Il mio tifo: quasi una malattia

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Tifo Napoli e ammetto di essere fazioso; come credo che sia fazioso chiunque non si occupi di calcio per professione.
Diffido dai finti esteti che nascondono la propria passione solo per acquisire un vantaggio, scorretto, nel diverbio calcistico; è un vantaggio nella lite che sovente regna tra appassionati di calcio.
Questa solenne affermazione mi consente di giocare con le definizioni provando a descrivere, per caratteristiche distintive (ove mai ciò fosse possibile), le tifoserie.
Questa è la visione di un Meridionale, la visione di un tifoso del Napoli, la mia visione, e va interpretata tenendo conto dei filtri che talvolta mi obnubilano.
Da qualche anno, da quando non vivo più nella mia città, il mio tifo, anzi la mia appartenenza è diventata quasi una malattia, una ragion d’essere. Il “sentirsi circondato” da tifosi di altre squadre, la lontananza dai profumi del mio stadio, dai luoghi della mia terra, mi ha portato a rinfocolare una passione assopita. Probabilmente questa stessa considerazione la potrei estendere alla stessa mia città d’origine: il constatare quotidianamente i vizi altrui fa dimenticare i propri?

Partiamo dalla città in cui attualmente vivo e dalla sue due squadre, la cui rivalità mi diverte da morire.
Roma e Lazio, Lazio e Roma due facce della stessa medaglia: tanto ostentano la propria iperpassionalità i romanisti tanto fingono scetticismo e nobile distanza i laziali. Sono le due parti della mela: il romanista dovrebbe rappresentare la porzione popolana e popolare, il laziale dimostra apertamente un distacco che nella realtà è infarcito della tipica sofferenza del tifoso. In tutte e due le metà l’ironia della reciproca relazione è il tratto dominante. Il dialogo tipico in questa stagione, quella del calciomercato in cui si lanciano le premesse per l’annata calcistica successiva, vede il giallorosso già campione d’Italia, lanciato verso splendidi e meravigliosi trionfi; il biancoazzuro è invece sempre assolutamente incazzato per la mancanza di incisività della propria dirigenza nel mercato, fino all’insulto tipico verso il presidente (perfino quando era Cragnotti che scialacquava soldi in tutte le direzioni).
Potremmo provare a tratteggiare l’immagine delle due tifoserie così: il romanista, tifoso della squadra arrivata più volte seconda in tutte le competizioni possibili negli ultimi trenta anni, potrebbe somigliare all’arricchito di umili origini, che per darsi un tono prova a partecipare alle feste dei notabili, ai club di successo. In realtà è ammesso ai club soltanto per avere un neofita da prendere un giro; il pezzo più triste di questa immagine è quello nel quale questo soggetto si vanta con gli altri per la propria appartenenza al club di coloro che contano. Il laziale, invece, mi sembra colui che finge di non avere alcun interesse e voglia all’ingresso nel club dei ricchi, ben sapendo quale sarebbe il suo destino, per non restar deluso dal trattamento riservatogli.

Napoli è appartenenza, totale ed incondizionata; è identificazione completa tra una città, una cultura ed una tifoseria, includendo anche la totale barbarie di alcune manifestazioni.  Questa città e questa squadra hanno rappresentato sempre un simbolo per l’intero mezzogiorno: molti meridionali hanno tifato e tifano Napoli quale simbolo del Sud. E’ la storia vista dal punto di vista degli sconfitti: affascinante, romantica ma quasi sempre perdente.
Non sarebbe spiegabile altrimenti l’enorme numero di tifosi della squadra, in Italia e nel mondo, a fronte di un numero così esiguo di vittorie (soltanto otto nelle competizioni principali, se non contiamo anche la Coppa italo-inglese). E, riprendendo l’immagine precedente, la nostra tifoseria rappresenterebbe il popolano, assolutamente non tollerabile nel salotto buono se non come Apicella, che fa casino sotto la terrazza su cui si svolge la festa dei ricchi, magari intonando qualche bella canzone napoletana o facendo addirittura “la posteggia”. Ogni tanto, ma molto raramente, arriva qualche boccone prelibato grazie alla nostra simpatia che allieta le feste, soprattutto quando non vi prendiamo parte. Ci accorgiamo di avere una squadra forte, come nella scorsa stagione, solo quando diventiamo antipatici (come il nostro precedente allenatore).

E adesso possiamo entrare nella sala dove si svolge la festa dei ricchi per provare a dare una connotazione anche ad Inter, Juve e Milan.
Lo juventino è colui che ha barattato la gioia con la vittoria, l’estremo opposto del napoletano. Il tifoso della Juve non ha alcuna identificazione con i luoghi geografici; si tratta in gran parte di appassionati che non vivono a Torino, che non apprezzano particolarmente quella città e quei luoghi, ma vi si recano saltuariamente per vedere una partita senza instaurare alcun tipo di relazione con il contesto. Premetto un’altra mia evidente faziosità: sono visceralmente, forse geneticamente, antijuventino. Per me i bianconeri sono l’emblema della storia vista dal lato dei vincitori. I meridionali che tifano Juve sono senz’altro quelli che mi irritano di più: quelli nati in the dark side of the moon che, o per inconsapevolezza completa della loro storia o per apprezzare con facilità il piacevole sapore della vittoria, hanno ceduto un pezzo connotante delle proprie origini per godere del facile gusto del successo. Nell’ambito della famosa festa, stupida metafora che utilizzo ricorrentemente, lo juventino è bulimico: non gli bastano 29 campionati vinti, ne vuole 31 (leciti o illeciti) e guai se qualcuno prova ad ostacolarlo. La bulimia juventina è quella dell’uomo che deve vincere sempre, che deve conquistare nuove prede (senza dare importanza in alcun modo a quanto queste siano piacevoli) solo per poterne raccontare al bar agli amici, senza gioirne e goderne più.
L’interista, invece, si connota per un tratto di reale e profonda nobiltà, che può essere rintracciato sin dalle origini del club. L’Inter nasce da una costola del Milan per affermare una vocazione internazionalista: il Milan affermava la propria totale italianità, non tutti i soci erano d’accordo con questo tipo di impostazione e quindi decisero di fondare una squadra che sin dal nome richiamasse le intenzioni (disatteso solo in periodi di autarchia fascista quando il club fu ribattezzato Ambrosiana). Devo ammettere che lo stile è rintracciabile nelle vittorie ma soprattutto nelle innumerevoli sconfitte. Infatti nel club dei ricchi e vincenti l’Internazionale è senz’altro il club più sfigato, quello che miete il minor numero di successi a fronte di una notevole quantità di brucianti sconfitte, alcune delle quali hanno veramente lasciato il segno (ricordo un 5 maggio o il famoso rigore su Ronaldo).
I nerazzuri sono il perfetto alter ego della Juve, perfetti per creare una contrapposizione di carattere nazionale: vuoi mettere le tre coppe dei Campioni vinte dall’Inter, tre perle assolute, con i due miseri ed inverecondi successi bianconeri?
Del Milan è abbastanza difficile parlare: questa squadra vive due ere geologiche diverse, un pre e post Berlusconi. Era la squadra proletaria di Milano, quella che aveva il maggior numero di tifosi nei quartieri operai della città, però vincente, sia in campo nazionale che internazionale (è la prima squadra italiana ad essersi aggiudicata la Coppa dei Campioni). Sembrava rappresentare in qualche modo un emblema della rinascita di questo paese nel secondo dopoguerra, dal boom economico all’ingresso nel G7: la squadra delle fasce popolari della “capitale morale d’Italia” si affermava in tutto il mondo. Poi arriva Berlusca ed inizia la stagione di trionfi (purtroppo l’avvio è proprio al San Paolo). Lo slogan utilizzato dalla dirigenza è: il club più vincente al mondo. Ma questa era berlusconiana si afferma anche per la cafonaggine, l’antisportività, il ridicolo Milanlab etc. La serata di Marsiglia è un marchio indelebile su questa dirigenza e su tutto il club (forse addirittura sul calcio italiano). Trovo assurdo che il dirigente che si è reso responsabile di un gesto così indegno possa essere nominato presidente di lega e che ancora oggi sia in circolazione a spiegare cose sul calcio: uno così dovrebbe essere stato ripudiato da tempo.

Sarebbe molto bello (per me) proseguire questo viaggio, tanto stupido quanto divertente (sempre per me ovviamente). Si potrebbe dire qualcosa circa la meravigliosa inventiva della tifoseria viola (la sola invenzione del termine gobbi potrebbe valere un premio Nobel), sul tradizionalismo della tifoseria torinista che ancora oggi tramanda le gesta del Grande Torino, la più grande squadra di club mai apparsa in questo paese, raccontando a bambini nati nel 2003 perfino i particolari intimi della vita di Valentino Mazzola ed i riflessi che avrebbero potuto avere sulla storia del club granata (l’ho visto coi miei occhi Michele – amico di mio figlio di 10 anni – raccontare della necessità di Ferruccio Novo di cedere Mazzola per motivi strettamente personali e dell’ipotesi conseguente di acquisto di Di Stefano che avrebbe portato il Toro a dominare per decenni), o ancora della meravigliosa rivalità genovese, della indecifrabilità delle tifoserie sicule, delle curve connotate politicamente etc.
In ogni caso mancherebbe sempre qualcosa, pur studiando ed approfondendo l’argomento.
Il meraviglioso folclore delle tifoserie delle serie minori ne rimarrebbe probabilmente fuori, pur essendoci un senso di appartenenza, in queste tifoserie, forse anche maggiore.
Perché, un tifoso di Torre del Greco (lo dico scientemente avendo le prove a portata di mano) è, sempre, prima tifoso della Turris (glorioso club attualmente militante in quella che mi ostino a chiamare serie D), e poi, forse, simpatizza anche per il Napoli.
Vittorio Fresa

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