Il maestro e margherita. quando il diavolo salvò la letteratura

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Il tono un po’ burlone e affabulatore affiora tra le righe della grande opera letteraria di Michail Bulgakov (Kiev, 15 maggio 1891 – Mosca, 10 marzo 1940) come l’erba nei prati della primavera moscovita. Accade sin dalle prime pagine, crescendo rigoglioso e “alto” per le successive (circa) cinquecento. Il Maestro e Margherita è senz’altro, e innanzitutto, un grande affresco, dipinto e disteso su una tavola irregolare, che può rappresentare una metafora, ma neanche troppo in fin dei conti, di tutti i sentimenti umani e delle loro più turpi rappresentazioni. Un lungo percorso di scrittura, quello lo è sicuramente, iniziato alla fine degli anni ’20 del novecento e proseguito fino al 1940. Pubblicato poi post-mortem, verso la fine degli anni ’60, passando per l’ ”accurato” controllo delle attente cesoie “realistiche” e “ideologiche” dei tempi sovietici. Ma cos’ha di tanto favoloso, di mitologico, questo romanzo? La risposta è semplice, ma allo stesso tempo una faccenda quanto meno delicata: la scomoda presenza del Diavolo. Un Satana umanizzato e manifesto, con il suo stuolo di demoniache creature-assistenti, e il suo approdo insolito nelle sconfinate terre della Russia atea. Vi porterà a dir poco lo scompiglio, un disordine inaspettato e soprattutto sconosciuto, lasciando al passaggio una serie di situazioni grottesche ma anche drammatiche.

I tanti personaggi dell’opera entreranno via via in scena, assumendo tutti o quasi il ruolo della vittima, inesorabilmente caduta nell’abisso maligno di un piano diabolico, l’inferno in terra, che ha lo scopo di far scontare, prima di ogni altra cosa, il peccato dell’ipocrisia. Ne peneranno tutti, compresi i due protagonisti che danno il titolo al romanzo; e ci si deve muovere proprio da questi, dalle loro caratteristiche psicologiche e umorali, per tentare di comprendere la finalità dello scritto. Ma forse il principale personaggio non è neanche propriamente un umano, bensì una pratica passivamente accettata e frutto di psicosi e paure collettive: la censura. È proprio questa che viene indicata come causa della rovina di tutti gli spiriti liberi, di letterati e poeti; è proprio questa che ha fatto (quasi) impazzire un giorno il Maestro. In un continuo confronto e scontro con la realtà, la narrazione si avvia su una rotta di voli pindarici; e alla fine ci sarà un romanzo dentro il Romanzo. Una matriosca di pagine e capitoli, dove l’involucro più esterno è costituito proprio dallo scorrimento della realtà “ambientale”, dalla vita vissuta dell’autore; il contenitore di mezzo è il romanzo in se stesso con i suoi stravaganti personaggi; infine il nucleo più profondo, ovvero la causa di tutte le sventure, il racconto degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme e del suo “rapporto” con Ponzio Pilato. Questo rappresenta anche l’aspetto teologico e spirituale dell’opera. Un approccio attento, ragionato, ma allo stesso tempo religioso, che conduce alla naturale creazione delle figure del Maestro e dei discepoli.

È così che il protagonista-Maestro scrive del processo sommario al Nazareno, ricevendo dagli uffici della censura letteraria di Stato dinieghi e minacce, fino ad arrivare ad essere costretto a bruciare il manoscritto. La sanzione imposta è terribile: lo scrittore “alloggiato” forzatamente in una casa di cura per malattie mentali, quindi la costrizione all’oblio e la fine della vita reale e vissuta. Un’esistenza questa contrassegnata negli ultimi tempi dalla presenza dell’amata Margherita che per lui ha lasciato la sua di vita, relativamente agiata e tranquilla, accanto al proprio marito. Ne ha seguito, anzi inseguito, lo spirito al punto di farsi addirittura strega nel suo patto col Diavolo. Quest’ultimo si palesa dunque proprio con lo scopo salvifico per scongiurare che questo patrimonio mondiale della letteratura vada definitivamente perduto. È dunque Satana, il “Messere”, a riportare ordine nel creato artistico, a salvare romanzo, romanziere e, addirittura il sentimento. Possibile? Pare proprio di si. Il Demonio si presenta nelle strade e nei giardini di Mosca nei panni di Woland, un sedicente negromante, accompagnato da un manipolo di esseri bizzarri e bislacchi: Behemoth, dalle fattezze di un grosso gatto nero parlante, Korov’ev impacciato servitore tuttofare, Azazello pericoloso esecutore di “lavori sporchi”, Hella cameriera-strega e infine Abadonna, “esperto” di tenebre e morte.
Il ruolo di intermediario tra la felicità e l’oblio rappresenta chiaramente affinità e tracce, neanche troppo velate, col Faust di Goethe, e solo la visione di questi strani personaggi nella maestosità dei palazzi di una Mosca dalle fattezze composte fino agli estremi, fa intendere il succo strabordante dei contenuti dell’opera. Una allegoria quasi mitologica, per definizione irreale, ma allo stesso tempo dissacrante del “mito”, in questo caso quello sovietico. Una società “estrema” messa di fronte alle sue “estreme” contraddizioni, che ne limitano potenzialità espressive e artistiche, quindi “morali”. I vessatori dunque divengono i perseguitati, inseguiti fin dietro i nascondigli più remoti dalla diabolica, vendicativa comitiva. E la loro punizione sarà sempre esemplare, in una sorta di riproposizione di un terreno inferno dantesco. Così come esemplare è, parallela, la pena di Pilato, protagonista del libro “interno”, condannato all’eterno dubbio sulle sorte del suo celebre condannato.

La grandezza dell’opera di Bulgakov, che la rende oltremodo inarrivabile, sta nell’aver saputo attingere ispirazione e situazioni direttamente dallo scibile letterario dell’umanità. Vi si ritrovano, non senza impegno, tematiche e questioni teologiche, ma anche filosofiche ed antropologiche. Identificabili proprio nelle caratteristiche dei personaggi “terreni” e della società sovietica e dell’umanità tutta. Per questi motivi la censura vietò la pubblicazione del testo per parecchi anni. Una prima lettura interpretò i capitoli come una articolata apologia del Cristianesimo, per poi passare ad una opposizione più razionalista incentrata sul negazionismo del diavolo e della stregoneria. Per arrivare infine, non solo all’accettazione, ma addirittura alla celebrazione dell’opera e dell’autore. Forse perché si volle vedere nel Diavolo che incombe sui malcapitati sovietici, un tentativo di inquinamento del capitalismo su quella società, chissà. Oggi, in effetti, le interpretazioni sono molteplici. Resta però invariata l’ingombrante presenza di questo fondamentale romanzo che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella propria vita. Anche perché, in seguito, fu un testo di ispirazione per parecchi scrittori e di molteplici rappresentazioni teatrali.
La presenza del Diavolo dunque, resuscitò il manoscritto, restituendolo alla comunità mondiale; di fatto salvandolo dalla distruzione e dall’abbandono. Insomma, per quella volta, si po’ affermare che il Diavolo salvò la Letteratura.

Cristiano Roccheggiani

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