Il mainstream dell’antipolitica

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Con il ribadire ad ogni tornata elettorale, in termini percentualmente elevati, il “distacco” dei cittadini dal sistema dei partiti e dalla partecipazione allo stantio rito del voto della “democrazia reale”, si è entrati nella terza fase d’una “tetralogia antipolitica”.
Si tratta di un’opera storica di patologizzazione delle pratiche politiche che ha visto come protagonisti dapprima il craxismo (il periodo tetralogico infantile; ricordiamo che Norberto Bobbio, riflettendo sugli anni Ottanta del Novecento, definì Bettino Craxi, “un precursore”); successivamente il berlusconismo (il periodo adolescenziale; la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica caratterizzata dalla nascita del movimento d’ispirazione aziendale “Forza Italia” nell’autunno del 1993 e dalla sua ventennale “legittimazione” nelle Elezioni politiche del 1994, con buona pace del “liberismo popolare”, evocato retoricamente, e con il consolidamento della feroce identità politica di “destra”, incorporando indissolubilmente ciò che è avanzato del fascismo ed il provincialismo reazionario leghista; inoltre, non va sottaciuto che con il ventennio berlusconiano si entra nell’epoca dell’indifferenza al conflitto di interessi e della compiacente prostituzione di Stato); infine, il cosiddetto grillismo (il periodo della maturità; un coagulo di “liste civiche” “certificate” dall’azienda Casaleggio Associati che governa gli eventi del proprio spazio webapplicando alle pratiche politiche degli aderenti l’organizzazione algoritmica e sviluppando in Italia una “cultura della rete” apologizzandola come “cultura della partecipazione e decisione”).

Precisiamo che l’estraneità conclamata e la sua evoluzione verso forme di ostilità dei cittadini nei riguardi delle forme di “democrazia rappresentativa” sono gli aspetti “positivi” della fenomenologia sociale, mentre sono da annoverare come compositi segnali “negativi” le successive e concatenate gestioni partitiche della degenerazione irreversibile della democrazia italiana, sorta – non va mai rimosso – dal ripudio resistenziale armato del regime fascista e dalla “conciliazione” costituzionale (sintesi di culture politiche diverse) che ne è scaturita. In effetti, la degenerazione politica vede i principali esponenti dei maggiori partiti italiani post-bellici essere travolti da un’ondata di inchieste giudiziarie, guidate da un pool di magistrati, che con l’operazione Mani Pulite ebbero lo scopo di porre fine, momentaneamente, al sistema di finanziamento illecito ai partiti; si trattò di quel fenomeno che prese il nome di Tangentopoli e che determinò il crollo del sistema partitico italiano della Prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta del Novecento.
In secondo luogo, chiariamo che le espressioni attuali dellatetralogia antipolitica”, con la “grammatica” del peculiare loro incedere e per le fisionomie egemoniche che assumono, non fanno che confermare il profondo legame con l’affermarsi storico ad essa precedente d’una Repubblica a trazione capitalistico-borghese che ha avuto nel “partito-regime” democristiano il demiurgo per quasi un cinquantennio nel secolo scorso.
Va spiegato, altresì, che ogni organizzazione politica contemporanea che si rispetti deve necessariamente misurarsi, nel corso del proprio itinerario politico-istituzionale, con gli esiti della derivaantipolitica” (e con le correlate interpretazioni) che hanno due poli d’approdo:
A) un superamento del movimentismo populista (autodefinitosi, con variegati accenti, “antisistema”) nell’attualizzazione d’una prospettiva parlamentare e governativa autoritaria (maggioranze assolute o frutto di coalizione, poco rileva);
B) aspetti implosivi interni alla turris eburnea dei partiti al potere i quali, perseguendo l’obiettivo della “centralità” politico-culturale (e, per certi versi, dell’autosufficienza), recidono definitivamente ogni possibile, residuo legame con la società civile, a questo punto non solo disaffezionata e/o anestetizzata, bensì consapevole della forza d’urto accumulata nella lunga attraversata nel deserto della “non partecipazione”, della “non collaborazione”, della estraneità/ostilità, quindi in grado di preannunciare un’autonomia politica dirompente e di mettere, eventualmente, nel cantiere della storia, con inventiva, il profilo di nuove istituzionalità popolari.

Praticare e comunicare l’“antipolitica”, ed il comunicare è certamente all’origine del fascino reale che esercitano gli attuali contendenti “dimezzati” – constatata la tendenza all’astensione dal voto che s’avvicina al 50 % degli aventi diritto – è, evidentemente, redditizio per sé, per quegli attuali luoghi d’appartenenza (tripolari) micro-rappresentativi che continuano a selezionare personale politico spacciandolo come “rappresentativo” dei cittadini. In realtà, il bacino sociale di riferimento e di voti coincide con i tradizionali elettorati, voto più, voto meno, candidato “impresentabile” o “manipolabile” che sia.
I paradigmi della comunicazione politica ai quali fanno riferimento tutti i partiti e movimenti politici sono obsoleti nel momento stesso del loro sorgere: il mainstream (‘main’ = ‘principale’ e ‘stream’ = ‘corrente’) dell’antipolitica sta ad indicare inesorabilmente una tendenza che, in un determinato ambito storico, gode di un contingente apprezzabile seguito di massa; riesce ad esprimere certo, oggi, una tendenza dominante, ma non è un argine credibile alla devastazione in corso della “democrazia reale” italiana; viceversa, il mainstream dell’antipolitica è soprattutto una verifica dello sfacelo, è un’esplicita allusione al necessario ribaltamento radicale dello status quo, delinea inequivocabilmente un’autonoma ed originale ontologia sociale, proprio a partire da quella parlamentare affermazione esistenziale tripolare che è stata indotta, in modo sistematico, da ritocchi, nel corso degli anni, agli articoli della Costituzione e dalla promulgazione di leggi elettorali compiacenti lor signori.

Ancora il vecchio gioco delle parti. Nuovamente il valzer della ciclicità governativa che non può scontentare nessuno di chi è in.
La terza fase della “tetralogia antipolitica” privilegia il reale potere rispetto al simbolico spirito di servizio; per intenderci, seguendo una modalità di conquista del consenso rigorosamente pubblicitaria e progressiva nelle manipolazioni, ci si propone due compiti essenziali:
1) stabilire – sul piano della retorica pubblica – in che senso sia produttivo agitare spezzoni di “programma” a favore di questo o quest’altro coriandolo sociale, identificando la natura della materia trattata (lavoro, pensioni, diritti, rinnovi contrattuali, …) con l’atto antipolitico del pensiero, e
2) chiarire le ragioni – anche in forma repressiva militare dei dissensi – per cui si pone come chiusura alle alternative potenziali, con lo scopo di contrastare le contrapposte avanzate; il doppio movimento delineato, conduce, conseguentemente, all’apertura di un’eredità: il mainstream non può che lasciare le questioni irrisolte allo società stessa. Tuttavia, grande quantità di cittadini è consapevolmente out.
Per chi volesse intendere il mainstream dell’antipolitica il suggerimento è attenersi, come suggerisce l’andamento elettorale, a quello che è il movimento generale di ogni antipolitica storicamente realizzata, ovvero la destituzione, intesa non nel senso del rifiuto o dell’abolizione, bensì come discredito, della categoria filosofica della verità. L’antipolitica, in tutte le sue variabili teatralmente rissose (piace riferirsi al sociologo canadese, Erving Goffman che condivideva l’idea di Shakespeare secondo il quale ”tutto il mondo è un teatro” e che, nel 1959, pubblica la monografia intitolata “The Presentation of Self in Everyday Life”), ma sostanzialmente coincidenti, ha intrattenuto con questa categoria un confronto lungo e tortuoso e, dopo averla attraversata, affermando che la ‘verità’ si può dire solo a metà, l’ha scartata definitivamente a favore di un concetto situato nel luogo dell’atto politico per eccellenza: il potere. Tale analisi della situazione politica, perciò, si inserisce perfettamente in quella “triangolazione del macchinario antipolitico”, in azione dagli anni Ottanta del Novecento fondata sul rapporto tra ‘verità’, ‘dire’ e ‘atto’.

Il percorso che si snoda attraverso i decenni trascorsi intende mostrare come la dimensione antipolitica sussiste ed intervenga sul rapporto tra organismi della rappresentanza e società civile, tra cittadini e la politica, laddove il mainstream dell’antipolitica diviene metafisica che tappa il buco della politica. Pertanto, se da un punto di vista sociologico, oggi si definiscono mainstream quelle tendenze, nel campo delle idee, delle preferenze, dei gusti, dei linguaggi, dei consumi e dei comportamenti collettivi o individuali, politici e non, che sono seguiti dalla maggioranza delle persone e costituiscono “tendenza”, ebbene l’identità trasformativa delle cose, risiede altrove, come i “beni comuni”; essa può rinsaldarsi in quell’estraneità/ostilità, in quell’essere out costitutivo che l’immunizza dalla contaminazione dei canali, mezzi e prodotti comunicativi con ampio spettro di diffusione, che godono di un maggior grado di penetrazione nel tessuto sociale (dalle televisioni generaliste ai network radiofonici, dalla carta stampata ai social media), megafoni dell’antipolitica in grado di fare breccia.
Giovanni Dursi

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