Il pianismo di Craig Taborn dal vivo: un’occasione mancata

pianoforte
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Craig Taborn, cinquantaduenne pianista jazz di Minneapolis, è considerato da vari critici e osservatori come uno dei più grandi interpreti dello strumento di quest’epoca. Così è stato presentato il 9 ottobre scorso anche a Milano quando, nell’ambito della rassegna JazzMI, è stato protagonista di un concerto in piano solo, molto partecipato, presso il teatro Triennale.

Considerate le premesse, però, la serata è stata alquanto deludente.
L’idea sembrava essere quella di proporre un concerto quasi totalmente improvvisato partendo, come lo stesso Taborn ha dichiarato prima dell’inizio, dal celebre brano But not for me, scritto da George e Ira Gershwin per il musical Girl Crazy del 1930. Un brano suonato da quasi un secolo in tutto il mondo e divenuto uno standard, cioè un classico del repertorio jazzistico, proposto, tra gli altri, da pianisti, trombettisti, sassofonisti e cantanti del calibro di Bill Evans, Red Garland, Billie Holiday, Chet Baker, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Sonny Rollins e Keith Jarrett. E proprio a Jarrett, inevitabilmente, è andato il primo pensiero. Infatti è a lui, fermo dal 2018 per le tragiche conseguenze di due ictus, che si devono dagli anni Settanta centinaia di concerti improvvisati in piano solo, figli del suo incredibile talento rivoluzionario, divenuti quasi un genere a sé nel panorama jazzistico mondiale e, nel tempo, “stimolati” dal produttore tedesco Manfred Eicher, capace e influente fondatore della casa discografica ECM, la stessa di Taborn.

Per quasi tutto il concerto, durato poco meno di un’ora e mezza e composto da sette parti di diversa durata, Taborn ha riprodotto in modo ossessivo, con un suono pestato e privo di profondità, cellule ritmiche per lo più immobili dal punto di vista armonico (cioè scevre di qualsiasi sviluppo), limitandosi in un paio di circostanze a dimostrare di sapere suonare bene il pianoforte dal punto di vista tecnico attraverso l’utilizzo di alcuni veloci scale ma regalando, in tutto, quattro o cinque frasi “di senso compiuto” capaci di uscire da una ripetitività talmente pesante da risultare, per lunghi tratti, irritante.

All’inizio Taborn era sembrato partire da elementi tradizionali mostrando, al fianco di un’anima blues, di gradire il vecchio Ragtime. Ma, rapidamente, si è orientato verso una sorta di stasi aggravata dal costante utilizzo delle note alte spesso ribattute con la mano destra, col risultato di peggiorare l’atmosfera sonora rendendola, a tratti, quasi metallica. Soltanto nella quarta parte del concerto, sia pure per pochi minuti, Taborn ha cambiato registro proponendo atmosfere diverse, più rarefatte e con una minore densità di note, facendo immaginare che qualcosa potesse cambiare. Ma, quasi subito, la mano destra ha ripreso a martellare nella regione più acuta del pianoforte, ribattendo le stesse note e componendo le medesime figure ritmiche, quasi senza soluzione di continuità. Taborn è sembrato poi allontanarsi dal jazz e spostarsi verso la musica classica contemporanea, senza tuttavia percorrere sentieri innovativi né stimolanti sotto alcun aspetto.

Non è bastato al musicista statunitense per correggere il tiro suonare, nella sesta parte, un brano della pianista Geri Allen (un chiaro riferimento per Taborn), prematuramente scomparsa nel 2017. Anche in questo caso è rimasto nel suo pianismo quel pesante senso di passività caratterizzato da un inutile affastellamento di note, privo di aperture verso terreni inesplorati e alieno da sorprese. Nella settima e ultima parte, la complessità del pianismo di Taborn è aumentata, con il risultato di rimarcare quel senso d’incompiutezza coerente con l’autentica e già rimarcata cifra di una serata quasi surreale: l’immobilismo, unito all’assenza di un qualsiasi momento di lirismo dato da linee melodiche coinvolgenti. La pregevole indipendenza ritmica delle due mani, che ha ricordato quella di Brad Mehldau (un gigante che ha rappresentato sì una cesura significativa nel jazz contemporaneo), non ha coinciso con una musica capace di emozionare e, nonostante questo, molto apprezzata dalla maggior parte del pubblico presente. Un pubblico quasi in cerca d’autore, si potrebbe azzardare, pronto a definire (ripetendo frasi fatte e parole vuote) bravissimo un pianista senz’altro valido tecnicamente, ma che sembra incarnare più un raffinato fenomeno commerciale che un artista veramente riconoscibile e di spessore, sia compositivo sia sonoro. Molti, considerata la “profondità” dei commenti ascoltati uscendo dalla sala, sono sembrati legittimamente coinvolti più dall’aver assistito a un evento che non dall’aver vissuto appieno un concerto quasi come se, paradossalmente, la musica non fosse la vera protagonista della serata.

Andrea Ricciardi

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