Referendum per abolire il Jobs act

lavoro lavoratori delocalizzzazione

È indubbio che la materia del in generale e del suo mercato nello specifico, rappresentino il tema economico che ha la maggiore rilevanza politica e sociale. Un assunto questo che molte volte si impone all'attenzione a corrente alternata come nel caso della presentazione presso la Cassazione, lo scorso 12 aprile, dei quesiti referendari sui temi del lavoro proposti per il 2025 dalla . Poco se ne è parlato e poco si continua a parlarne. Oggetto della consultazione referendaria, una volta raccolte le 500.000 firme necessarie, saranno 4 quesiti raccolti in altrettanti titoli e cioè:
– Quesito 1 «Lavoro tutelato» per l'abrogazione del lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti;
– Quesito 2 «Lavoro dignitoso» per l'abrogazione delle norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese;
– Quesito 3 «Lavoro stabile» per l'abrogazione delle norme che hanno liberalizzato l'utilizzo del lavoro a termine;
– Quesito 4 «Lavoro sicuro» per l'abrogazione delle norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all'impresa appaltante[1].

Non è necessario essere un esperto di tematiche sul lavoro per capire che la CGIL ha sferrato un attacco frontale a quel pacchetto di norme, raccolte sotto la locuzione , miranti a flessibilizzare il mercato del lavoro e poste in essere dal governo Renzi tra il 2014 e il 2016.
In breve, l'obiettivo della riforma era quello di raggiungere una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro per far crescere l'occupazione, il tutto attraverso una serie di interventi cadenzati nel tempo tra i quali vanno ricordati il nuovo regime sanzionatorio per i casi di licenziamento illegittimo dei lavoratori a tempo indeterminato.

Con la nuova disciplina del contratto, ora denominato a «tutele crescenti», l'azienda non era più tenuta a reintegrare il dipendente – come invece stabiliva l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – ma solo a garantirgli un indennizzo economico basato sull'anzianità in azienda.

Il secondo intervento della riforma Renzi, prevedeva una forte riduzione del costo del lavoro, cioè un massiccio sgravio fiscale sui contributi a carico del datore di lavoro, per stimolare al massimo l'occupazione. Infine, altri interventi del Jobs act sono stati l'introduzione dei c.d. «voucher» per retribuire lavori che di norma venivano pagati in nero, e la Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego (NASpI) indirizzata a garantire una continuità di reddito a coloro che versavano in una situazione di disoccupazione involontaria.

Ora non è un puro esercizio dialettico porsi più di una domanda e cioè: il Jobs act ha funzionato nella direzione sperata dai suoi promotori e sostenitori? Quanti posti di lavoro ha creato in più? È forse quello della CGIL una c.d. «battaglia di retroguardia», come pensano da alcune parti, portata avanti con caparbietà in un mondo totalmente diverso da quello di dieci anni fa?
Il dibattito è aperto e molte sono le posizioni espresse con dubbi per nulla velati sulla necessità dei referendum. Infatti viene osservato che, ad esempio nel frattempo, il contratto a tutele crescenti è stato prima rivisto da un intervento del governo gialloverde Conte Uno – che ha aumentato l'indennizzo massimo in caso di licenziamento da 24 a 36 mesi della retribuzione precedente – e poi da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha depennato la formula secondo cui l'indennizzo cresce con l'anzianità di servizio. Di fatto, quindi, quel contratto a tutele crescenti di cui si parla nel quesito referendario non esiste più» [2].

Inoltre va osservato che l'eventuale abolizione del contratto a «tutele crescenti», non comporterebbe  la reintroduzione del vecchio articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, bensì si tornerebbe a ciò che prevedeva la riforma Fornero – con Monti presidente del Consiglio – del 2012. Tutto ciò a significare che  non si taglierebbe automaticamente il filo diretto con la precarietà nel mondo del lavoro. Questo anche perché la realtà dei fatti sembrerebbe dimostrarlo con forza, infatti:« già prima del 2012 e poi del 2015 i casi di reintegro nel posto di lavoro, con l'applicazione dell'articolo 18 del 1970, erano pochissimi e i casi sono rimasti pochi anche dopo. Per un semplice motivo per cui anche di fronte alla possibilità del reintegro, il lavoratore nella stragrande maggioranza dei casi preferisce l'indennizzo ma non tornare sul luogo di lavoro in cui comunque il “clima” non sarebbe più lo stesso. Può apparire politicamente e ideologicamente sbagliato ma è la realtà dei fatti»n[3].

Quindi potremmo dire che la domanda iniziale che ho posto, e cioè se nel suo complesso il Jobs act abbia creato o meno posti di lavoro, rischi di rimanere inevasa. In parte può venirci in aiuto la relazione predisposta dall'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) nel marzo del 2015 sul periodo 2014 dove, riporto in estratto, si evince che Nella media del 2014, dopo due anni di calo, l'occupazione cresce (+0,4%, pari a 88.000 unità in confronto all'anno precedente), a sintesi di un aumento nel Nord (+0,4%) e nel Centro (+1,8%) e di un nuovo calo nel Mezzogiorno (-0,8%, pari a -45.000 unità). La crescita degli occupati interessa sia gli uomini (+0,2%, pari a 31.000 unità) sia, soprattutto, le donne (+0,6%, pari a 57.000 unità).Prosegue tuttavia il calo degli occupati 15-34enni e dei 35-49enni (rispettivamente -148.000 unità e -162.000 unità), a fronte dell'incremento degli occupati con almeno 50 anni (+398.000 unità). Il tasso di occupazione si attesta al 55,7%, +0,2 punti percentuali rispetto al 2013. L'indicatore rimane invariato per gli uomini e sale di 0,3 punti per le donne. Alla crescita nel Centro e nel Nord si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-0,2 punti percentuali). Nel 2014 l'occupazione della componente italiana cala di 23.000 unità, con il tasso di occupazione 15-64 anni che sale al 55,4% (+0,1 punti percentuali).L'occupazione straniera aumenta di 111.000 unità, con il tasso di occupazione che torna a salire, dal 58,3% del 2013 al 58,5% del 2014» [4].

Dai dati esposti, si può dire che il numero complessivo degli occupati in Italia sia aumentato nel periodo di riferimento, ma forse usare questa stampella per sostenere il successo del Jobs act mi pare imprudente, poiché lo stesso Istituto di statistica non si addentra nei distinguo necessari e cioè sottolineare, ad esempio, che «occupati» e «posti di lavoro» non sono sinonimi; tanto è vero che con la prima dicitura si ricomprendono anche i lavoratori in ferie, quelli in maternità o paternità e quelli temporaneamente assenti. Non solo, ma teniamo anche presente che quell'aumento di quasi un milione di occupati potrebbe essere stato determinato da processi macroeconomici agganciati ad un quadro generale di ripresa dell'economia. Insomma, una circostanza favorevole e null'altro. Quindi anche il prestigioso Istituto di ricerca ci consegna una fotografia più che attendibile del mercato del lavoro regolato dal Jobs act ma non ci da la risposta al quesito.

Per quanto possa apparire quasi paradossale, è estremamente difficile stabilire un rapporto «causa-effetto» tra l'introduzione di una misura normativa così impattante e l'aumento o diminuzione di indicatori economici come sono in questo caso i numeri degli occupati realmente.

In questa complessa operazione, ancora valido punto di riferimento è lo studio congiunto degli economisti Pietro Garibaldi e Tito Boeri – quest'ultimo presidente dell'INPS al tempo dell'approvazione del Jobs act – pubblicato nel 2019 e nel quale i due studiosi confrontano gli effetti della nuova normativa sulle imprese con più di 15 dipendenti e su quelle con meno di 15 maestranze. Questo è il quadro che ne viene fuori:« I risultati scientificamente più interessanti e rigorosi riguardano gli effetti del nuovo contratto sulle assunzioni e licenziamenti a tempo indeterminato. Troviamo che le imprese sopra la soglia (quelle che indubbiamente operano con maggior flessibilità) hanno, dopo il marzo 2015, aumentato le assunzioni a tempo indeterminato del 50 percento rispetto alle imprese più piccole […]. Quando lo studio guarda ai licenziamenti, il risultato è molto simile, e viene evidenziato un aumento dei licenziamenti di circa il 50 percento tra le imprese più grandi rispetto alle piccole imprese comparando la situazione prima e dopo il Marzo 2015. Il nuovo contratto ha chiaramente reso più flessibile il mercato del lavoro e aumentato la mobilità di imprese e lavoratori» [5].

E arriviamo al punto nodale di tutto il discorso e cioè: la sempre più marcata liberalizzazione del mercato del lavoro, che ha  quasi istituzionalizzato la precarietà, fino ad oggi, ha creato lavoro?
Analizzando, anche velocemente, gli studi e le analisi fin qui condotte, possiamo dire che non esistono prove scientifiche documentali dove emergano conferme che convalidino l'equazione precarietà=più occupazione. È questo un dato che ormai non più timidamente viene accettato anche da quelle grandi istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o la Banca Mondiale (BM) le quali riconoscono come prive di successo sull'ampliamento dell'occupazione, tutte quelle norme che di fatto sbriciolano  e precarizzano la prestazione lavorativa. Quindi a ben vedere, si può dire che quando si abbassano le tutele del lavoro è gioco forza si abbassino anche le retribuzioni mentre, come conseguenza diretta, si registra un aumento dei profitti e delle rendite. In sintesi è la conclusione alla quale perviene Richard Freeman, direttore degli studi sul lavoro presso il National Bureau of Economic Reserch della London School of Economics, il quale afferma  la flessibilità del lavoro non aiuta l'efficienza della produzione, non accresce i volumi di produzione, e la legislazione del lavoro regola non tanto il volume quanto piuttosto la distribuzione della produzione, e più in generale la lotta tra le classi sul controllo del processo produttivo» [6].

Ma c'è anche di più, perché la precarietà lavorativa o comunque una maggiore incertezza sulle prospettive occupazionali incide in maniera rilevante anche sugli indici, già bassi, della natalità. Problema che contraddistingue certamente molti Paesi ad economie avanzate ma che da noi sta diventando un allarme sociale e l'argomento non dovrebbe essere scisso dal dibattito economico e politico, poiché l'Italia si colloca tra i Paesi con il minor numero di figli per donna.
Il dato di per se abbastanza allarmante, viene dimostrato in uno studio sugli effetti del Jobs act  sulle decisioni di fertilità delle lavoratrici. Maria De Paola – professoressa di Politica Economica presso l'Università della CalabriaRoberto Nisticò – ricercatore di Economia Politica presso l'università di Napoli Federico II e Vincenzo Scoppa – professore di Economia e Statistica presso l'Università della Calabria – nella loro indagine hanno potuto dimostrare che: « mentre prima della riforma le donne (di età compresa tra i 16 e i 46 anni) assunte nelle imprese più grandi avevano una maggiore probabilità di avere figli di circa 1 punto percentuale in più rispetto alle donne occupate nelle piccole imprese, dopo l'approvazione del Jobs act la differenza si è sostanzialmente annullata, contemporaneamente a un calo generalizzato della fertilità per entrambe le categorie.  Inoltre, l'effetto negativo è maggiore per le donne che lavorano nel Sud Italia, per quelle con istruzione inferiore e per quelle che guadagnano salari più bassi, suggerendo quindi che l'impatto dell'insicurezza lavorativa è probabilmente mediato dall'incertezza del reddito e, più in generale, dalle aspettative sulle future prospettive di occupazione e carriera» [7].

Senza dimenticare che ancora qualche giorno fa l'ISTAT nel suo rapporto che fa il punto sulla povertà ha chiarito come, tra il 2014 e il 2023, tra gli occupati, l'incidenza della povertà assoluta individuale è cresciuta di 2,7 punti percentuali e tra gli operai è andata anche peggio.

I referendum proposti dalla CGIL possono rappresentare un utile strumento che spinga a cambiare modello sociale ed economico cominciando, uso le parole del Segretario Landini, «ad abrogare le leggi sbagliate che sono all'origine del lavoro povero e precario e un sì al lavoro dignitoso in cui non si muore lavorando».

Stefano Ferrarese

 

[1] https://www.cgil.it/referendum/referendum-popolari-2025-per-il-lavoro-ci-metto-la-firma-g8o29e12, 24 aprile 2024
[2] Lidia Baratta, https://www.linkiesta.it/2024/05/referendum-jobs-act-cgil-articolo-18/, 6 maggio 2024
[3] Claudio Chiarle, https://lospiffero.com/ls_article.php?id=78588#:~:text=L'obbligo%20era%20stato%20abrogato,demandando%20anche%20alla%20contrattazione%20collettiva., 15 maggio 2024
[4] https://www.istat.it/it/archivio/149085#:~:text=Nel%202014%20l'occupazione%20della,58%2C5%25%20del%202014., 2 marzo 2015
[5] Tito Boeri, Pietro Garibaldi «Il Jobs Act come esperimento quasi scientifico: cosa suggeriscono i dati?» su https://economiaitaliana.org/wp-content/uploads/2018/12/EI_2018_2-3_05_Boeri_Garibaldi.pdf, novembre 2018
[6] Roberta Lisi, https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/la-precarieta-non-crea-lavoro-nag624an, 13 maggio 2024
[7] Maria De Paola, Roberto Nisticò, Vincenzo Scoppa, https://lavoce.info/archives/67491/anche-il-jobs-act-influenza-le-scelte-di-maternita/, 17 maggio 2024

 

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article