Il Giro d’Italia, il Bel Paese e la bicicletta

bicicletta antica
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Era scontato che la decima tappa a cronometro del Giro d’Italia 2017 sarebbe stata vinta ancora una volta da un ciclista d’oltralpe. Anche il nome era noto, Domoulin, che non solo ha vinto secondo previsioni, ma anche stravinto, con una supremazia addirittura sconcertante. Recuperando il distacco da Quintana, in maglia rosa dopo l’exploit del Blockaus, e distaccandolo nella classifica generale con 2’23”.
Nibali ancora più giù con 2’47”. Anche se occorre evidenziare che Nibali ha accorciato il distacco iniziale da Quintana, ma nel contempo ha accumulato un una bella distanza da Domoulin, che tranquillamente afferma “porterò la maglia rosa fino a Milano“. E la cosa non è tanto lontana dalla verità.
Comunque sia, si deve registrare anche oggi la decima vittoria esterna (10/10), A scapito di un certo Giro che doveva celebrare un anno e una corsa speciale: il Centenario. Per la verità il Giro ciclistico del 2017 sembra assolutamente normale e perfettamente uguale a quelli precedenti, senza nessuna diversità e/o eccellenza. Anzi il contrario, e senza nessun contorno speciale, riferito alla celebrazione contestuale di un territorio nazionale portato in primo piano. Per riprenderci o riconquistare le nostre giuste aspettative di un Paese che punta tutto e in modo nuovo sul suo turismo di eccellenza. Grazie alle sue immense ricchezze storiche artistiche e paesaggistiche.

Mi consola almeno il fatto che da altra parte viene fuori qualche discorso e considerazione sulla recente passione della bicicletta, come segno parallelo, sia pure minore, di un mutamento della Società lenta, anche grazie al ciclismo agonistico, quello del Giro d’Italia e del Tour de France.
Si tratta, nello specifico, degli inserti culturali Robinson della Repubblica, che domenica 14 maggio scorso ha pubblicato una serie di pensieri sulla bicicletta nel futuro della nostra Società in evoluzione. Il titolo è accattivante Ciclo sofia, alludendo alla possibilità che l’uso sempre più allargato della bicicletta possa generare una nuova filosofia lenta, all’interno del marasma della caotica mobilità veloce e densa di automobili.
Per questo la bicicletta moderna diventa sempre più tecnologicamente avanzata, superleggera, vintage, tradizionale o elettrica, accessoriata, anzi una moda accessoria. Non più il simbolo della fatica eroica e romantica di un tempo, ma un nuovo modo esistenziale.
Anche nel ciclismo agonismo sembra (una falsa sensazione) che sia scomparso ogni segno di fatica individuale, trasformandosi in una apparente fatica di massa, forse perché gli sforzi e i risultati si sono livellati. Non più pochi e grandi eroi, ma tanti campioni, che si pareggiano, rendendo più umana ogni sensazione dall’esterno. Invece così non è. I corridoi si chiudono in un identico sforzo individuale, che diventa, poi, apparentemente il senso di un parallelo individualismo contemporaneo. Tutti al margine delle strade dove passa il Giro come se fosse una partecipazione più diretta rispetto alle epopee storiche del passato. Una partecipazione che ci riporta dai nostri isolamenti della vita ordinaria ai momenti in cui ci sentiamo in una massa sempre più grande è quasi consolatrice (una evasione dalle nostre debolezze e difficoltà). Che ci allontana dalla quotidianità.
Come quando ci bardiamo da ciclisti veri/falsi e con super-costose biciclette da corsa ci immedesimiamo nei ciclisti professionisti del Giro.
La bicicletta diventa, così, un secondo vestito, per imitare la corsa o per riconquistare i nostri spazi antichi (oggi scippati dalle automobili), con nuovi sensi di libertà alternata.
Si moltiplicano le manifestazioni ciclistiche, amatoriali o tipo vivicittà.
L’inserto di Robinson ciclosofia del 14 maggio sottolinea il simbolo e segno, quindi, di uno stile nuovo. Tra ecologia e piacere della lentezza, che è nuovo senso di libertà.
Interviene anche Marc Augé, etnologo e antropologo francese, famoso nel criticare la Società moderna, quando si avvale essenzialmente dei concetto dei nonluoghi.
Ipotizza una nuova conquista della città ad opera della bicicletta, in un futuro non tanto lontano, quando i mezzi di trasporto veloce si solleveranno da terra. Oppure come segno di una nuova libertà individuale (parziale).
Altri personaggi completano l’ascesa della bicicletta come nuovo simbolo di contemporaneità. Che poi è un ritorno ad uno strumento semplice, povero (oggi addirittura arricchito).
Poteva succedere che il Giro Centenario si accorgesse di tutto questo, celebrando l’evento 2017 in un modo nuovo, diverso, facendo un passo più lungo verso il futuro?
Eustacchio Franco Antonucci

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