Il non-Teatro: parlano i protagonisti

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È da una settimana che le sale e i palcoscenici sono vuoti.
Mi manca quel rito sociale e dell’anima che mi fa condividere idee e emozioni con i miei concittadini.
Non potendo recensire alcuno spettacolo parlerò del non teatro. Quale modo migliore per farlo se non dialogando con la gente di teatro, per capire che cosa sta succedendo.
Il primo a rispondere al mio invito è stato Federico Parenti, responsabile della programmazione del Teatro Parenti, che si è espresso in modo chiaro e esaustivo.
Siamo chiusi. Abbiamo fermato l’attività in sede e purtroppo anche l’attività esterna. Quindi stiamo perdendo tantissimi soldi. Quantificare la cifra non è facile perché ci sono tantissime voci che compongono la perdita. Ci sono sicuramente gli incassi degli spettacoli che non sono andati in scena, e andranno restituiti al pubblico. Sono state cancellate le piazze di Genova e Bologna.
Gli affitti di sala vengono meno. Sono stati annullati tre affitti. È stato cancellato Il Salone del mobile, che aveva una programmazione di tre settimane a teatro, e così via. Poi c’è il fermo struttura. In un teatro multisala rispetto a un teatro mono sala, l’impatto è moltiplicato esponenzialmente. È difficile fare una quantificazione. Perché la situazione è in evoluzione. Dobbiamo capire, innanzitutto quando riapriranno i teatri, e in secondo luogo che cosa succederà al pubblico una volta che i teatri saranno riaperti.

Ma il problema come ha ben chiarito Federico Parenti non è solo relativo alle strutture teatrali. C’è anche un problema di maestranze.
Stiamo aspettando di capire con i sindacati quali misure verranno attuate a livello centrale, a livello nazionale, per aiutare il settore. Potrebbero essere iniziative che consentano di non pagare le tasse, di avere la cassa integrazione, di avere un anticipo sui fondi del ministero.
Pagare gli stipendi al personale interno e agli scritturati, se non ci sono più entrate, diventa un problema molto grosso.

Ma il problema ha giustamente osservato il responsabile alla programmazione del teatro Parenti non è solo interno, riguarda anche i rapporti con l’estero, le relazioni internazionali.
Avevamo una compagnia che arrivava dagli Stati Uniti d’America che, nell’incertezza di sapere se il teatro fosse aperto meno, non è potuta partire. Soprattutto c’era l’incertezza di sapere se poi sarebbero potuti rientrare nel loro paese senza difficoltà.

Nel salutarci Federico Parenti ha voluto sottolineare altre due questioni, sollevate dalla direttrice del teatro, Andrée Shammah.
Per la nostra società un teatro chiuso rispetto a un teatro aperto fa una differenza enorme. E soprattutto, l’esperienza dello spettacolo teatrale dal vivo non è la stessa cosa del video. Quindi, per quanto vogliamo dare segnali nel mandare gli spettacoli in streaming, l’esperienza dello spettacolo dal vivo è insostituibile.

Che nell’ambiente teatrale la preoccupazione sia viva lo dimostrano anche le Parole di Anna Chiara Altieri, responsabile organizzativa di ATIR, Teatro di Ringhiera.
Noi siamo una compagnia. Ma ovviamente questa chiusura sta avendo un effetto anche su di noi. Ovvero l’annullamento di alcune repliche che erano state programmate in questa settimana, non a Milano ma in varie regioni. Ovviamente con un danno economico ingente.
Sono saltate le piazze di Emilia Romagna, Veneto, Friuli.
Nell’incertezza molti teatri stanno cancellando le date anche da qui a un mese. Credo che per tutti l’obiettivo sia quello di poter recuperare queste date in futuro. Ci si sta sforzando. Ma temiamo che questo non sarà possibile su tutte. Siamo nel momento dell’anno più corposo a livello di stagione teatrale. In particolare stavamo distribuendo molto lo spettacolo: Le allegre comari di Windsor, che stava facendo una bella e corposa tournée. Ora è tutto bloccato. Questo ovviamente ci sta preoccupando molto.

Anna Chiara Altieri non si lascia prendere dallo sconforto, nel raccontarmi quello che ATIR sta cercando di fare per mantenere il contatto con il proprio pubblico. Per non arrendersi e reagire alle difficoltà di una stagione compromessa. Ha una visione chiara, come del resto indica il suo nome.
Da un lato stiamo cercando di lavorare al meglio con tutti i teatri che si sono resi disponibili a recuperare le date. Quindi abbiamo chiesto a tutti i nostri tecnici e attori di lavorare con la massima sensibilità, a volte facendo un po’ di salti mortali, negli incastri dei propri calendari. Con l’obiettivo di andare compatti al tentativo di recuperare le date. Abbiamo lanciato, un po’ per riempire il vuoto che si è creato, un’iniziativa sui social: fare una sorta di piccolo palinsesto teatrale online, e mandare ogni sera un integrale dei nostri spettacoli. Devo dire che io stessa mi sono stupita del successo dell’iniziativa. Evidentemente raccoglie il consenso delle persone che in questo momento si sentono un po’ messa all’angolo.
Questo ovviamente non risolve nessun tipo di problema né occupazionale né economico.

No. Il problema non si risolve con queste iniziative. Però resta un tentativo encomiabile di dare voce alla cultura, al piacere, al bello, che se non risolvono, aiutano a ricordarci di essere umani.
Che del resto il comparto del teatro sia un settore fragile è ancora una volata Anna Chiara Altieri a ricordarcelo.
Il nostro settore è un settore atipico, pieno di lavoratori intermittenti, di lavoratori precari. A volte ci sono addirittura molti attori o artisti che si configurano come lavoratori autonomi. Quindi, davvero senza una copertura di tipo previdenziale alle spalle. La richiesta che sta facendo il settore è di creare in qualche modo un fondo di tutela. Da un lato per le imprese teatrali, ma dall’altro per i lavoratori, gli attori e le maestranze. Sono due problemi che sembrano contrapposti. Ma spesso nel nostro settore l’impresa e il lavoratore sono abbastanza allineati.

Alla fine la direttrice organizzativa di ATIR ha concluso con un tocco di ironia.
È come una Quaresima. Una volta i teatranti venivano fermati durante la Quaresima. Non si poteva lavorare. Da cui nasce la superstizione del colore viola, che era il colore dei paramenti sacri dei sacerdoti durante la Quaresima. Per il teatrante significava fame.
Devo dire che ci troviamo in una nuova Quaresima.

Che dire? Non c’è proprio pace per i teatranti.
Comunque le cose oggi sono migliorate.
Un tempo gli attori non venivano seppelliti neanche nei cimiteri.

Contro la quaresima imposta dall’ordinanza di chiusura dei teatri, causa coronavirus, si indirizza la rabbia di Marcello Corvino, della Corvino Produzioni.
Probabilmente è la stessa indignazione che, insieme a una forte passione civile, lo ha portato a produrre lavori come È stato morto un ragazzo, con cui ha vinto il Davide di Donatello nel 2011.
È un fiume in piena Marcello Corvino. Porta a vanti un ragionamento politico. Perché quello del coronavirus non è soltanto un problema sanitario. È innanzitutto un problema politico, di gestione della res publica.
Per noi uomini di teatro, cinema, e cultura ovviamente è una iattura, perché le restrizioni hanno colpito il mondo della cultura, il mondo del sapere, e il mondo della conoscenza.
I supermercati continuano ad essere aperti, le metropolitane… È stato chiuso ciò che questa comunità ritiene superfluo: la cultura e la conoscenza, che invece nelle società civili sono l’essenza.
Noi per una influenza l’abbiamo fermato il paese e creato una psicosi.
Non si chiude una nazione per un’influenza. Ci si attrezza, ci si adegua.

Ma come ci ricorda il responsabile del Teatro Parenti è inutile che ora ci sostituiamo alla comunità scientifica, è giusto che ci dicano loro cosa fare.

La passionalità di Marcello Corvino si accompagna a una riflessione che è bello ascoltare in un’epoca insipiente, dove il massimo del ragionamento è legato al prezzo dell’amuchina o delle mascherine. Alla domanda se intraveda qualche alternativa Marcello Corvino risponde scorato.
Purtroppo non ho soluzioni alternative, anche perché non ci può essere un’alternativa a quello che c’è di più umano, cioè incontrarsi, scambiare opinioni, trovarsi in un posto per ascoltare, per imparare. Queste cose ce le hanno insegnate i greci. Si incontravano per ascoltare nell’agorà coloro che trasmettevano il piacere del sapere. Non riesco a trovare un’alternativa a questo.
Per esempio l’idea di fare i musei in streaming. Io combatto questa società dove stai a casa e tutto il mondo è a casa tua. Perché ti toglie quello che è fondamentale nella nostra comunità, lo scambio umano.
Siamo diventati degli esseri presuntuosi, folli. Ci crediamo onnipotenti, crediamo che vivremo per sempre. Invece no. Ci ammaliamo e moriamo. Bisogna prendere atto che siamo esseri molto deboli. E soprattutto dobbiamo prendere atto del fatto che i batteri e i virus esistono da quando è nata la terra. Noi non siamo superiori ai virus.

Nelle parole di Marcello Corvino ritrovo anche un ammonimento.
Non rinunciate alla vita. Non rinunciate a quello che è fondamentale, la conoscenza, la cultura, l’incontro con gli altri esseri umani, ai punti di socializzazione. Non dobbiamo rinunciare a questo.
Noi siamo animali sociali e il teatro è fondamentale insieme alla scuola.
Non dobbiamo rinunciare a quello che ci distingue come esseri umani.
Ecco. Quello di oggi è un articolo sul non teatro.
L’augurio è che domani non si debba parlare di altri non.
L’augurio e la speranza è che tutti, persone comuni, scienziati, politici, uomini di cultura, prendano un bel respiro e guidino le loro azioni all’insegna del bene comune, non degli egoismi privati e dei like pubblici.

Gianfranco Falcone

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