Il Piano di Pace di Trump ovvero la legge del più forte

Striscia di Gaza nel 2015
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Abu Mazen che, nei giorni precedenti all’annuncio si era reso indisponibile ad un colloquio telefonico con Trump, sabato ha usato parole forti contro il Piano di Pace di Trump e ha annunciato la rottura delle relazioni con USA e Israele. A respingerlo c’è stata anche la dichiarazione finale della riunione al Cairo della Lega Araba.
Un appoggio che, come spiega sul Manifesto Michele Giorgio, lascia il tempo che trova essendo la Lega Araba una «istituzione debole, decaduta da decenni, nota per decisioni mai attuate e controllata dall’Arabia saudita e i paesi satelliti, ossia da buoni alleati degli Usa. Martedì, all’annuncio del piano Trump, alcune delle monarchie arabe del Golfo, tra lo sgomento dei palestinesi, hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa della Casa Bianca. […] Non è un mistero che in alcune capitali del Golfo il piano Usa invece sia visto come una medicina amara ma necessaria per mettere fine al “problema palestinese” che ostruisce la strada verso le piene relazioni diplomatiche, politiche e militari con lo Stato di Israele. Relazioni che, in ogni caso, già avvengono dietro le quinte» [1]

Un Piano di Pace che la maggior parte degli analisti contestano e considerano un piano ingiusto per i palestinesi o peggio pericoloso e contrario al diritto internazionale.

Il Peace to Prosperity, questo il nome ufficiale del Piano di Pace dovrebbe essere firmato definitivamente dalle parti entro quattro anni. L’Accordo del secolo, lo definirei la truffa del secolo, consta di 181 pagine che potremmo riassumere in alcuni punti fondamentali:
– uno stato palestinese è previsto ma di fatto non lo sarebbe, perché non ci sono confini, non c’è contiguità territoriale, non si controlla lo spazio aereo e devono smilitarizzare;
– Israele ha come capitale indivisa Gerusalemme e viene lasciata ai palestinesi sono un’area periferica, Abu Dis e poco altro;
– Israele avrebbe la custodia dei luoghi sacri, con il diritto consentire formalmente agli ebrei la preghiera nella Spianata delle Moschee;
– Israele deve congelare gli insediamenti;
– i palestinesi non hanno il diritto al ritorno nel loro stato;
– Israele annette la fertile valle del fiume Giordano che rappresenta un 30% della Cisgiordania, i palestinesi ottengono poche aree desertiche nel Negev nei pressi del confine con il Sinai;
– in dieci anni verrebbero destinati 50 miliardi di dollari nei territori occupati anche se non se ne comprende bene la destinazione.

La Palestina del Piano di Pace

L’editoriale di Le Monde pone l’accento su fatto che il Piano è un atto di forza di un Presidente «indifferente a norme e valori» e si chiede a «quale diritto Washington può appigliarsi, dopo i precedenti di Gerusalemme e del Golan siriano, per attribuire una sovranità obbligata su un territorio che non è suo? Nessuno, se non quello autorizzato dal potere e dal comportamento degni di uno stato canaglia, osservato, in un altro registro, nel 2014, dall’annessione della Crimea da parte della Russia» [2].

Claudia De Martino, ricercatrice alla Mediterranean Universities Union, senza troppi giri di parole, commentando il Piano, conferma che la legge del più forte ha vinto e « per gli accordi di Oslo e la soluzione di pace a due stati il tempo è ormai scaduto […] ovvero la spartizione della Palestina mandataria in due stati per due popoli che vivessero liberamente fianco a fianco, non è più un’opzione percorribile. […]. La vittoria innegabile di Israele, che corrisponde alla situazione ormai prevalente da molti anni sul terreno e completamente ignorata dalle cancellerie internazionali e dall’ONU, significa l’incedere di un nuovo paradigma politico sul quale improntare un “accordo di pace” le cui condizioni sono, appunto, dettate da Israele» [3].

Ugo Tramballi, profondo conoscitore di quell’area e della storia del conflitto, dopo aver fatto una breve disamina dei vari tentativi di pace e del come gli USA non sono mediatori equidistanti conclude dicendo che l’accordo del secolo «come lo descrive Donald Trump nel suo tronfio egocentrismo. Più che un piano di pace, sembra un comizio per due elezioni: quelle del 2 marzo che Bibi Netanyahu deve affrontare in Israele (le terze in meno di un anno) e le presidenziali del 3 novembre negli Stati Uniti. E sembra anche un diversivo per due problemi fra il giudiziario e il costituzionale: l’impeachment per Trump e l’accusa in tre casi di corruzione per Netanyahu» [4].

Sul New York Times Nathan Thrall, autore di “The Only Language They Understand: Forcing Compromise in Israel and Palestine.”, spiega che il Piano di Trump è il risultato di quanto è andato accadendo in questi anni, dove la quasi totalità dell’establishment è stato dalla parte di Israele e, fatta eccezione per Bernie Sanders, non ci sono candidati che tengano conto seriamente delle ragioni dei palestinesi. È un piano che «offre a Israele la copertura per perpetuare quello che è noto come lo status quo: Israele come unico sovrano che controlla il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, privando milioni di apolidi le persone con diritti civili di base, limitando il loro movimento, criminalizzando i discorsi che potrebbero danneggiare l ‘”ordine pubblico”, incarcerandoli in “detenzione amministrativa” indefinita senza processo o accusa, e spodestandoli della loro terra – il tutto mentre i leader del Congresso, l’Unione Europea e molto altro del resto del mondo applaudono e incoraggiano questa farsa, esprimendo solennemente il loro impegno per la ripresa di “trattative significative”» [5].

Quando si dà per scontato, come sta accadendo da qualche decennio, che le ragioni del più forte sono quelle che scrivono i diritti e che decide della legalità internazionale oltre a perdere i palestinesi è il mondo intero a fare un enorme passo indietro.
Pasquale Esposito

[1] Michele Giorgio, “Abu Mazen: «Stop ai rapporti con Usa e Israele»”, https://ilmanifesto.it/abu-mazen-stop-ai-rapporti-con-usa-e-israele/, 2 febbraio 2020
[2] «Trump, Israël et la Palestine: la violence du fait accompli», https://www.lemonde.fr/idees/article/2020/01/29/trump-israel-et-la-palestine-la-violence-du-fait-accompli_6027638_3232.html, 29 gennaio 2020
[3] Claudia De Martino, “Israele-Palestina: così Trump archivia la soluzione dei due stati”, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-cosi-trump-archivia-la-soluzione-dei-due-stati-24969, 30 gennaio 2020
[4] Ugo Tramballi, “Perché gli USA non sono mai stati mediatori equidistanti”, https://24plus.ilsole24ore.com/art/medio-oriente-perche-usa-non-sono-mediatori-equidistanti-ACHAl3EB, 29 gennaio 2020
[5] Nathan Thrall, “Trump’s Middle East Peace Plan Exposes the Ugly Truth”, https://www.nytimes.com/2020/01/29/opinion/trump-peace-plan.html, 29 gennaio 2020

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