Il monte Morrone a tre mesi dall’incendio

incendio Monte Morrone
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Il Monte Morrone appartiene al Parco della Majella. Luoghi ai quali, come sempre accade, la popolazione pedemontana è legata per le ragioni storiche di vita vissuta, per le economie che ne derivano, per i momenti di svago legati all’escursionismo. In questo caso il legame è se vogliamo ancora più profondo perché il Monte Morrone è la montagna di Pietro Angelerio poi divenuto Papa Celestino V, eremita su quel monte. Sono trascorsi oltre tre mesi dallo scorso Agosto, quando uno degli incendi più importanti che ha flagellato il capitale naturale del Parco Nazionale della Majella e della nazione bruciò la montagna di Pietro da Morrone.

L'incendio del Morrone visto da Sulmona.
L’incendio del Morrone visto da Sulmona. Foto Luciano e Guido Paradisi

Si è detto di tutto sulle inefficienze, ritardi, scarsità di mezzi e risorse umane ridotte. Si è dovuto operare con quel che restava di esse, mortificate anche da uno smembramento dei Forestali, il corpo in possesso del know how in queste circostanze, che la riforma Madia ha fatto confluire tra Vigili del Fuoco e Carabinieri.

Monte Morrone, pascoli d'alta quota prima dell'incendio
Monte Morrone, pascoli d’alta quota prima dell’incendio. Foto Luciano e Guido Paradisi

In quel rogo durato un mese, bruciarono luoghi simbolo, pascoli in quota e boschi fonte di reddito preziosi per la pastorizia e per il contributo energetico importante per la vita nel secolo scorso. È bruciato anche un bosco nato da un rimboschimento realizzato intorno agli anni ‘50 dalla cui storia ci raggiungono insegnamenti di cui ancora oggi fare tesoro. Renato Bartolo Liberti, per tutti il collocatore, era l’allora responsabile dell’Ufficio di collocamento, adesso centro per l’impiego, che reclutava i lavoratori per il rimboschimento, realizzato purtroppo con specie non autoctone. Questa attività, oltre che dare “verde” al Morrone bruciato nella scorsa estate, distribuì reddito alle famiglie di lavoratori segnati dalla disoccupazione e dalla miseria post bellica. Ancora vengono ricordate quelle vicende e di quanto si potesse essere solidali anche verso chi, segnato nel corpo, non riusciva a garantire un’attività profittevole. Del resto si partiva a piedi all’alba per essere in quota ed iniziare presto a rimboschire. Chi deambulava con difficoltà. … arrivava tardi, quasi ad ora di pranzo e quindi poche ore di lavoro e si era già nella condizione di dover tornare a valle. Ciononostante ci si aiutava e si tollerava chi poteva dare di meno, il collocatore per fortuna non faceva distinzioni e permetteva a tutti di avere quel misero reddito, anche al… Panfiluccio ( Pampnucc’) di questo esempio.

Monte Morrone, prima dell’incendio. Foto Luciano e Guido Paradisi

Oggi le cronache, seppur in condizioni di miseria economica diversa, registrano nelle assunzioni metodi censurabili come il continuo ricorso ad aggiramenti delle graduatorie dei centri per l’impiego per garantirne altre di tipo clientelare. Anche dal Monte Morrone devastato e dalla sua storia possono arrivare argomenti utili alla riflessione.
Siamo tornati sul Morrone, e con noi potrà farlo virtualmente anche chiunque guardi gli scatti di Luciano e Guido Paradisi ci propongono.
È ormai trascorsa la fase emotiva durante la quale, amministratori in testa, un gran numero di addetti e volontari si sono impegnati per contrastare la forza devastante del fuoco. Probabilmente se si fosse stati tempestivi, se ci fosse stata volontà e sostenibilità per programmi di prevenzione adeguati, non sarebbe stato necessario raccontare storie di devastazione ed abnegazione come questa. Con l’emotività è anche terminata la fase dei se e dei ma e resta da attendere la conclusione delle inchieste sulle quali il pm Giuseppe Bellelli sta lavorando.

Sul Monte Morrone dopo l'incendio e la prima nevicata
Sul Monte Morrone dopo l’incendio e la prima nevicata. Foto Luciano e Guido Paradisi

Le foto e la vista del disastro che si è consumato sono impietose. Mostrano una profonda devastazione, ma anche una lettura che consente di sperare che la forza della natura, contraria alla devastazione, possa reagire consentendo nel giro di pochi anni il tornare di flora e fauna dello stesso splendore precedente. Adesso la vista impatta con il…nero delle ceneri e della legna arsa; con ancora altro nero a varie sfumature ad impersonare il lutto che la natura veste dopo la delittuosa e negligente opera degli umani. Impressionanti i cerchi grigi lasciati dai numerosi grandi arbusteti di ginepro arsi nel mese di fuoco.

Monte Morrone, quel che resta dei ginepri. Foto Luciano e Guido Paradisi

Ex alberi adesso file di “pali”, ormai senza vita, condizione alla quale sono ridotti distese di alto fusto rimaste in piedi a voler impersonare la spettralità della loro condizione. Stesso impatto lo si ha dall’altra vegetazione, quella ormai a terra perché divelta dalla vecchie slavine. Sono rimasti aggrediti dal fuoco nella loro anima interna, lasciando un lungo tronco cavo ed annerito quasi a voler difendere il fuoco dai getti di chi tentava lo spegnimento.

I tronchi di albero bruciati nel loro interno
Il fuoco aggredisce i tronchi nell’anima. Foto Luciano e Guido Pradisi

La vista di quel che resta dice anche che la gestione dell’emergenza un qualche risultato lo ha portato: la bonifica della zona intorno al rifugio Colle delle Vacche ci riconsegna adesso una struttura annerita ma che ha retto. Ci danno prova che le linee frangi fuoco realizzate, se non risolutive hanno aiutato non poco il rallentamento dell’avanzare del fuoco anche se adesso rappresentano un pericolo di tipo idrogeologico per la facilitazione di convogliare a valle acqua e detriti.

Il rifugio sul Monte Morrone integro circondato da alberi bruciati
Monte Morrone, il fuoco ha risparmiato il rifugio. Foto Luciano e Guido Paradisi

Queste attività, seppur condotte sempre incalzati dall’avanzare delle fiamme e dalle esplosioni di ogni nuovo albero resinoso interessato dalle fiamme, consentirono di predisporre un’altra linea frangi fuoco a ridosso dell’abitato di Roccacasale che poi non fu sorpassata. Hanno anche questi eventi lasciato belle pagine di sensibile azione di volontariato, qualche stupida strumentalizzazione che non fa onore a chi l’ha esercitata, ed il solito balletto di attribuzioni di responsabilità ed assunzioni, al contrario, di meriti a volte indirizzati verso la direzione sbagliata.

Ora però è il tempo di passare al dopo; ad una gestione che necessita di competenze alle quali sicuramente avrebbe dato un insostituibile illuminato contributo il generale della Forestale Guido Conti recentemente scomparso. Iniziative in questo senso sono già partite; si ipotizzano la costituzione di associazioni temporanee di scopo tra i Comuni interessati. Si spera che, in modo congiunto, si possano ottenere finanziamenti e sostegni utili a consentire opere per la prevenzione del dissesto ambientale attraverso la realizzazione di opportuni piani forestali. Anche da riunioni in ambito regionale si attendono lumi.

Al momento abbiamo un suolo coperto di cenere: quello dei prati in quota, che ha oltrepassato la cima per interessare il versante della Valle dell’Orta, e quello che una volta era una superficie boschiva del versante Peligno. La cenere, prima di essere slavata dalle piogge, impermeabilizza il suolo facilitando lo scivolamento di acqua e fango, verso valle. Successivamente anche l’humus con gli altri detriti saranno trasportati in basso. Si ha anche una minor protezione delle strade di montagna a valle dal rischio valanghe e caduta massi che le basse temperature ed il fondo calcareo dei canaloni potranno facilmente provocare. Tuttavia sarà bene non reintegrare la vegetazione con operazioni di rimboschimento: in pochi anni vi provvederebbe la natura.

Rinascita del bosco dopo la valanga. Foto Luciano e Guido Paradisi

L’ambiente, oltre a garantire lo sviluppo di solo specie autoctone, assicura per il futuro una mancanza di speculazione da parte dei piromani che non avrebbero necessità di bruciare per poter mettere mano ai fondi per i rimboschimenti successivi. Da esperti consultati sembrerebbe però che non sussistano pericoli per le abitazioni e le strade comunali e provinciali a valle. La loro distanza induce a pensare con un certo grado di sicurezza. Inoltre una certa ripresa della vegetazione già la si può osservare.
Emidio Maria Di Loreto

Le foto, compresa quella di copertina, sono di Luciano e Guido Paradisi www.tripsinitaly.it

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