Il premier Abe continua nella strategia di superamento del pacifismo giapponese

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Lo chiama “pacifismo pro-attivo”, un altro di quegli eufemismi che spesso vengono usati per provare a nascondere il senso reale delle parole. Il premier giapponese Shinzo Abe da quando, nello scorso dicembre, ha vinto le elezioni ha ripreso a spingere sull’acceleratore per una politica estera sempre più nazionalista, esibendo i muscoli, e sulla modifica delle leggi che consentano all’esercito di Tokyo l’uso delle armi al di fuori del proprio territorio, nonostante la Costituzione ancora sostanzialmente pacifista.

Giappone cupola della bomba a HiroshimaGiappone, Hiroshima. Cupola della bomba atomica. Foto Vaccaro

Tra la fine di gennaio e il 1 febbraio di quest’anno due cittadini sono stati barbaramente uccisi dai miliziani dell’Isis che considerano oramai parte in causa anche il Giappone per il suo sostegno alla campagna contro il terrorismo. Come accade anche da queste parti, la paura è stata strumentalizzata per continuare a sostenere l’urgenza e la necessità di quelle leggi che dovrebbero autorizzare l’intervento dell’esercito del Sol Levante.
«Ma se le tensioni con Pechino e Pyongyang hanno implicazioni immediate per la sicurezza  del Giappone, il sostegno alla campagna contro lo Stato islamico e la promessa di 200 milioni di dollari in aiuti umanitari sono sembrati ad alcuni analisti inutilmente aggressivi e provocatori»  [1].

L’attivismo sul piano diplomatico-militare, in particolare in funzione anti-Cina nelle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale, ha portato prima ad iniziative per aumentare la cooperazione militare con le Filippine e Vietnam e più di recente ad un patto di difesa con l’Indonesia. Da questo accordo ne viene fuori anche l’apertura a maggiori sbocchi per l’industria militare giapponese e in generale alla presenza nipponica nell’area sempre più strategica dopo le crisi dei mercati americani e europei in particolare.
Anche con la Corea del Sud i rapporti sono stati inaspriti perché Tokyo continua ad insistere sulla supremazia giapponese sugli scogli che formano il piccolo arcipelago delle Takeshima/Dokdo nel Mar cinese orientale che al di la di questioni storiche sono pretese per ragioni strategiche (sono a duecento chilometri dalle coste dei due paesi) e la potenziale presenza di idrocarburi.
Questo attivismo in tutta l’area è ben visto da Washington che vede nell’alleato un valido aiuto nel contrastare l’avanzata della Cina. Per rendere operativa questa politica estera oltre ad aumentare le spese militari il premier deve, come dicevamo cambiare la legge. A maggio, in Parlamento è stata avviata la discussione della nuova legislazione sulla sicurezza nazionale che consentirebbe di applicare, estendendolo fuori della nazione, il diritto all’autodifesa collettiva, se richiesto da uno Stato alleato aggredito.
L’approvazione di questa legge entro Agosto il premier l’ha promessa direttamente al presidente Barack Obama.

Il premier ci provrà anche con i giovani dopo aver fatto approvare la riforma elettorale che porta da 20 a 18 anni il diritto di voto.

Nonostante questi continui tentativi l’approvazione della legge e la conseguente riforma della Costituzione deve superare gli ostacoli di un’opposizione piuttosto forte. Da una parte una numerosissima schiera di avvocati giuristi e costituzionalisti si sono espressi negativamente sulla costituzionalità della legge. Dall’altra la maggioranza dei giapponesi non condividerebbe questa scelta. Infatti un recente sondaggio della TV giapponese mostra un calo della popolarità del premier, ora al 41,1% e un 63,7% del campione che si oppongono a questa legge che, tra l’altro, per l’80% circa agli intervistati risulta non spiegata chiaramente dal governo [2].
Di fatto ci troviamo di fronte al paradosso che  «questa posizione, dominante a livello popolare, non è sufficientemente rappresentata in parlamento, dove la maggioranza, schiacciante, è detenuta dal Partito liberaldemocratico del primo ministro Shinzo Abe. Dalla sua, Abe ha i numeri — strappati alle ultime elezioni vinte con una partecipazione elettorale bassissima (poco più del 50 per cento) — e la sicurezza del proprio posto» [3].

Senza dimenticare che c’è un’opposizione anche molto determinata sulla presenza dei militari statunitensi in particolare ad Okinawa che ospita 27.000 dei 50.000  soldati di base in Giappone e dove il piano di ricollocazione approvato dai due governi nel 1996 non decolla.
Pasquale Esposito

[1] Justin Mc Curry, “Abe e le conseguenze della crisi degli ostaggi”, Internazionale, 6 febbraio 2015, pag. 28. Traduzione  da The Guardian.
[2] Justin McCurry, “Japanese PM’s plan to allow troops to fight overseas angers voters”, www.theguardian.com, 15 giugno 2015
[3] Marco Zappa, “Giappone – Al governo non piace discutere”, www.china-files.com, 17 giugno 2015

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