Il Made in Italy nella moda ciclistica

logo del centesimo Giro d'Italia
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Nemmeno il Centenario del Giro d’Italia è stato capace di migliorare la moda delle divise dei ciclisti. Almeno delle squadre che rappresentano più da vicino lo spirito e la sensibilità italiana.
Il Made in Italy, forse, non ha potuto nulla contro un’autonomia surclassante degli sponsor e delle case ciclistiche, che fanno capo ai grandi circuiti pubblicitari e ai tanti Paesi stranieri. Con uno sberleffo, almeno in questo anno speciale (Centenario), ad un’Italia in questo alquanto distratta. Il Dio denaro del consumismo ha vinto ancora una volta.
Nulla contro la prepotenza della pubblicità che comanda anche sul ciclismo dei grandi sacrifici e della fatica sovrumana. Quelli della strada. Con la sensazione di una prevalenza a vantaggio di un globalismo estraneo. Graffiti pubblicitari che si impongono sulle magliette dei ciclisti, così sempre più tristi (le magliette).
Come tatuaggi indelebili a doppia pelle. Quelli delle divise che confondono o sovrastano i tatuaggi veri. Perché anche sulle due ruote la moda dei tatuaggi sportivi sembra aver assunto particolare arroganza di forza bruta, quando, invece, a prevalere nel ciclismo su strada è la resistenza umana e umanizzante, la rinuncia, la passione portata oltre il limite. Anzi portata nel sentimento puro.
Quindi anche in questo caso tatuaggi diffusi, come se si trattasse, ovunque, di un brevetto atletico, marchiato per forza. Il tatuaggio come potenza grezza, qui come nel calcio, soprattutto.
E non come generale e nascente Arte (Tat Art) rispettabile. Che dovrebbe adattarsi, invece, allo spirito ed identità di ogni persona e dei singoli sport, in particolare.
Il ciclismo su pista è più nobile e sembra più resistente alle influenze esterne.
Nel ciclismo su strada, che è più visibile di altri sport, perché portato a spasso per tutta Italia – come in un audience televisivo -, prevalgono, così, solo i colori di fondo sulle divise torturate dalle scritte, dai loghi e marchi. Rendendo difficile un minimo riconoscimento delle squadre e dei singoli. Perlomeno da lontano. Altrimenti solo una confusa macchia puntinata, che sfila velocissima sull’asfalto grigio-nero, lasciando una scia e fruscio di delusione in qualche attimo confuso, indistinto. Meglio vedere il ciclismo in televisione? Senza lo sguardo a giro, però capace di individuare i particolari.
Un design tipico delle divise ciclistiche, allora, non esiste. Così come non esistono nelle divise degli altri sport, soprattutto negli sport ricchi. Per il resto pubblicità sovrana, come per le tute dei corridoi di Formula Uno, dei motociclisti della Moto GP, dei giocatori di basket e pallavolo, etc.,etc.
Forse è rimasta solo l’atletica – dicono uno sport ancora non molto ricco e poi meno frequente – a mantenersi fedele alle maglie spartane, povere di simboli estranei. Anche se le tute aerodinamiche sembra vogliano occupare un’attenzione alternativa di altro genere.
L’unica rilevanza ciclistica in gruppo è, allora, quella di alcuni colori assoluti. L’arancione assoluto (compresa la bicicletta). Una volta il celeste assoluto dell’Astana (ora i calzoncini sono diventati neri, per esigenza igienica, dicono). Il bianco assoluto, qui con qualche spruzzo/disegno di celeste. Il rosso assoluto della CCC e qualche altra rossa indistinta.
Una volta il celeste assoluto distingueva Nibali, soprattutto quando aveva il pettorale tricolore. Sembrava un angelo tenero, che scivolava leggero, come se nessuno se accorgesse. E invece correva come un treno. Ora povero Nibali! Con una brutta divisa rossa con grigio tetro. Sembra diventato triste anche Lui. Non si riconosce più nel Gruppo.
Non è più Lui. Lo sarà comunque con le sue gesta, distinguendosi quando farà gli assoli.
Dominano i colori misti, mesti. Solo il Paesaggio italiano di fondo rallegra e le scritte gioiose degli appassionati spettatori lungo le strade, che sovrastano e sottolineano un diverso scenario. Suppliscono il colore dei corridoi confuso dalle pubblicità.
Mario Cipollini dove sei? Dicevano che eri stravagante quando inventavi qualche tuta folle. Invece avevi capito che occorreva dare una svolta forte ad un ciclismo troppo targato e atipico.
Nemmeno il Made in Italy viene a soccorrerci. Sembra che lo sport non attiri molto i nostri stilisti.
Qualche anno fa qualche stilista ha inteso caratterizzare la maglia rosa, con un gioco di diverse gradazioni di rosa, senza effetti percepibili. Forse sarebbe meglio imporre la regola che il primo in classifica debba portare comunque una divisa totalmente rosa assoluto e basta. Con bicicletta rosa. Perché il rosa del Giro d’Italia è il più originale di qualsiasi altro primato. Molto più della maglia gialla al Tour de France.
Mi domando spesso come mai in alcune competizioni internazionali siamo i più sbiaditi. Il colore azzurro va bene, ma anche con una po’ di fantasia. Perlomeno quando dobbiamo usare una divisa alternativa, per distinguerci dall’avversario (negli ultimi Europei di calcio abbiamo utilizzato delle divise bianche davvero brutte).
Sinceramente non mi ha molto entusiasmato la tuta blu notte di Giorgio Armani alle Olimpiadi 2016 in Brasile, con un grande ed amletico sette bianco sul dritto della giacca. Come simbolo molto lontano e del resto insignificante, della sigla olimpionica AE7. Mi è sembrato poco (e triste), per la verità, come intervento del celebrato Made in Italy in una grande manifestazione mondiale. Con grande rispetto, comunque, per Giorgio Armani, che pregherei di pensare a qualche suo prossimo tocco ciclistico originale, distinguendo il nostro stile e modo di partecipare. In particolare nel ciclismo, che è sempre internazionale, e poi in tutti gli altri livelli possibili ed immaginabili.
Eustacchio Franco Antonucci

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