Il mercato musicale in Italia nel 2013 tra digitale, streaming e concentrazioni monopolistiche

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La ricchezza e il reddito della musica non è molto differente da quello delle economie di quasi tutti i paesi. Sono pochi a detenere le risorse e ancora meno quelli che, tra artisti e produzioni, riescono ad emergere in una condizione di accettabile visibilità.

La classifica del 2013 degli album più venduti, fisici e digitali, preparata attraverso un’indagine FIMI-GFK su  un campione di 3.500 punti vendita fisici e on line [1] mostra che dei primi cento album 35 sono distribuzione Universal Music, 27 Sony, 25 Warner Music. Mancano all’appello 13 album e quello più rilevante è Gioia… non è mai abbastanza dei Modà, al secondo posto, distribuito da Ultrasuoni Edizioni Musicali nata dall’accordo tra imprenditori radiofonici indipendenti: Lorenzo Suraci di Rtl 102,5, Mario Volanti di Radio Italia e Montefusco di Rds. Tra i primi venti troviamo un solo  altro album fuori dalla triade Amo – Capitolo II di Renato Zero (artista per molti anni Sony e Sony/BMG) dell’etichetta Tattica di proprietà dello stesso.


Per non dimenticare L’Aquila. Foto Massimiliano Scanavini

Veniamo agli artisti e ai loro dischi più venduti. Con 240.000 e poco più di un mese di tempo, essendo uscito il 26 novembre Mondovisione di Ligabue (Warner Music Italia). Abbiamo già parlata del secondo posto dei Modà, mentre al terzo posto troviamo Jovanotti con Backup 1987-2012 Il Best per diverse decine di settimane in classifica. Direttamente dal programma di nostra signora del social televisivo Amici troviamo al quarto posto il genovese Moreno Donadoni con Stecca (Universal Music) prodotto da Fabri Fibra. Al quinto posto la prima donna Emma, famiglia Amici, con l’album, trascinato dalle radio, Schiena vs Schiena. Solo  all’ottavo gradino il primo album internazionale e cioè Midnight Memories (Syco Music – distribuito Sony) della boyband e fenomeno planetario One Direction.
Per quanto riguarda i singoli, in cima alla graduatoria troviamo Get Lucky dei Daft Punk, al secondo posto Wake me up di Avicii e al terzo L’essenziale di Marco Mengoni. Comunque un anno straordinario per la musica italiana, non necessariamente buona musica.

In generale il mercato musicale in Italia è uscito dal coma profondo in cui si trovava e dopo undici anni di continua  decrescita, grazie al digitale ed in particolare all’esplosione dello streaming, ha fatto segnare un +2% del fatturato che arriva a 117,7 milioni di euro.
Ma forse più che parlare di un traino del digitale, andrebbe evidenziato il processo di fondo del mercato della musica. Le parole che forse meglio lo rappresentano sono quelle pronunciate al Midem, l’immancabile appuntamento mondiale dell’industria di settore, da Will.i.am, leader del gruppo musicale californiano hip hop e dance Black Eyed Peas e imprenditore musicale: «la musica oggi serve a vendere l’hardware di altri, e questa è una pillola difficile da mandare giù. Ed è proprio la mancanza di attenzione delle case discografiche a questo cambiamento che mi ha spinto ad entrare nel campo dell’hardware, ho fatto più soldi con la mia quota di azioni di Beats Electronic di quanto ho ricavato da I gotta a feeling» [2].
Le piattaforme prima di downloading e, da qualche anno, di streaming che mettono a disposizione decine di milioni di brani per gli appassionati hanno determinato la ripresa del mercato. Il fenomeno dell’illegalità subisce contraccolpi e sposta gli utenti verso il pagamento. Del resto in tutto il digitale avere una piattaforma che rende disponibili spazi virtuali o contenuti in qualsiasi momento e dal qualsiasi interfaccia – pc, cellulare, tv, … – sta cambiando le modalità di fruizione.
Va detto, ancora una volta, che gli artisti e le produzioni indipendenti, nonostante l’accesso a queste piattaforme, non riescono a guadagnare cifre accettabili per basse royalties e per l’impossibilità di trovare visibilità. Le major tra esclusive temporali e battage pubblicitari continuano a orientare i gusti musicali.


Per non dimenticare L’Aquila. Foto Massimiliano Scanavini

Tornando ai risultati del 2013 [3] e proviamo a vedere come si compone il fatturato del mercato che oramai si è avvicinato a quello internazionale. più avanzati. Il digitale rappresenta il 32% del totale e nell’anno appena passato è cresciuto del 18%, ma tra i servizi sono quelli in streaming ad avere riscontrato un successo notevole. Stiamo parlando di servizi come Spotify, Deezer, Cubomusica o Google music che sono aumentati del 182% passando da 2,5 nel 2012 a 7 milioni di euro che in termini assoluti sono una quota minoritaria ma è l’andamento esplosivo a dirci che la musica finirà con l’essere ascolta e pagata abbonandosi allo streaming o accettando di vedere pubblicità come dimostra la scelta di Spotify di dare il servizio gratuito anche sul mobile.
Il continuo  calo del supporto fisico vede però il vinile che continua a crescere con un +6% a dimostrazione che gli appassionati della qualità sono una nicchia numerosa. Un grande balzo in avanti, tra i generi, lo ha registrato la musica classica con un il suo + 86% portando all’11% la sua quota di vendite di musica in Italia.
Ciro Ardiglione

[1] I risultati si basano sull’analisi di un campione di 3.500 punti vendita rappresentativi di ipermercati, specializzati in tecnologia di consumo, specializzati in entertainement, supermercati, ecommerce, digital download e negozi indipendenti
[2] La frase è riportata in Ernesto Assante, “Midem: l’industria della musica è in risalita.”, www.republica.it, 6 febbraio 2014
[3] Fonte FIMI

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