Il primo volo umano nello spazio e l’eredità di Jurij Gagarin

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Il 12 aprile 1961 il mondo riceve la notizia che un uomo, il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin, per la prima volta aveva orbitato intorno al globo, rientrando incolume al suolo.

Jurij Gagarin
Jurij Gagarin

Nel mondo della guerra fredda, della mutua minaccia di olocausto nucleare, l’Unione Sovietica ribadisce la sua superiorità spaziale, affermata solo pochi anni prima con il primo satellite artificiale della Terra, lo Sputnik.
Ma come si era arrivati a far volare un uomo nello spazio, e che cosa lascia all’umanità quell’impresa 60 anni dopo?

L’inizio dell’era spaziale

La seconda guerra mondiale si era chiusa con l’applicazione militare di due nuove tecnologie, la bomba atomica e i missili con propulsione a razzo.
Dopo circa dieci anni queste tecnologie erano giunte ad integrarsi, e iniziavano ad apparire i primi missili strategici intercontinentali.
Con essi la teoria bellica della mutua distruzione fra le due superpotenze, che aveva creato una situazione di stallo, impedendo di fatto una guerra nucleare totale e la fine della civiltà umana. Stati Uniti e Unione Sovietica avevano dunque fatto ricorso nel loro confronto a guerre locali con armi convenzionali, nelle quali erano intervenute militarmente o con i propri arsenali, e ad una forte attività propagandistica della rispettiva superiorità.

Nel campo spaziale i rispettivi progressi erano stati affidati a due persone in particolare, due scienziati, manager, visionari, che hanno imposto i propri sogni, portando l’uomo nello spazio e sulla luna.

Gli USA hanno affidato la corsa ai razzi e allo spazio al tedesco Wernher Von Braun, colui che poco prima aveva dato alla Germania nazista i missili V1 e V2, i mezzi che verso la fine della guerra in Europa avevano fatto intravedere le loro potenzialità distruttive. Gli americani presero prigionieri gran parte degli scenziati e tecnici che li avevano costruiti, e si impadronirono, in aspra competizione con i sovietici, di parte dell’arsenale missilistico nazista, usandolo poi dopo la guerra per i primi esperimenti, con l’aiuto proprio di quegli scenziati.

In Unione Sovietica la ricerca sui razzi era già attiva prima e durante la guerra; dopo la guerra, e dopo essere sopravvissuto a un periodo di prigionia in Siberia, si impose come capo del settore missilistico spaziale Sergej Korolev. Anche lui, come Von Braun, aveva il “sacro fuoco” dello spazio, sognava di conquistare la Luna e i pianeti del sistema solare, ma allo stesso tempo era un organizzatore e un motivatore, capacità fondamentali, visto che per arrivare ai risultati sperati erano necessarie enormi organizzazioni di progettazione e produzione, e gigantesche quantità di denaro.
Entrambi riuscirono a convincere della necessità delle imprese spaziali i rispettivi decisori politici, e a farsi finanziare adeguatamente.

R-7 Semyorka
Di Alex Zelenko, CC BY-SA 4.0, Collegamento

Korolev riuscì per primo a produrre dei lanciatori abbastanza potenti da poter inviare in orbita terrestre prima lo Sputnik, e successivamente le astronavi pilotate Vostok e Voshkod, come anche le sonde verso la Luna, Marte e Venere. Il lanciatore derivava direttamente dal missile balistico R-7, setto Semyorka, i cui successori volano ancora verso lo spazio come lanciatori Soyuz.

Von Braun invece scontò inizialmente le peggiori caratteristiche dei lanciatori americani, per poi rifarsi abbondantemente nella corsa verso la Luna con lo sviluppo del razzo Saturn V.

La morte di Korolev e Von Braun, fine della corsa allo spazio?

Purtroppo Korolev non poté rispondere completando lo sviluppo dell’omologo razzo N-1, in quanto morì prematuramente nel 1966 nel corso di un intervento chirurgico, e i suoi successori non ebbero le sue stesse capacità, politiche ed organizzative, per proseguire i suoi successi spaziali.

Anche la morte di Von Braun nel 1977 ha lasciato gli Stati Uniti senza una leadership visionaria in campo spaziale, anzi si può dire che dagli anni ’70 si è interrotto il rapido progresso che c’era stato nei precedenti 25-30 anni, e solo ultimamente, grazie ai successi da un lato dell’azienda di un altro visionario, Elon Musk, e dall’altra dalla volontà cinese di diventare la nuova superpotenza del ventunesimo secolo, si è creata attorno allo spazio quell’attenzione e quel senso di attesa che si provava negli anni ’60 del secolo scorso.

L’eredità di Gagarin

Forse vi stupirò ora dicendo che per certi versi l’impresa di Gagarin ha lasciato a mio parere un’eredità controversa, in quanto per alcuni aspetti ha segnato l’inizio di quel ritorno ad atteggiamenti “medioevali” che vedo attorno a me, con pratiche superstiziose e per nulla scientifiche, ad esempio la “tradizione” di tutti i cosmonauti russi che fanno pipì nello stesso punto in cui la fece Gagarin lungo la strada per il suo razzo, o la benedizione del Pope ortodosso nell’atea URSS.

Da un altro verso invece le imprese spaziali hanno anche portato alla necessità di riconoscere che la collaborazione internazionale è fondamentale per il progresso umano. Nello spazio le due superpotenze la iniziarono già negli anni ’70 con la missione congiunta Apollo/Soyuz, e a partire dalla metà degli anni ’90 si è avuto il progetto e la messa in orbita della Stazione Spaziale Internazionale, che vede la collaborazione delle principali agenzie spaziali del mondo, a parte la Cina.
La collaborazione internazionale è diventata ormai imprescindibile in moltissimi settori, come ad esempio sta succedendo per la ricerca scientifica sui vaccini durante l’attuale pandemia, anche se purtroppo non registriamo una simile sinergia fra le nazioni per implementare la ricerca nei vaccini disponibili commercialmente. Se la necessità di collaborazione fosse infine riconosciuta per settori come la difesa dell’ambiente, forse si riuscirebbe persino a risolvere in pochi anni l’emergenza climatica.

Probabilmente questo accade perché l’uomo comprende entrambe le nature, quella razionale e quella irrazionale, e la nostra civiltà oscilla permanentemente fra l’oscurantismo e il progresso, anzi forse queste non sono fasi successive ma facce della stessa medaglia, l’essere umano.

Francesco Romeo

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