Il popolo di legno di Emanuele Trevi

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Quella di Pinocchio è una storia che conoscono davvero tutti: genitori pazienti e, presumibilmente, annoiati, la tramandano da generazioni ai propri bambini come fosse una tradizione sacra; figli trasognati se la sentono ripetere divertiti, anche se, talvolta, pure una semplice favola può rivelarsi una minaccia incresciosa. Eppure, il racconto di Collodi non smette mai di stupire, anzi incanta, intriga, affascina e, grazie alla sua ironica varietà, ai suoi personaggi stravaganti e ai suoi ambienti fantastici, consente di giungere, ogni volta, a una nuova interpretazione.

Deve essere nata così, con un pizzico di fantasia e innocente curiosità, la suggestiva rilettura della storia di Pinocchio realizzata da Emanuele Trevi nel suo ultimo libro, Il popolo di legno. Un romanzo certamente accattivante, a tratti divertente, a tratti cinico e spietato, che si presenta come una fiaba, ma che in realtà scava in fondo alla natura umana, la quale tuttavia conserva il suo carattere onirico, in cui balocchi, animali parlanti e alberi magici costituiscono pur sempre una lucida – e amara – rappresentazione. Trevi giunge in maniera indiretta, ma non per questo meno efficace, a un’elaborazione di questo tipo, affidando l’interpretazione del racconto ai monologhi del Topo.

Il Topo è forse il vero protagonista del libro, o perlomeno quello che maggiormente seduce il lettore. In realtà, di speciale, il Topo non sembra avere davvero nulla: ama la riflessione per il semplice gusto di divagare con il proprio intelletto, senza direzione; vive un’esistenza normale, addirittura anonima; si lascia vivere, in maniera nichilista e indifferente. Tuttavia, c’è una cosa che adora fare e che gli riesce particolarmente bene: parlare. Ma, si badi bene, anche in questo caso senza un apparente punto d’approdo. L’eloquenza è una caratteristica che lo contraddistingue fin da bambino ed è probabilmente l’unico aspetto che è riuscito ad affinare durante un seminario religioso mai portato a termine e che continua gelosamente a conservare. Così, quando finalmente si concretizza la possibilità di condurre un programma radiofonico sulle avventure di Pinocchio, per il Topo è il momento della definitiva consacrazione. Da questo momento in poi, diventa il profeta di un’umanità vuota, ingenua, credulona: di legno, appunto, come il più famoso dei burattini.
Nella finzione del libro, Pinocchio rappresenta l’eroe, colui che non cede all’omologazione, colui che alla cultura imposta preferisce una libertà evasiva, colui che, nella sua corruttibile inesperienza, nasconde la sua docile purezza. Così, il fatto che non vada a scuola non è da condannare, non è sintomo di insufficienza e superficialità, ma è addirittura simbolo di una ribellione positiva, di una presa di coscienza netta e consapevole, di un rifiuto lucido e critico nei confronti di una catalogazione culturale. Il Topo, in uno dei suoi bizzarri sproloqui, arriva a sostenere che “le scuole non sono fatte di banchi e di lavagne, ma di parole. […] E’ una valanga di parole che intende farci credere, e alla fine ci riesce, di sapere meglio di noi chi siamo…”: un’opposizione evidente, questa, verso un sapere dogmatico, manipolatore e persino invadente. In questo insolito ribaltamento di ruoli e prospettive, Lucignolo diventa un personaggio positivo, addirittura da prendere come esempio e non da destinare agli Inferi. Egli, infatti, sottrae Pinocchio dalla scuola – intesa come rigido e passivo indottrinamento psicologico – per consegnarlo al Paese dei Balocchi, dove regna la libertà, il divertimento, l’appagamento, la vitalità e la spensieratezza. Tuttavia, l’opera di Collodi si compone di tanti altri interessanti elementi: il Grillo-parlante sapiente e ammonitore, una sorta di angelo custode del vivace Pinocchio; la Fata Turchina, saggia e protettiva come una mamma; il Gatto e la Volpe, simboli di menzogna e avida cupidigia. Parallelamente, il libro di Trevi presenta una serie di ulteriori personaggi quanto mai sorprendenti: il Delinquente, amico di vecchia data del Topo, con cui condivide un’infanzia difficile e poco altro; Rosa, la compagna di una vita del protagonista, timida e sensibile, rimasta stregata, come tutti, dagli occhi neri del Topo, così intensi e “circondati da una corona di ciglia lunghissime”; e poi, inevitabilmente, il popolo di legno, che venera e segue il Topo come fosse un Dio.

A dar compattezza a questo quadro così variegato e complesso, è certamente la scrittura di Trevi: una scrittura fluida, dolce e delicata, che sa coniugare perfettamente poeticità e mistero. Lo scrittore non dice, ma lascia intendere, in un linguaggio non criptato, ma certamente celato tra le righe e, proprio per questo, decisamente coinvolgente. E come il Topo ammalia i suoi ascoltatori, allo stesso modo Trevi seduce i suoi lettori, come fossimo anche noi burattini perennemente legati a fili che qualcuno muove a suo piacimento.
Fusti di legno che si affannano nel frenetico, tumultuoso e inspiegabile mondo dell’esistenza umana. Perché in fondo questo siamo, da secoli.

Lorenzo Di Anselmo
Emanuele Trevi
Il popolo di legno
Einaudi 2015
pagg. 192
€ 18

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