Il modello economico tedesco non serve all’Europa

GERMANIA BERLINO PORTA DI BRANDEBURGO
history 5 minuti di lettura

La politica estera ed economica della Germania è sempre fortemente ancorata agli interessi nazionali tanto da voler imporre l’idea che siano anche gli interessi dell’Europa dove si parla solo di austerità.  A dire il vero quando parliamo di interessi dobbiamo pensare che di fatto sono quelli delle grandi industrie, dei conglomerati bancari e degli istituti finanziari. In questa sede non ci occuperemo della politica estera e dell’attivismo diplomatico della Cancelliera ora particolarmente impegnata sul fronte della crisi ucraina.
Lo storico Hans Kundnani intervistato da Der Spiegel sul nuovo nazionalismo economico tedesco spiega che sembra di essere tornati all’età dopo la formazione dell’Impero in cui «Nietzsche rappresenta il sentiment dell’epoca, e cioè che nel 1871 la Germania non fosse solo superiore militarmente, ma anche culturalmente. La mia impressione è che, dopo la crisi finanziaria nel 2008 e 2009, in Germania ci sia un nuovo trionfalismo. Molti tedeschi credono che la crisi finanziaria abbia confermato che il loro modello economico sarebbe superiore a quello anglo-americano. Così è tornata in auge l’idea di un “modello tedesco”. Quasi la metà del prodotto interno lordo della Germania, dipende ora dalle esportazioni. […]. Trovo incredibile la naturalezza con la quale alcuni politici tedeschi hanno recentemente parlato di “Nazione esportatrice”. “Economia esportatrice” è il termine che conoscevo. Ma “Nazione esportatrice”? Questo sembra suggerire che le esportazioni non sono solo importanti per l’economia della Germania, ma anche per la sua identità» [1].
Quando un sito come quello de Il Sole 24 Ore pubblicava, a fine settembre dello scorso anno e le cose non sono molto cambiate, un articolo di Philippe Legrain che definiva “pericolosa” la politica di Berlino, siamo confortati nell’idea che le scelte tedesche non siano sempre le migliori e quindi non sono la soluzione dei mali dell’economia nazionale ed europea. Nonostante le apparenze fatte di disoccupazione bassa, multinazionali ben note nel panorama mondiale, giudizi eccellenti sul debito, la Germania si ritrova con «salari stagnanti, crac bancari, investimenti inadeguati, deboli incrementi della produttività, un tasso demografico deprimente e una crescita della produzione anemica. Il suo modello economico fondato su una politica “beggar-thy-neighbour” che ricerca vantaggi competitivi a danno altrui – nella fattispecie una compressione salariale per sostenere le esportazioni – non può essere d’esempio per il resto dell’eurozona. […]. Considerata come “il Paese malato dell’Europa” quando nel 1999 venne lanciato l’euro, anziché puntare sul dinamismo, la Germania rispose tagliando i costi. L’investimento è sceso dal 22,3% del Pil nel 2000 al 17% nel 2013. Le infrastrutture come autostrade, ponti e persino il canale di Kiel, si stanno deteriorando dopo anni di trascuratezza. L’istruzione scricchiola: il numero di nuovi apprendisti ha raggiunto i livelli post-riunificazione, il Paese ha meno giovani laureati (29%) rispetto alla Grecia (34%) e le sue università rientrano a malapena fra i 50 atenei migliori del mondo. […] Secondo l’Ocse, negli ultimi sette anni il governo tedesco ha introdotto meno riforme di stimolo alla crescita rispetto a qualsiasi altra economia avanzata. La crescita annua della produttività degli ultimi 10 anni, di un mero 0,9%, è stata più lenta persino del Portogallo» [2].

I dati di queste ultime ore sembrano dare una ventata di ottimismo perché dalle prime stime, il Pil nell’ultimo trimestre del 2014 è aumentato dello 0,7%, senza che nessuno abbia previsto un tale salto. Così l’anno scorso si chiuderebbe ad un +1,6%. L’aspetto qualitativo più interessante  sarebbe che questa crescita, contrariamente a quanto accaduto finore, imputabile più ai consumi interni che alle esportazioni.
Il dato va preso con le pinze perché a gennaio, per la prima volta in cinque anni, i prezzi al consumo sono scesi dell’1,1% portando il dato annuo a -0,4% portando in deflazione il paese. Va detto che la linea dell’export come motore trainante per le aziende continuerà ad essere centrale nelle politica economica, con tutte le conseguenze interne e in Europa, anche perché come riferisce il Wall Street Journal, nonostante la totale avversione della leadership tedesca, l’acquisto di titoli sul mercato da parte della BCE (quantitative easing) facendo scendere il valore del dollaro di un 15% favorirà gli austeri tedeschi a veder crescere le vendite fuori dall’Europa.

È vero che la ministra socialdemocratica del lavoro Andrea Nahles ha fatto approvare la legge, entrata in vigore dal 1 gennaio 2015, sul salario minimo a 8,5 euro l’ora, ma le aziende stanno cercando modi, legali e illegali, per disattenderla. La politica dei salari bassi caposaldo della crescita (modesta) dell’ecoomia tedesca e della crescita (strepitosa) export rischia di non cambiare affatto.
La fantasia non ha limiti e quindi qualche azienda prova a pagare in natura e cioè con beni e servizi dell’azienda stessa, qualcun’altra sostituisce il personale con giovani al di sotto dei 18 anni a cui la legge non si applica, altre ancora addirittura facendosi restituire in contanti parte del salario, altre modificando l’orario di lavoro. È il caso per esempio di un’azienda di Amburgo nel settore dell’organizzazione degli eventi che nel nuovo contratto «ha introdotto una distinzione tra “lavoro reale e reperibilità”. Se qualcuno “non svolge nessuna attività (reale) per più di quindici minuti”, si legge in un contratto esaminato da Die Zeit, quel periodo è considerato di reperibilità. Per ragioni di semplicità, si legge nel documento, in alcuni tipi di impiego il 40 per cento del tempo è considerato di reperibilità in modo forfettario. Il tempo di reperibilità viene retribuito con un salario dimezzato» [3].
Queste sono le riforme da attuare?
Pasquale Esposito

[1] “Der Spiegel intervista lo storico Hans Kundnani sul nuovo nazionalismo economico tedesco”, www.vocidallestero.it, 6 febbraio 2015
[2] Philippe Legrain, “L’economia disfunzionale tedesca”, www.ilsole24ore.com, 30 settembre 2014. Traduzione di Francesca Novajra. © Project Syndicate, 2014
[3] C. Lobestein e K. Rudzio, “Stipendi in popcorn”, Internazionale, 6 febbraio 2015, pp. 48-50. L’articolo originario è stato pubblicato su Die Zeit, settimanale tedesco.

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article