Il Giorno della Memoria: una storia anche per il futuro

campo di sterminio Auschwitz-Birkenau

Della memoria storica e della sua trasmissione si riflette da decenni. Di essa gli Stati moderni si sono incaricati di narrarla attraverso monumenti, lapidi, commemorazioni e discorsi. E di promuoverne l'interiorizzazione da parte dei cittadini attraverso le proprie istituzioni educative. Nel 2006, il 27 gennaio, data della liberazione da parte delle truppe sovietiche del campo di Auschwitz, è stato proclamato Giornata europea della memoria. Si giunge alla celebrazione di questo evento dopo che molti Stati europei avevano deciso in tal senso (l'Italia, prima fra tutti, nel 2000 e poi l'ONU nel 2005). Si tratta dell'unica ricorrenza civile celebrata in tutta Europa, sia pur con diversa partecipazione e, in alcuni casi, anche con date diverse. Con la proclamazione della Giornata europea della memoria si intendeva fondare saldamente – ricorda lo storico Guido Crainz, esperto di ferite e memorie divise in Europa  – la «costruzione di una comune memoria europea su alcuni valori fondamentali che avrebbero dovuto essere da tutti condivisi e che venivano espressi nell'insegnamento paradigmatico della Shoah: il rifiuto dell'antisemitismo, del razzismo, di ogni totalitarismo, il rigetto di tutti i genocidi e di tutte le pulizie etniche, l'adesione ai princìpi democratici. Era un cammino iniziato da lontano». Ai paesi europei serve il percorso di riflessione che ha tormentato la stessa Germania a partire dagli anni 1960, simbolizzato nell'immagine del cancelliere Willy Brandt inginocchiato nel ghetto di Varsavia il 7 dicembre del 1970 per chiedere perdono per la tragedia della Shoah.

Cinque anni prima i due episcopati tedesco e polacco avevano firmato una dichiarazione congiunta dal titolo Noi perdoniamo e chiediamo perdono, una lettera-appello in cui ci si scusava non solo per i crimini del ma anche per le espulsioni di tedeschi nel secondo dopoguerra. Nel 1990 è il presidente Richard von Weizsäcker a deporre fiori nel ghetto di Varsavia e nel campo di sterminio di Treblinka, alla vigilia di accordi che confermano in via definitiva i confini decisi nel 1945 e pongono fine alle tensioni riemerse dopo la riunificazione della Germania. E nel 1994 è il presidente Roman Herzog a pronunciare ancora a Varsavia parole dense di significato: «Costruiamo il futuro insieme: non possiamo fare di meglio per i nostri figli. Noi ex nemici vi condurremo nell'Europa unita. Incontriamoci, chi ha bisogno di perdono e chi è pronto a perdonare». Momenti che precedono l'inaugurazione il 10 maggio del 2005 nel cuore di Berlino del Denkmal für die ermordeten Juden Europas (Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa). Inaugurazione che sancisce il processo profondo nella coscienza tedesca ed europea della centralità della Shoah. Sono significativi di un “dialogo di memorie” in grado di fare i conti col proprio passato di cui tratta l'ultimo volume di Guido Crainz Ombre d'Europa. Nazionalismi, memorie, usi politici della storia (Donzelli 2022, pp. 190 € 19).

Berlino Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa
Berlino, Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa. Foto Pasquale Esposito

La Shoah si è ormai insediata al cuore della coscienza contemporanea.  Ma ciò è accaduto lentamente; in realtà, ha osservato Enzo Traverso, fino al 1960 si può parlare degli “anni del silenzio”, ai quali sono succeduti quelli del “ritorno del rimosso”, poi la “stagione delle testimonianze”, e infine una fase che potrebbe essere chiamata di consolidamento e articolazione del tema. Basta vedere quanto accaduto nella storia del cinema. Ciò che si sceglie di rappresentare (o di non rappresentare) nelle sale cinematografiche, la frequenza ed i modi in cui lo fa, sono indicatori di ciò che la cultura di cui esso è parte ritiene degno di racconto. Laddove si tratti di film che riguardano accadimenti storici, il cinema contribuisce propriamente a definire cosa si possa e si debba ricordare, e come. Raramente fino al 1960, il cinema si è occupato dell'. Il processo Eichmann, ampiamente coperto dalla stampa a livello planetario, contribuì a cambiare le cose. Diventeranno protagoniste alcune cinematografie nazionali (in Italia si pensi al celebre film Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, del 1970), ci furono film e serie televisive americane, e mano a mano ciò che era stato rimosso dal discorso pubblico si fece strada. La stagione delle testimonianze ha il suo culmine negli anni Ottanta (si pensi a Shoah di Lanzmann, del 1985). Successivamente, film come Schindler's List di Spielberg (1993), La vita è bella di Benigni (1997) o L'onda di Gansel (2008) hanno ulteriormente elaborato il tema, ponendosi soprattutto il problema di trasmettere la memoria dell'Olocausto a generazioni che non potevano più avere familiarità coi testimoni. Il cinema è stato, pertanto, così esemplare e determinante del processo che ha fatto dell'Olocausto una sorta di “religione civile” dell'Europa, una religione basata sull'invito a non dimenticare ciò che si vuole non si ripeta più. Mentre i fatti storici si allontanavano nel tempo, ce li ha resi vicini narrandoli. Ha dato voce alla preoccupazione di riservare all'Olocausto un posto nella memoria storica e ha contribuito a rispondervi. Nella misura in cui questi film si sono diffusi, il cinema ha contribuito a fissare questa memoria in quello che si potrebbe chiamare il “senso comune” storico: «un tipo di sapere – precisa spiega Paolo Jedlowski – non necessariamente profondo, ma utile a contrastare le tentazioni di cancellazione ricorrenti». Purtroppo i casi di odio e discriminazione antisemita sono ancora oggi molto frequenti, insieme al rischio della banalizzazione della memoria della Shoah. Infatti, come spiega la prof.ssa Milena Santerini, docente della Facoltà di Scienze della Formazione e Coordinatrice nazionale per la lotta contro l'antisemitismo, «anche se non si ha neanche il coraggio di negare apertamente la Shoah, si può minimizzare gli eventi, banalizzare la storia, deriderne i simboli e i sopravvissuti.  L'Olocausto diventa un fatto non più grave di tanti altri, paragonabile a doversi mettere una mascherina per proteggersi dal virus, si rimuovono le responsabilità collettive, si ricorre ai vecchi pregiudizi sulla cospirazione ebraica. Contrastare questa distorsione della Shoah è la nuova sfida di una memoria che vogliamo conservare viva».

Il XXI secolo si è aperto con una moltiplicazione delle memorie storiche. Pertanto, esistono altre memorie storiche importanti da preservare in Europa. La comunicazione planetaria dà voce e potenzialità di ascolto a infinite versioni della storia. È – spiega Jedlowski – per molti versi un fatto positivo, ma spesso le memorie si contestano reciprocamente. Non si tratta solo semplicemente del riconoscimento di storie e di memorie fino ad oggi considerate locali, o marginali. Problematico è il fatto che tali memorie possono contenere rappresentazioni opposte di fatti condivisi, come nel caso della storia dei colonialismi: le memorie storiche dei colonialisti non sono uguali a quelle dei colonizzati. I fatti sono quelli, ma possono essere selezionati e interpretati differentemente: ciò che per gli uni è stato esportazione della “civiltà”, per gli altri è stato violenza e asservimento. Del resto, ogni conflitto comporta la formazione di memorie antagoniste. La memoria delle violenze che gli uni hanno subito contesta la memoria di chi ha vinto. Può trasformarsi in altra violenza, può legittimarla.

Tornando in Europa, l'uso politico della storia rischia di condizionare le relazioni e il dialogo fra le nazioni europee. Veri e propri conflitti di memoria sono sorti ad esempio nei Paesi baltici, in Ungheria, Romania e in Polonia. Memoriali e libri di testo messi in piedi per esaltare il proprio passato nazionale e, come nel caso del Museo del terrore di Budapest, per mettere in luce gli orrori del comunismo assai più di quelli del nazismo. Finendo così per minimizzare le proprie responsabilità relative allo sterminio degli ebrei, addossando tutte le colpe al solo popolo tedesco, e per presentare l'Ungheria solo come una vittima della storia a causa delle angherie sovietiche. In tal senso, difficile negare che all'interno dell'Unione europea persista un enorme vuoto di conoscenza reciproca, come attestano i casi della riscrittura dei libri di storia imposta da Viktor Orbán in Ungheria o processi analoghi avviati in Polonia e altrove. «Si ha talora l'impressione – sottolinea Crainz – che pesi ancora l'ombra del Muro, che sia ancora in piedi una sorta di Cortina di ferro senza il comunismo. Che i differenti vissuti alimentino talora memorie incompatibili, o comunque aree di reciproca estraneità e insensibilità». Siamo ancora lontani da quell'«esplorare la diversità delle nostre memorie» che Timothy Garton Ash ha auspicato come risposta al rancore. Occorre individuare modalità efficaci per gestire passati problematici. Appare davvero necessario un impegno civile e intellettuale rinnovato volto a far avanzare la conoscenza storica reale e il dialogo fra punti di vista differenti, in quella «narrazione incrociata» che è il solo modo per «aprire la memoria degli uni a quella degli altri» per dirla con Paul Ricoeur. Appaiono deboli le forze impegnate a contrastare «usi impropri» della storia, a mettere in discussione le pulsioni nazionalistiche, a contrastare «trasmissioni di memoria» condizionate dai rancori e dagli immaginari del passato. Infine, è necessario interrogarsi sulla sostanziale passività internazionale di fronte al riemergere dei peggiori fantasmi del Novecento. Si pensi al tragico e recente esempio della Russia di Putin, il quale, attraverso «l'uso di una narrazione del tutto infondata ma capace – ha ricordato Crainz – di legittimare politiche imperiali aggressive e di far leva al tempo stesso su pulsioni e umori reali del paese, su nostalgie di un grande passato acuite dalle delusioni e dalle amarezze del presente», ha scatenato un pesante conflitto con l'Ucraina  con il desiderio di tornare a far grande la Russia, ripristinando il più possibile i confini dell'Urss e oscurando i crimini del comunismo.

Volenti o nolenti qualcosa ereditiamo sempre. Ereditiamo le condizioni entro cui ci troviamo a vivere; ereditiamo a volte beni materiali; ereditiamo comunque certi elementi culturali. Possiamo – ha sostenuto Jedlowski – «esserne consapevoli o meno, ma con ciò che ereditiamo abbiamo a che fare. Scordarsene non cambia le cose, nel senso che ciò che abbiamo ereditato può contare inconsciamente». Esserne consapevoli, al contrario, permette di esercitare certe scelte. Massimo Recalcati ha scritto che «per poter possedere autenticamente ciò che hai ereditato devi riconquistarlo». Vale per ogni eredità, anche quelle negative, ossia le più difficili da trattare. Innanzitutto perché tendiamo a negarle esattamente in quanto “eredità”. La memoria storica è con tutto questo che ha a che fare. È un nesso significativo che viene costruito fra il presente e il passato; è la scelta di cosa portare con noi in futuro.

Del resto con la pluralità delle memorie storiche il XXI secolo dovrà convivere. Come scrive Alessandro Triulzi «la memoria della violenza può trasformarsi in “memoria condivisa”, anche rispetto a un passato tormentato, quando vi sia alla base la volontà politica di riconoscere l'offesa arrecata all'umanità dell'una e dell'altra parte, e quando la memoria si trasformi in diritto al mantenimento della propria identità storica e culturale […]. La memoria diventa allora strumento negoziale per ristabilire le basi di una società pluralista in siano possibili articolazioni diverse e pur non consensuali di memoria». Compito decisamente arduo. Servirà un'ulteriore riflessione sul legame fra identità e memoria storica, o quanto meno un suo ripensamento, sia a livello individuale che collettivo. La memoria è – ci insegna la psicoanalisi – una funzione dell'identità, consentendo a un soggetto di riconoscersi lo stesso nel corso del tempo, sia nel senso che l'identità è il selettore che fa privilegiare al soggetto certi ricordi piuttosto che altri. La memoria non può essere solo ciò che serve alla “buona identità” di un gruppo e i suoi interessi, ma anche il deposito di tracce che possono servire alla sua auto-critica. Sia a livello personale che collettivo, non di tutto ciò che abbiamo fatto possiamo andare fieri. Tuttavia, la capacità di non nasconderlo, e di assumersene la responsabilità, fa la differenza: permette – direbbe Jedlowski – la circolazione di un riconoscimento fra sé e gli altri che l'insistenza sulle proprie glorie o quello sui torti ricevuti non consentono. La memoria storica è collegata con il futuro in quanto le generazioni future successive possono con essa ricollegarsi e imparare dagli errori: entrambe le cose aiutano a disegnare il domani. In tal modo, la memoria ricorda futuri che si sono immaginati nel passato e serve il futuro del presente. La memoria corrisponde, quindi, ad un “tenere a mente”. Come scrive con chiarezza la psicologa Anna Maria Longoni«… la memoria non riguarda soltanto eventi passati, ma anche eventi, azioni, che si devono compiere nel futuro. Ricordarsi di compiere determinate azioni, come fare la spesa, discutere di un certo argomento durante una riunione di lavoro, trasmettere un messaggio quando s'incontra una determinata persona, è una delle componenti fondamentali della nostra giornata – lavorativa e non -, scandita dal ritmo delle “cose da fare”».

Antonio Salvati

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