominciare dal tuo profumo, lo conosco e so che è molto costoso, però poteva essere una spesa folle e poi vogliamo parlare del tuo orologio? Certe marche, se non hai soldi da spendere e te ne intendi davvero, nemmeno le conosci, mica come la cafonata del Rolex da parvenu, dimmi chi sei! Ho pensato che fosse una imitazione, ma neanche i contraffattori conoscono questa marca probabilmente, tra l’altro la preferita di Elio. Tu conoscevi Elio e anche molto bene per sapere dove è seppellito, hai circa trent’anni, sei il figlio di Maristella, non è così?»
Luca aveva abbassato lo sguardo.
«La prego, non se la prenda con Tommaso.»
«Già, Tommaso. Che bell’imbroglione!»
«Marinella, ho lavorato per lei onestamente, non ho fatto nulla di male, la prego, volevo solo conoscerla perché mio nonno mi ha parlato di lei. Tommaso non sa nulla, mi ha dato una mano, credendomi povero. Si dice sempre così, è mio nipote.»
Marinella era già troppo sconvolta e addolorata per accogliere anche la rabbia di essere stata presa in giro.
«Ora vattene via.» sentenziò esausta.
«Mi perdoni, Marinella, in nome di quell’uomo che amiamo entrambi. Mi perdoni e vado via. Non avevo il diritto di entrare nella sua vita. Non se la prenda con Tommaso però, solo questo le chiedo.»
Marinella aveva socchiuso gli occhi, come fosse un assenso.
«Non creerò problemi a Tommaso, sei stato un buon autista, ora però lasciami sola.»
«Sì, mi perdoni.»
Marinella si era girata su se stessa, con un gesto che avrebbe voluto essere rapido nelle intenzioni ma che fu rallentato dagli acciacchi dell’età e la sua frustrazione fu palese. Allontanandosi fece un gesto con la mano, di cui Luca non aveva saputo interpretare il senso, come se scacciasse via qualcosa ma debolmente.
La sera stessa aveva raccontato tutto a Tommaso che gli era parso terrorizzato.
Richiamato al presente dal trillo, seppe dallo schermo del cellulare che a chiamarlo era proprio il portiere.
«Vabbè, Luca, la signora l’ha presa sportivamente, mi ha fatto una cazziata sull’avere detto una palla sul fatto che sei mio nipote ma in fondo ha capito che era solo una piccola bugia, e speriamo che non scopra niente più, mi raccomando.»
«Non ti preoccupare, tanto non la rivedrò” rispose il ragazzo dispiaciuto.
Tommaso tirò un sospiro ambiguo tra il sollievo e la nostalgia.
«Mi dispiace non vederti più!»
«Qualche volta verrò a trovarti d’estate, solo d’estate, come il nonno, appena Marinella parte».

Stefania Squillante

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