Il Pil in crescita non basta a far uscire il Brasile dalla crisi

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Il fatto che le stime (FMI) di crescita del Brasile per il 2018 siano ulteriormente aumentate con un incremento del Pil pari al 2,3% (nel 2017 un inconcludente +1%), non significa che il paese sia uscito dalla crisi. Perché la disoccupazione resta alta: l’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (Ibge, l’ente nazionale di statistica), ha stabilito che al 28 febbraio il tasso di disoccupazione era cresciuto al 12,6% contro il 12,2% del periodo novembre-gennaio. E continua a crescere con 13,7 milioni di senza lavoro in crescita rispetto al trimestre precedente anche se in calo in confronto allo stesso trimestre del 2017. Anche la popolazione occupata è in calo e dei 90,6 milioni di occupati quelli che lo sono a tempo indeterminato sono 32,9 milioni. La crisi è anche per una povertà che è aumentata e per una sperequazione tra le peggiori al mondo dove ad esempio sei persone guadagnano più di quanto guadagno 104 milioni di poveri.
La risposta alla povertà è spesso solo militare come dimostra l’occupazione, a tempo indeterminato, da parte dell’esercito brasiliano, qualche giorno fa, di 11 favelas della zona nord ed est di Rio de Janeiro dove vivono 1,5 milioni di persone che «secondo le forze dell’ordine dominate da narcos o da miliziani. Per questo motivo sono stati utilizzati blindati, carri armati e caterpillar per circondare ed entrare dentro le baraccopoli» [1].

Dal 31 agosto 2016, dopo la destituzione della Rousseff che è sembrata più un golpe dal guanto di velluto la presidenza è stata assunta dal suo vice, il liberale di destra Michel Temer, membro del Partito del movimento democratico brasiliano. È rimasto in carica anche quando gli arrivata la seconda incriminazione per associazione a delinquere e ostruzione alle indagini, dalla prima erano stati i deputati a salvarlo, nell’ambito dell’Operazione Lava-jato, lo scandalo che ha divelto tutto le barriere che nascondevano quello che tutti i brasiliani sapevano e vedevano, una corruzione diffusa e inchiavardata nel sistema politico-economico del Brasile.

Da allora sono iniziate le politiche liberiste fatte di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, incentivi alle esportazioni. Con il risultato che abbiamo visto da un punto di vista economico e senza nessun tentativo di riformare il sistema. Il Law Justice Programme (2017-2018) spiega come il Brasile continua ad essere ai più alti livelli di corruzione tra i funzionari degli enti governativi e con un costante abbassamento della tutela dei diritti fondamentali. Ma anche ad esempio il Supremo Tribunale Federale è composto da membri che restano in carica fino a 75 anni dopo che il Presidente della Repubblica li ha nominati. Di fatto una carica a vita.
Con l’unica eccezione della legge “Scheda pulita” per cui sono ineleggibili le persone con condanne definitive per corruzione, crimini politici, razzismo e narcotraffico, la mancata riforma del sistema politico-economico è stato un grave errore anche della presidenza Lula a cominciare dal fatto che esiste «un sistema elettorale proporzionale per l’elezione dei parlamentari e maggioritario a doppio turno per quella del presidente. Non c’è quasi mai stato un presidente con maggioranza propria in parlamento. I voti per governare si sono devono conquistare, o comprare, da sempre» [2].

Nel 2018 per racimolare investimenti e soprattutto risorse finanziarie ci saranno oltre 70 aste pubbliche, una vera e propria svendita, dove tra l’altro la partecipazione delle aziende cinesi sarà rilevante, consolidando un ruolo primaio della Cina nel paese [3].
Spesso questi investimenti avvengono poi a detrimento dell’ambiente e delle popolazioni indigene provocando disastri che porteranno un conto salatissimo a tutto il Brasile, pensando che l’Amazzonia ospita circa il 20% della biodiversità mondiale.
Comunque «il caso brasiliano resta emblematico della nascita di “enclave economiche”. Da più di 20 anni l’ecologo Philip Fearnside, ricercatore presso Instituto Nacional de Pesquisas da Amazônia (INPA) sostiene che lo sbilanciamento nella distribuzione di costi e benefici è evidente, restando il costo estrattivo in linea generale a carico esclusivo delle comunità locali. La strategia si rivela quindi per sua natura iniqua, giustificando da un lato lo sfruttamento di risorse in qualsiasi luogo in nome di un generico interesse nazionale, mentre il carattere top down degli interventi, con assenza di partecipazione dal basso (o con partecipazione fittizia) rende il processo di sviluppo estremamente sbilanciato. E così i poli di estrazione e le centrali di energia diventano, come denunciava la geografa e urbanista brasiliana Berta Becker, un lasciapassare per l’occupazione rapida e sconsiderata dell’Amazzonia» [4].
Il progetto di ricerca AguaSociaL – Water Related coordinato dall’Università degli Studi Roma Tre, ha cercato di valutare l’impatto socio-economico di alcuni progetti di interesse nazionale implementati nello Stato Federale del Pará. Su 27 municipalità interessate da grandi centrali idroelettriche, Il risultato è inequivocabile: «più si va avanti con gli anni, e nonostante l’aumento del reddito, maggiore è la vulnerabilità alla povertà. […] Tutte le 27 municipalità hanno trend non incoraggianti, ma le municipalità a valle della centrale idroelettrica di Tucuruí sono le peggiori, a dimostrazione che investimenti energetici di interesse nazionale possono trasformarsi da opportunità in minaccia per un’area che, all’atto pratico, ha performance al di sotto della media non soltanto dello Stato, ma anche dell’intera Federazione» [5].

A ottobre ci saranno le nuove elezioni presidenziali e tra i candidati (già 20) che dovranno avere il via libera dal Tribunale elettorale forse non ci sarà Lula che è agli arresti con un provvedimento del tutto anticostituzionale «dal momento che, secondo la Costituzione, l’arresto è possibile solo una volta che siano stati esauriti tutti i possibili ricorsi processuali» [6] e «le prove presentate nel primo processo e poi in appello siano state insufficienti per determinare che Lula abbia effettivamente ricevuto il famoso attico di Guaruja della ditta OAS. Anche perché, particolare non da poco, Lula non ha mai ricevuto quell’appartamento» [7].
Pasquale Esposito

[1] “Speciale difesa: Brasile, esercito occupa 11 favelas di Rio de Janeiro a tempo indeterminato”, https://www.agenzianova.com
[2] Emiliano Guanella, “Appunti sul caso Lula”, http://www.radiopopolare.it, 10 aprile 2018
[3] Sul ruolo della Cina in Brasile cfr. Elena Poddighe, “La rivoluzione silenziosa della Cina in Brasile”, https://www.ilcaffegeopolitico.org/, 24 aprile 2018
[4] Martina Iorio, Salvatore Monni e Barbara Brollo, “Il rilancio insostenibile dell’economia brasiliana”, http://sbilanciamoci.info, 26 aprile 2018
[5] Martina Iorio, Salvatore Monni e Barbara Brollo, ibidem
[6] Claudia Fanti, “Stédile: «Un Brasile iniquo e instabile è l’obiettivo di borghesia e Usa»”, https://ilmanifesto.it, 6 aprile 2018
[7] Emiliano Guanella, ibidem

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